mercoledì 29 ottobre 2014

Una apple pie veramente AMAZING oggi su Starbooks

Feels like Home - Norah Jones
Tempo di torte di mele e profumo di spezie nelle cucine autunnali.
Tempo di pomeriggi luminosi e passeggiate croccanti prima dell'arrivo del vento freddo che ci spingerà nelle nostre case, abbarbicati ai nostri divani.
Tempo di sapori intensi e rassicuranti come quelli che ci propone un personaggio come Jamie Oliver attraverso questa apple pie che mi ha fatto innamorare e che ho preparato per ben due volte in due giorni.
Se questo non è un record!
Ma per scoprire la ricetta che sono certa terrete ben cara come farò io, dovete andare di là, a casa Starbooks, dove oggi ci si rifà la bocca con il dolce!
Buona giornata a tutti.

domenica 26 ottobre 2014

Lasagna pallida per l'MTC di ottobre: alle ortiche con polpettine di pollo arrosto, ricotta e pistacchi.

Cuba libre - Zucchero
Comincio questo post con una richiesta di scuse per quello che dirò, in particolare dirette alla mia amica Sabrina perché lei sa che le voglio bene e che sotto sotto scherzo sempre. 
Nonostante io sia nata a Milano da mamma lombarda e papà sabino, sono molto "terrona inside". 
E' una peculiarità che ho scoperto nel tempo, osservandola emergere prepotente in molti miei modi di essere, in particolare quando sono in cucina. 
La mia terronite culinaria ha da sempre bandito da questi ambienti una cosa: la besciamella. 
Questo blog, che fra poco compirà 4 anni, è completamente "besciamella free" o "debesciamellizzato", fate un po' voi. 
E non perché io non la sappia fare (paradossalmente mi viene pure bene). 
Semplicemente: a me la besciamella non piace. 
No me pias niet o non mi garba per nulla. 
Neanche in quelle ricette di meravigliosa leggerezza dove la sua natura vellutata regala carezze al palato. Neanche lì mi convince. 
Potete dire quello che volete, cercare di blandirmi o farmi cambiare idea con uno sganassone. 
A me la besciamella fa lo stesso effetto della panna usata in cucina: una volgarissima strategia per mascherare ed ingentilire là dove si sono fatti casini. 
E poi spesso la trovo particolarmente bavosa, il che non aiuta. 
So di essere eccessiva perché questa versatile salsa bianca è una dei pilastri della cucina (non della nostra, ricordiamocelo), ma io non la uso. Mai. 
Le lasagne in casa Andante si fanno alla meridionale, con il fioridlatte, la bufala, la scamorza o altri formaggi a pasta filante prodotti rigorosamente nel sud Italia. 
Il ragù non viene tagliato con la salsa bianca ed il morso non è morbido e cremoso ma compatto e filante con una certa croccantezza che non guasta mai. 
Resta il fatto che per me le lasagne cosa sacra sono, quindi con grande gioia mi sono immolata alla causa. 
Non sono neanche andata a cercare soluzioni alternative all'uso del pomo della mia discordia, anzi, l'ho affrontato faccia affaccia, cercando per una volta di convincermi che è la tradizione che me lo chiede. Da qui nascono queste lasagne, un po' pallide in verità, che racchiudono molti sapori che io amo e che alla fine, a dirla tutta, mi sono garbate un bel po'! 
Lasagne di ortica con polpettine di pollo arrosto ai pistacchi e porri
La lasagna in casa mia è un piatto della festa. Al pari del pollo arrosto.
Così ho pensato: perché non mettere il pollo arrosto dentro la lasagna?
E da qui è arrivata la mia idea.
Una lasagna in bianco, vestita di verde ortica per dare profumo di campagna, porri delicati nella besciamella e polpettine minuscole saporite con pistacchio e ricotta freschissima.
Per la lasagna
- 200 g di farina 00
- 100 g di semola rimacinata Senatore Cappelli
- 1 cucchiaio generoso di ortica in polvere
- 3 uova grandi
- 1 pizzico di sale
Per il ripieno
1 piccolo pollo arrosto da cca 400 g
150 g di ricotta fresca
1 uovo piccolo
50 g di pistacchi macinati
1 cucchiaino di 7 spezie marocchine (pimento, pepe nero, cannella, zenzero, chiodo di garofano, mahlab (l'interno del nocciolo della ciliegia), noce moscata)
3 rametti di timo fresco
Per la besciamella
300 ml di latte
22 g di burro
22 g di farina
un pizzico di sale
1 cucchiaio di olio extravergine
2 porri di media grandezza
sale e pepe nero macinato fresco
Per la rifinitura
200 g di parmigiano reggiano grattugiato
Prepara la fontana con le farine setacciate su una spianatoia.
Rompi al centro le uova a temperatura ambiente, aggiungi un pizzico di sale ed un cucchiaio di polvere di ortica.
Lavora partendo con una forchetta e sbattendo le uova incorporando via via la farina.
Quando la farina comincerà a stare insieme, passa ad impastare con le mani, come ho spesso spiegato in questo blog qui, qui e qui.
Una volta fatta la palla, avvolgila in una pellicola e falla riposare mentre prepari il ripieno
Per il ripieno il lavoro è un po' lungo.
Devi preparare il tuo polletto arrosto come preferisci oppure seguendo questa ricetta.
Fallo intiepidire poi scarnificalo con cura, eliminando la pelle e le ossa.
Metti la polpa in un mixer e tritala ma non troppo finemente.
In una larga ciotola metti il pollo, la ricotta, il pistacchio, l'uovo, le spezie marocchine, le foglioline di  timo e mescola tutto molto bene.
Con l'impasto prepara delle polpettine grandi come dei ceci e tienile da parte.
Prepara la besciamella.
In una casseruola scala di latte portandolo quasi a ebollizione.
In un'altra casseruola, sciogli il burro quindi unisci la farina e mescola vigorosamente con un cucchiaio di legno a fiamma bassa per uno o due minuti, il tempo necessario l'amido si scinda e non sappia più di crudo. A questo punto fuori dal fuoco aggiungi il latte caldo e mescola velocemente con una frusta per evitare la formazione di grumi e rimetti sulla fiamma dolce riportando il tutto a ebollizione.
Fai cuocere fino a che non avrà raggiunto la consistenza desiderata. Tieni da parte.
Per non far formare la pellicina, strofina una noce di burro sulla superficie aiutandoti con una forchetta.
Prepara i porri.
In una larga padella versa un cucchiaio d'olio extravergine, affetta finemente il porro e appena l'olio è caldo fallo passire a fiamma molto dolce, senza bruciarlo.
Cuoci per c.ca 5/7 minuti aggiungendo poca acqua via via se necessario. Una volta pronto, fai raffreddare.
Aggiungi il porro alla besciamella e mescola per amalgamare bene. Tieni da parte.
Prepara la sfoglia tirando la pasta con il matterello, ruotando la palla di pasta via via che la stendi per cercare di ottenere delle sfoglie rotonde.
Segui la spiegazione perfetta di Sabrina esattamente qui.
Io ho ottenuto delle sfoglie non troppo sottili perché amo la croccantezza della pasta e mi piace sentirla nella lasagna. Quindi almeno un paio di millimetri.
Ho poi tagliato con un coltello affilato ottenendo dei rettangoli di c.ca 12x7cm.
Metti a bollire un pentola con acqua salata e cuoci i tuoi rettangoli di pasta per un paio di minuti, appena scottati. Scolali e falli asciugare su un canovaccio pulito.
A questo punto assembla la lasagna.
Sporca con un mestolo di besciamella il fondo di una teglia rettangolare e metti un primo strato di pasta.
Con un cucchiaio spargi uno strato sottile di besciamella e cospargila di polpettine di pollo. Copri il pollo con una bella spolverata di parmigiano e passa allo strato successivo: pasta, besciamella, polpettine, parmigiano e così via fino a finire tutti gli ingredienti.
Io ho ottenuto 5 strati ed ho chiuso cospargendo un sottilissimo strato di besciamella sulla superficie, un bel po' di parmigiano grattugiato a completare.
Ho cotto per 40 minuti a 190°C ed ho fatto riposare 5 minuti prima di servire in modo che la lasagna si assesti.

Con questa ricetta partecipo in corner all'MTC di ottobre per la Lasagna di Sabrina.
il banner della sfida della lasagna


mercoledì 22 ottobre 2014

Jamie ha fatto gli gnocchi. Ma io non rido.

Smile - Nat King Cole
Questo mese lo Starbooks si è concentrato sull'ultimo nato della famiglia Oliver: Jamie Oliver Comfort Food.
Un tomo splendido, ricco di ricette "di casa", metà delle quali arrivano dritte dritte dalla tradizione italiana.
E questo la dice lunga sull'amore di questo biondo ragazzone per la nostra terra.
Io mi sono buttata sulla ricetta degli gnocchi con sugo di zucca, che potrete trovare spiegata qui, ma secondo voi, come sarà finita?
Per scoprirlo, vi aspetto di là!
Buona giornata a tutti.

lunedì 20 ottobre 2014

Pane dolce allo zafferano di Navelli e polvere di liquirizia

Scarborough fair - Simon & Garfunkel live
Proseguendo il conto alla rovescia che mi porterà a partire per Torino il prossimo 23 ottobre, vi racconto cosa mi troverò a fare in quel meraviglioso Salone del Gusto che vede riunirsi migliaia di prodotti e produttori da ogni parte del mondo.
Che per un amante di cibo è meglio di un Eldorado o del paese delle Meraviglie.
Grazie al progetto Unforkettable di Garofalo e Niko Romito, sarò al salone come ambasciatrice AIFB (Associazione Italiana Food Blogger) ed avrò un compito come altri 19 soci AIFB che con me vivranno questa esperienza: raccontare un prodotto, un produttore ed una ricetta durante lo show cooking della brigata di Niko Romito.
Il prodotto a me assegnato sono le acciughe.
Che per una terragnola come la sottoscritta è una bella sfida. Ma sto studiando e preparandomi quindi al mio ritorno vi racconterò tutto, ma proprio tutto di questo meraviglioso piccolo pesce tanto amato dalla tavola italiana.
Lasciando da parte l'ansia che già sale come una marea, cerco di concentrarmi sul pre-salone e sulla richiesta che ci è stata fatta, di individuare un prodotto dell'Arca Slow Food con cui preparare una ricetta.
Tutti i prodotti dell'Arca sono difficilmente reperibili proprio perché fortemente territorializzati e spesso restano un miraggio per chi non ha la possibilità di viaggiare seguendo il proprio palato.
Lo scorso maggio ho avuto l'opportunità di trascorrere una giornata a l'Aquila, al Salone dei Parchi e proprio lì ho trovato lo Zafferano di Navelli.
L'oro in polvere si ottiene dagli stimi essiccati del fiore Crocus Sativus (proprio vicino a Siena abbiamo una discreta produzione di zafferano a S. Gimignano, che fiorisce per la festa di S. Fina, come un piccolo miracolo).
In Abruzzo cresce sull'altopiano di Navelli, di cui vi ho già parlato in un altro post, avendo utilizzato i ceci minuscoli e dolci prodotti proprio lì.
L'altopiano si trova tra i parchi del Gran Sasso e del Sirente Velino e grazie al clima asciutto e ventoso, trovano il loro habitat ideale.
I fiori vengono raccolti ancora chiusi alle prime ore del mattino, sistemati in canestri di vimini ed aperti con le unghie, uno per uno (vi immaginate il lavoro), per poi strappare delicatamente gli stimmi dallo stelo.
Una volta finita la sfioratura, i pistilli sono appoggiati su un setaccio posto sulla cenere calda del camino e vengono tostati lentissimamente.
Parte degli stimi vengono macinati ed altri venduti così come sono (io ho utilizzato gli stimmi per questa ricetta), in vasetti da un grammo. Tanto per indicare quanto siano preziosi.
I fili ovviamente sono più pregiati perché oltre ad aromatizzare intensamente, sono splendidi come decorazione di piatti e ricette.
Ecco la ricetta di questo pane super aromatico e facile da fare che ho modificato da una ricetta trovata in un vecchio numero di Sale e Pepe.
400 g di farina di tipo 00 (io ho usato 200 g di 00 e 200 g di farina forte)
140 g di scorza di arancia siciliana candita
170 g di zucchero semolato
1.5 dl di latte
6/7 scaglie di liquirizia dura, tipo Amarelli
3 cucchiai di liquore abruzzese Aurum, all'arancia
un pizzico di zafferano in stimmi
12 g di lievito di birra
50 ml di olio extravergine Trevi DOP emulsionato con 50 ml di acqua
un pizzico di sale
Riducete le scorze candite in dadini di c.ca 5 mm di lato.
Metteteli in ammollo con il liquore (se non avete l'Aurum che è tradizionalmente di terra d'Abruzzo), potete tranquillamente usare del Rum. Lasciateli macerare per c.ca 1 ora.
Preparate il lievitino, intiepidendo il latte dove scioglierete il lievito di birra con gli stimmi di zafferano ed un cucchiaino di zucchero fino a che il lievito non comincerà a fare la classica schiumina in superficie (ci vorranno c.ca 10 minuti).
A questo punto versate il lievito in una ciotola larga con 50 g di farina. Mescolate bene affinché i grumi si sciolgano e lasciate in luogo tiepido per almeno 30 minuti.
Quando il lievitino avrà raddoppiato di volume, versatelo nella planetaria ed aggiungete la farina rimanente, 150 g di zucchero, i canditi con il liquore, l'emulsione di olio ed acqua, un pizzico di sale, ed impastate a velocità media per almeno 10 minuti. Se l'impasto vi sembrasse duro, aggiungete dell'acqua, con molta attenzione, un cucchiaio alla volta, fino a che l'impasto non starà insieme ed avrà una consistenza morbida e liscia. La quantità di acqua dipenderà dalla farina che utilizzerete.
Mettete l'impasto in una ciotola oleata, incidete con una croce e coprite con una pellicola. Fate lievitare per almeno 2 ore in luogo tiepido (io uso il forno con la lucina accesa).
Vedrete la vostra pagnotta bella gonfia.
Rovesciatela sulla spianatoia, sgonfiatela con i pugni, impastatela per qualche minuto quindi sistematela in uno stampo di 26 cm di diametro, incidetela nuovamente e proseguite con la seconda lievitazione, per almeno 45 minuti.
Prima di mettere in forno, preriscaldato a 200°, spennellate la superficie con poco olio extravergine, cospargete con lo zucchero rimasto e la polvere di liquirizia.
Fate cuocere per c.ca 35 minuti.
Una volta cotta, battete sotto il pane e se suona a vuoto, il pane è pronto.
Fate raffreddare su una gratella e servite tiepido o freddo.
Splendido tostato al mattino.


mercoledì 15 ottobre 2014

Torino Salone del Gusto: la mia personale Top Ten ed il conto alla rovescia.

Dieci ragazze per me - L. Battisti
Una settimana all'inizio del Salone.
Così è chiamato da chiunque graviti intorno al mondo food, con un misto di rispetto e soggezione.
La mia prima volta è stata due anni fa e posso dire che mi sembra solo ieri per l'intensità di emozioni provate, persone incontrate ed incredibili prodotti passati sotto il mio palato.
Quest'anno si ritorna, nuovamente ospiti di un protagonista assoluto come Garofalo, senza avere la più pallida idea di cosa aspettarmi da due giorni di follia gastromobile.
Quello che posso solo augurarmi è di poter trovare questi (per me) "magnifici 10", che vorrei scoprire, riassaggiare, toccare e possibilmente, alla fine della giostra, portarmi a casa.
Tutti rigorosamente in ordine alfabetico.
1. La Cuddrireddra di Delia
Cosa sarà mai vi chiederete.
E' un dolce, che ho scoperto proprio al Salone di due anni fa. Il primo incontro  gironzolando in solitaria tra gli stand della Regione Sicilia. Ed il produttore fu così carino che siamo rimasti a parlare per un quarto d'ora di quanto incredibile e rara sia la storia di questo biscottino.
Preparato ancora dalle mani delle donne di Delia, in quanto non è possibile riprodurre la sua forma, che assomiglia ad una piccola corona puntuta, utilizzando macchinari.
Anche la sua storia è particolare. Pare che sia un omaggio alle castellane che vivevano a Delia durante il periodo dei Vespri Siciliani. Grano duro, uova, strutto, scorze di arancia e cannella. Il tutto fritto in olio profondo. Un morso e l'intensa croccantezza speziata ti trascina in un caleidoscopio di sensazioni, che a me hanno riportato alla tavola di Natale, ai suoi profumi, a me bambina.
Spero che ci siano al Salone. E se ci andrete, cercatela, la Cuddrireddra
2. La Farina di grano arso
Per trovarla dovrete scendere fino in Puglia, a meno che non sia anche lei al Salone. E se ancora non ne avete provato il sorprendente gusto tostato e lievemente affumicato, non avete gustato l'essenza più vera della cucina pugliese. Quando ancora il grano si batteva sulle aie, vi era l'uso dei contadini della zona, di bruciare le stoppie ed i chicchi che restavano sulla terra, venivano raccolti dalle donne (perché nulla poteva essere sprecato) e macinati successivamente. I chicchi tostati dal fuoco, producevano questa farina dal colore della cenere e dal sapore unico. Strascinati di grano arso, cime di rapa e ricotta forte. Mi basta questo per un viaggetto in paradiso.
Uno dei frutti del mio cuore: il fico. Ma questo, che cresce in una regione di prodotti meravigliosi, è speciale. Piccolo, dalla buccia verde chiarissimo e dal cuore rosato, quando secca diventa rotondo e bianco e viene generalmente arricchito con mandorle e frutta secca dalle donne della zona. E' privo di filamenti che lo rendono particolarmente morbido anche quando viene disidratato ed è assolutamente meraviglioso da usare nelle preparazioni dolci. Lasciamo perdere la marmellata, assolutamente da capogiro. 
Aver letto di questa mela così speciale attraverso i blog di amiche, e non aver ancora avuto l'opportunità di vederla da vicino, annusarla e scoprirne il gusto, mi procura un senso di mancanza. Di disagio nervoso, come quando passi davanti ad una vetrina e vedi una borsa che sai non potrai mai permetterti. Sta lì, la guardi, sospiri e passi dritta.
Ecco, Mela rosa dei Monti Sibillini, ti ho dichiarato caccia grossa e ti stanerò dal catalogo del salone per venire a trovarti e portarti via.
A parte scherzi, questa  piccola mela è autoctona delle Marche e cresce tra i 450/900 metri di altezza in particolare sui versanti dei Monti Sibillini, vicino all'Umbria.E' un frutto piccolo, modesto e poco appariscente, dalla buccia grigiorosata, con un profumo intenso e molto aromatico (che ovviamente non vi so raccontare). Siccome viene raccolta tra agosto e ottobre, io mi aspetto che a Torino ci sia. Vero?
Si, proprio lei. Anche se sono Toscana, e vivo nel cuore di una zona in cui si producono salumi che meriterebbero delle standing ovation, io cerco la Mortadella di Prato. 
Non so se per campanilismo o per strategie commerciali, ma in terra di Cinta, non si trova la Mortadella di Prato.
E per chi non la conosce, non si aspetti di vedere un salume vagamente somigliante alla più conosciuta Bologna. La mortadella di Prato sembra più un salame, a grana grossa, morbida, di colore rosato opaco, e dal profumo inconfondibile. Nell'impasto viene aggiunto l'alchermes, come facevano le nostre nonne nelle loro preparazioni dolci, per dare un profumo speciale. E' un salume raffinato ed antico e spero di trovarlo al Salone. 
6. Il pane nero di Castevetrano
Non me ne vogliate ma ho una propensione verso il sud del mondo ed in questo caso i prodotti del nostro meridione la fanno da padroni nella mia lista speciale. Ho assaggiato questo pane grazie a mio marito che me ne portò un po' dopo un viaggio a Castelvetrano, abbinato al loro straordinario extravergine Nocellara. Dopo anni mi sogno ancora quell'aroma di tostato, dato da un frumento antico chiamato Timilia. Il pane diventa nero durante la cottura, effettuata solo nei forni a legna e la crosta ha il colore del caffè ed è cosparsa di semi di sesamo. Il mio pellegrinaggio nel padiglione della Sicilia sarà quello di una cercatrice d'oro nero.
7. Le paste di Meliga
Sono irriducibile. Mi piacciono i dolci e questi biscotti, che ho assaggiato per la prima volta proprio al Salone due anni fa, mi sono rimaste nel cuore. Un po' come i Crumiri e come tutti quei biscotti dall'anima rustica e paesana. L'uso della farina di mais conferisce una grana ruvida e pastosa a questi dolcetti, ma ciò che li rende assolutamente irresistibili è l'uso del burro di alpeggio, che li profuma e dona loro una friabilità unica. Sono certa che li troverò. Ci conto.
8. Il puzzone di Moena
Il nome mi ha sempre fatto simpatia. Ma se dovessi dirvi com'è questo formaggio, non potrei, perché non l'ho mai assaggiato e neanche visto da vicino.
So benissimo dove viene prodotto, nel cuore delle Dolomiti. Conosco Moena, luogo incantevole, le sue malghe, ma mi manca lui, il famigerato puzzone dal profumo penetrante e la tradizionale crosta color rosso mattone. La lavorazione di questo formaggio è particolare: durante la stagionatura ogni forma deve assolutamente essere lavata una volta alla settimana, a partire da 90 giorni fino a 16 mesi. Si produce solo da giugno a settembre in alpeggio....quindi io lo so che ci sarà a Torino...basterà seguirne il profumo.
Prima di tutto non è nero, ma di un verde scuro intenso. Cresce nella zona di Trevi, Montefalco e Bevagna e si ottiene lasciandolo crescere senza lavorazioni speciali, ovvero senza sbiancamenti.
Ancora non ho avuto il piacere di assaggiarlo, ma amici della zona me ne hanno raccontate meraviglie: assolutamente privo di filamenti (e questa è una roba che mi fa uscire di testa), ha una base panciuta ed un cuore molto tenero e ricco di polpa. La sua struttura consente ai locali di realizzare una ricetta che mi incuriosisce non poco e che spero di poter assaggiare presto: il sedano nero ripieno.
A metà ottobre vengono raccolti ma la produzione è molto limitata, circoscritta alla sua area. Ci sarai a Torino caro Sedano Nero? Spero davvero di si.
Finisco con una delle verdure che amo di più, il carciofo, di cui ho parlato spesso e volentieri in questo blog. Il piccolo carciofo di Perinaldo è una scoperta recente, grazie a svariati viaggi verso la Liguria. Cresce nella provincia di Imperia da maggio a giugno. Piccole teste di colore violetto, senza spine e cuore delicato. Sono conservati al naturale o sott'olio ed una preparazione speciale è quella destinata ai gambi, assolutamente deliziosi e privi di cuore fibroso. So per certo che non li troverò freschi, ma in barattolo è sempre comunque una festa. 

E voi, conoscevate questi prodotti? Vi ho incuriosito? Magari potreste raccontarmi il vostro prodotto del cuore. 


lunedì 13 ottobre 2014

Brownies al cocco e amarena: una volta c'erano le parole....

La Ballata dell'amore cieco - De André
"Io non lo so, però senz'altro lei ha un matrimonio alle spalle a pezzi.
Che dice?
Forse ho toccato un argomento che non...
No...no...è l'espressione. Non è l'argomento, non è l'argomento, non è l'argomento...è l'espressione. Matrimonio a pezzi. Ma come parla...
Preferisce rapporto in crisi ? Ma è così kitch...
Kitch! Dove le andate a prendere queste espressioni, dove le andate a prendere...
Io non sono alle prime armi!
Alle prime armi...ma come parla?
Anche se il mio ambiente è molto cheap…
Il suo ambiente è molto...?
È molto cheap,
(schiaffeggiandola) Ma come parla?
Senta, ma lei è fuori di testa!
E due. Come parla! Come parla! Le parole sono importanti. Come parla!"


C'è bisogno che vi dica di che film si tratta? 
E' il momento più alto di Palombella Rossa di Nanni Moretti che vi invito a rivedere perché ogni tanto un bello schiaffone ce lo meriteremmo tutti. 
Le parole sono importanti.
"Chi parla male, pensa male e vive male. Bisogna trovare le parole giuste: le parole sono importanti"! 
Anche solo per questo vorrei abbracciare Moretti e ringraziarlo di ricordarci, facendoci sorridere (ed anche un po' soffrire) che le parole oggi sono come orfani abbandonati in un brefotrofio Dickensiano. 
Ma ve lo immaginate se ogni volta che state parlando, arrivasse qualcuno e vi schiaffeggiasse per l'uso abominevole di una parola? Per ogni "ma anche no", "laqualunque", "certo che si" o "assolutamente si", e tutte quelle forme che personalmente mi scatenano un'orticaria violentissima al solo sentirle pronunciare (lascio a voi continuare la lista).
Le parole sono importanti.
Non soltanto per l'uso che se ne fa parlando. 
Per noi che in rete bazzichiamo, diciamo la nostra e siamo "social", le parole scritte sono sacre. 
E sono come chiodi perché lasciano il segno per sempre. Nel bene e nel male. 
Ovviamente non mi riferisco solo ai meme tanto amati ai nostri giorni. Quello non è nulla, spesso è un modo di divertirsi, di fare dello spirito, dell'ironia. 
Parlo dell'uso di parole universali, importanti, che andrebbero centellinate non prima di averle pesate, maneggiate con cura come si fa con un bambino appena nato o un bicchiere di cristallo.
Dall'era di FB una delle parole più abusate, mortificate, travisate è AMICO. 
Onestamente, chiudiamo per un attimo gli occhi e cerchiamo di contare quante persone nella nostra vita scrivereste sotto questa parola. Ci siete?
Ecco: personalmente forse arrivo a 4. Neanche tutte le dita di una mano. 
E non perché io sia un'asociale. Anzi, sono forse la persona più socievole che conosca. 
E' che AMICO per me è una parola sacra. Pesante. E non la svendo con facilità. 
Invece oggi tutti sono amici. Anzi, il peso di una persona è dato dal numero di amici nella sua bacheca FB. 
Prova un po' a chiederti chi ti starebbe vicino (e non solo a parole) dopo avergli confidato il tuo dolore più grande. 
Ecco, quello è un tuo amico. 
Quindi, sull'onda di questa insofferenza, lancio oggi "La mia Campagna per la Salvezza della parola abusata" e vi invito a lasciare qui la parola che vorreste proteggere con tutti voi stessi. 
Magari per un giorno, riusciremo a riportarla alla dignità che si merita.
Una ricetta dal meraviglioso libro di Paul Young Adventures with Chocolate, già Starbookato qualche mese fa. Ma fa sempre bene ricordarsi di averlo in libreria, perché non smette mai di farmi sognate.
Cioccolato, cocco e amarene. Una combinazione pazzesca di cui difficilmente di dimenticherete.
Ingredienti per uno stampo da 24 x 24 cm
100 g di burro non salato
250 g di zucchero semolato
75 g di golden syrup (zucchero invertito)
275 g di cioccolato dark al 70% ridotto in pezzi
4 uova medie da allevamento a terra
70 g di farina 00
50 g di farina di cocco disidratato
100 g di amarene (non ciliegie candite). 
Accendete il forno a 160°.
In una larga casseruola sciogliete il burro, lo zucchero ed il golden syrup (si trova nei migliori negozi di alimenti internazionali), fino a che il composto non sarà morbido.
Togliete dal calore ed aggiungete la cioccolata, fatela sciogliere, quindi aggiungete le uova che avrete prima sbattuto bene. 
Per ultimo le due farine.
Mescolate fino ad ottenere un composto vellutato.
Versate il tutto in uno stampo quadrato foderato di carta da forno.
Fate cuocere per 25 minuti ma fate la prova stecchino perché non devono restare briciole ma non deve cuocersi troppo pena la perdita della morbidezza.
Togliete dal forno, fate raffreddare una decina di minuti quindi capovolgete su una griglia.
Fate raffreddare completamente e tagliate in quadrati.
Tenete in una scatola ermetica, si conservano morbidissimi fino a 4/5 giorni (se ci arrivano). 


venerdì 10 ottobre 2014

Vellutata di indivia per la Cucina dell'Extravergine

Here comes the rain again - Eurythmix
Dopo tanto tempo si torna a parlare di olio Extravergine.
E stavolta le notizie non sono delle migliori.
Purtroppo l'anno che sta per cominciare con la raccolta di novembre/dicembre, non ci prospetta niente di buono.
La terribile stagione invernale passata, ma ancor più una primavera piovosa e fredda, hanno mortificato l'intera produzione.
Gli alberi d'olivo hanno subito danni gravissimi in particolare nel periodo della fioritura, che comincia tra la fine di marzo ed aprile, quando le piante sono sottoposte a rischi enormi a causa del rischio gelo.
Quest'anno il gelo non c'è stato, ma la pioggia si: tanta, troppa, interminabile.
Le coltivazioni d'olivo ma anche i vigneti ci stanno ricordando un anno tremebondo attraverso un prodotto che sarà da dimenticare.
Vorrei non dirlo ma devo e credo che sia una cosa che molti di noi, che amiamo l'extravergine, conosciamo.
Con molta probabilità ci troveremo a dover condire i nostri piatti con olio straniero. E non parlo della grade distribuzione, delle multinazionali che ormai ci spacciano in tutta tranquillità olio Spagnolo, o Tunisino o Marocchino per extravergine rigorosamente tricolore.
Parlo anche dei Consorzi, dei Frantoi certificati, ecc.
Perché quest'anno le olive non ci sono.
E se ci sono, sono malate, malconce, di pessima qualità.
Mi piange il cuore ma è così, ovunque in Italia.
Forse si salva la Sicilia, dove il clima è stato più clemente, ma dalle notizie che arrivano, anche nella bella isola del sole, il danno è stato immenso.
Che fare quindi?
Non so, quello che mi viene da dire è, per quanto possibile, acquistare quanto rimasto delle DOP del 2014, perché l'olio di quest'anno è stato eccellente. E per nessuna nessuna ragione, fidarsi.
In primis si quelli che vogliono vendervi extravergine a 3 euro. Quello da sempre.
E dal vostro frantoio o consorzio di fiducia, capire che se una bottiglia quest'anno non vi costerà più 8/10 euro come normalmente avviene, la ragione è una sola.
Un anno triste quello che si prospetta per l'extravergine.
Meglio celebrare in bellezza un piatto con un olio eccellente, che arriva dalle colline Umbre, quelle di Trevi, città dell'Olio della primissima ora, che rappresenta uno dei luoghi più incantevoli della regione e che vi consiglio di visitare quando passerete in zona.
Parlo dell'Olio extravergine Trevi Dop dell'azienda Il Frantoio , un fruttato dolce, gradevolissimo e pieno di sentori di erba e oliva.
Questa dolcezza mi ha spinto ad abbinarlo ad un piatto di conforto, una cremosa di indivia, con quella sua nota amara, smorzata dalla freschezza della birra e dalla dolcezza della pera che ho voluto aggiungere a crudo (bel contrasto di sapore e consistenza).
Per poi chiudere il tutto con una nota acida data dalla robiola di capra da sciogliere voluttuosamente.
Provate e mi direte. 
Prima di lasciarvi alla ricetta vi invito a visitare le ricette preparate dalle mie amiche 
Fausta - Caffè col cioccolato
Stefania - Cardamomo & co
Teresa - Scatti golosi
Sabina - Cookn' book
Ingredienti per 4 persone
4 cespi di indivia o radicchio Belga
1 patata grande
1sedano rapa
1 piccola cipolla bianca
1 gamba di sedano
mezzo bicchiere di birra bionda Belga
2 pere Abate
80 g di robiola di capra
Olio extravergine di Trevi Dop
Sale- pepe nero macinato fresco
1 litro di brodo vegetale
In una larga casseruola, fate passire la cipolla affettata sottilmente con il sedano in due cucchiai di olio extravergine, aggiungendo un piccolo mestolo di brodo se necessario.
Quando gli aromi saranno morbidi, aggiungete la patata a dadini, il sedano rapa a pezzetti e l'indivia affettata sottilmente.
Fate insaporire quindi alzate la fiamma e sfumate con la birra.
Cominciate ad aggiungere il brodo coprendo appena le verdure e via via che viene assorbito aggiungete  altro brodo, fino a completare la cottura. Ci vorranno c.ca 25/30 minuti.
Con un mixer ad immersione riducete le verdure in purea e per rendere la crema più fluida, aggiungete brodo se necessario.
Una volta pronta, pulite le pere e riducetele a dadini piccoli. Mettete i dadini in una ciotola, conditeli con un pizzico di sale, olio extravergine e pepe e mescolate bene.
Versate la crema nelle ciotole e cospergetele con le pere condite, una piccola quenelle di robiola di capra ed un generoso filo di olio Extavergine di Trevi.
Macinate il pepe e servite subito.




giovedì 2 ottobre 2014

Cannelloni alle tre carni: quando la musica si fa film

Across the Universe soundtrack
Oggi ho voglia di parlare di un film uscito un po' di tempo fa ma che ho scoperto solo quest'anno, casualmente.
Se come me amate indiscriminatamente The Beatles e non li considerate un revival ma musica immortale, adorerete Across the Universe.
Realizzato dalla felice mano di una regista cresciuta a pane e musical, Julie Taymor, il film non racconta la storia dei Beatles come molti hanno pensato leggendo il titolo, ma costruisce la storia di un gruppo di ragazzi alla fine degli anni 60, attraverso le stupende canzoni dei Fab Four.
Ogni canzone diventa un quadro attraverso il quale si sviluppa il racconto della vita di Jude e Lucie, legati da una storia d'amore inevitabilmente segnata dai drammatici avvenimenti storici del periodo, alias guerra nel Vietnam, le lotte giovanili e pacifiste, il disagio di una generazione che osserva il proprio futuro minacciato dalle incognite della violenza ed evade dalla paura con droghe ed espedienti diversi.
Il tema vi sembrerà rivisto, ma vi garantisco che l'intera trama è magistralmente costruita proprio grazie alle canzoni che diventano trama esse stesse: il canovaccio su cui si delinea il carattere dei personaggi, le loro emozioni, il loro destino.
Gli attori sono giovani artisti oggi molto conosciuti, come Jim Sturges (La migliore offerta, Cloud Atlas,  Upside down) e Evan Rachel Woods (Le idi di marzo, Basta che funzioni), veramente bravissimi, e da cammei sorprendenti come quelli di Bono Vox e Joe Cocker.
Ognuno di loro, anche i co-protagonisti, recitano ed interpretano le canzoni in maniera personale ed indimenticabile.
Alcune scene per altro stupende, ricordano le copertine dei dischi dei Beatles, con utilizzo del colore ampiamente saturato e dai toni psichedelici, l'uso del cartoon e del rallenty, come la meravigliosa scena del Teatro di Dr K e di Strawberry Field Forever.
La bravura della regista nel tramutare la musica in film, ci regala quasi due ore di immagini intense, malinconiche, divertenti e mai noiose.
Non sorprendetevi di ritrovarvi a cantare o a trattenere il groppo in gola in certi momenti, perché l'intero film ha una grande forza emotiva e visiva.
Per finire, le mie scene preferite sono indubbiamente "Come together", splendida panoramica su una NY "inquadrata" nel lavoro ma anche alla ricerca di risposte e cantata da Joe Cocker; la dolcissima "If i fell in love" cantata da Lucie quando scopre che sta innamorandosi di Jude; "I want you so bad" cantata dal fratello di Lucie, Max, durante la sua chiamata alla leva per il Vietnam (quadro stupendo); una disperata e straziante "Strawberry Fields forever" cantata da Jude che sta perdendo Lucie, ed ovviamente la scena finale che non vi racconto.
All you need is love.
Vedetelo, vi prego.
La ricetta di oggi non c'azzecca proprio nulla con l'apertura di questo post.
Il cannellone è quanto di più lontano si possa immaginare dal mondo Beatles, e soprattutto da questo film ma come sempre divago e salto di palo in frasca.
Se proprio devo trovare un collegamento, è il rosso del pomodoro che fa il paio con queste fragole inchiodate al muro....per il resto,  da noi cannellone vuol dire casa, domenica e qualche volta anche festa.
Cannelloni alle 3 carni 
Ricetta per 4/6 persone
250 g di macinato magro di manzo
250 g di macinato di maiale o salsiccia cruda
250 g di macinato di pollo
1 carota piccola tritata
1 cipolla piccola tritata
mezza gamba di sedano tritato
mezzo bicchiere di vino rosso
70 g di parmigiano grattugiato + 50 g per spolverare
120 g di crescenza
un cucchiaino di misto spezie Saporita (Semi di coriandolo, cannella, noce moscata, semi carvi, chiodi di garofano e anice stellato)
Sale - pepe
Olio extravergine
1 spicchio d'aglio
500 ml di salsa di pomodoro
300 g di pasta fresca
Preparate il ripieno.
In una larga casseruola dal fondo spesso, mettete 3 cucchiai di olio extravergine e la carota, cipolla e sedano tritati e fare passire dolcemente, aggiungendo acqua se necessario.
Fate cuocere 5/7 minuti fino a che non saranno morbidi.
Aggiungete tutta la carne macinata e fate rosolare a lungo, fino a che non avrà rilasciato i liquidi e non sarà cotta (ci vorrà una decina di minuti).
Quando il liquido sarà completamente evaporato, alzate la fiamma e bagnate la carne con il vino facendo sfumare.
Aggiungete a questo punto il sale, il pepe e il misto spezie Saporita, che spero riusciate a trovare in giro. A me arriva direttamente dalla suocera, che me l'ha fatta scoprire e che per i ripieni di carne è favolosa.
Mescolate bene e togliete dal fuoco.
Versate la carne in una larga ciotola.
Aggiungete il parmigiano e la crescenza e mescolate fino a che il tutto non sarà amalgamato con cura.
Lasciate raffreddare.
Preparate la pasta usando se preferite delle sfoglie da lasagna secche oppure facendo la pasta a mano come ho spiegato qui, e ricavando dei rettangoli di 8x10 cm c.ca.
Fate asciugare la pasta quindi scottatela in acqua bollente salata per 2/3 minuti e lasciate asciugare su un canovaccio pulito.
Preparate la salsa di pomodoro molto semplicemente cuocendola in poco olio profumato d'aglio e qualche foglia di basilico.
Cominciate a preparare i cannelloni mettendo il ripieno al centro del rettangolo di pasta ed arrotolandolo con cura su se stesso.
Posizionate i cannelloni ben stretti uno vicino all'altro in una pirofila sporcata di salsa di pomodoro.
Coprite i cannelloni con il resto della salsa.
Spolverate con abbondante parmigiano e cuocete in forno a 180° per 30/40 mintui.
Servite ben caldi.
NOTA BENE: Questi sono cannelloni meridionali alla maniera di mia suocera. Per principio non amo e uso pochissimo la bechamelle e non la metto mai in questo genere di piatti, così come nelle lasagne.  Uso solo carne ed in questo caso la presenza della crescenza nell'impasto, che lo rende cremoso e pieno. Anche mia nonna paterna, originaria di Roma, li faceva così.
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