martedì 27 gennaio 2015

Happy Birthday Ale!

You've got a friend - James Taylor & Carol King
Che succede?
Due post in due giorni? Non si è mai visto in questo blog.
Quindi non essendosi mai visto, c'è sicuramente una ragione speciale.
Lo è.
Mi capita spesso di parlare delle amicizie per le quali questo spazio è stato galeotto.
Chi mi conosce bene sa che non sono propriamente una socialite (termine che va tanto di moda oggi) e che sono veramente poche le persone che sanno di me qualcosa che va oltre quanto racconto qui, perché nella realtà sono molto riservata ed i sentimenti, quelli veri e profondi, li tengo per me e per coloro che riescono a conquistarli.
Per cui quello che scrivo oggi non mi risparmia un certo imbarazzo, come sono certa che non lo risparmierà a lei, visto che ritengo mi assomigli un bel po'.
Il mio blog ha 4 anni e non ricordo esattamente il momento in cui ho cominciato a leggere i suoi post. Probabilmente da subito, perché la scrittura, quando è personale, pregna di ironia ed intelligenza, coinvolgente e rispettosa di questa lingua così bella, mi rapisce e conquista.
Ed è quello che è successo con il suo blog.
Da lì, a scoprire così tante esperienze, gusti, paturnie, manie, passioni e piccoli tic in comune, ma anche strane vicende di telepatia e intuizione che potrei elencare in una lista decisamente lunga, è stato un continuo.
Fino a che non ho avuto il bisogno di conoscerla, per capire che non sempre la vita virtuale ti mette di fronte a dei bluff, ma nel mondo del food blogging spesso le persone sono quello che percepiamo attraverso i loro racconti, e a volte anche meglio.
Oggi è il suo compleanno.
Un compleanno vicino al mio (come volevasi dimostrare), fatto di tristezze umorali tipiche della nostra generazione che si avvicina al mezzo secolo, di nostalgie, malinconie ormonali e piccoli rimpianti.
Ma anche di una grinta inaspettata che credevi sopita dall'età, una sicurezza e maturità che hanno la voce di Rossella O'Hara nell'ora della sua rivincita, una punta di cinismo condita da dosi massicce di autoironia che mettono il turbo alla nostra autostima.
Sei lontana Ale, ma non così tanto da impedirmi ed impedire a quanti ti vogliono un gran bene, di dirtelo qui, oggi, in un moto di affetto così grande da sciogliersi senza vergogna.
Mi sei cara come non puoi immaginare e certo i miei pensieri ti arrivano sotto forme che non puoi vedere o sentire, ma ci sono, come piccole preghiere che salgono da noi spontaneamente.
In questo giorno così strano e diverso da tutti, in un paese lontano all'altro capo del mondo, festeggerai un nuovo anno della tua vita sapendo che in tanti sono lì con te e ti tengono compagnia pensandoti per tutto il tempo che leggerai i nostri auguri. E anche dopo perché da qui nessuno potrà cancellarli.
Buon compleanno Ale, bella signora vecchia maniera, dispensatrice di risate e battute al vetriolo, ricette da porca figura, ma anche di quel "Beliscimu" che spesso mi viene da usare in maniera inconsulta di fronte a personaggi ed azioni non proprio edificanti.
Beccati sto minestrone, fatto religiosamente seguendo la tua ricetta, con le verdure che ho potuto reperire al momento, ma con la filosofia che mi hai insegnato in un post magistrale di tanto tempo fa, che un po' ti rappresenta e che è una dichiarazione d'amore alla tua città.
Un bacio, Patty.
PS: la cialtrona che è in me emerge anche oggi, visto che il post avrebbe dovuto partire a mezzanotte ed io non ci ho capito niente (come al solito d'altronde).
Il minestrone alla Genovese di Alessandra - An old Fashioned Lady 
La versione è quella di Alessandra e della sua famiglia, e non ne troverete una uguale in tutta Genova visto che ogni famiglia ha il proprio marchio di fabbrica.
Questa è come la fa la sua mamma, con verdure reperibili in stagione, senza pomodoro, e con pesto (possibilmente senza pinoli) rigorosamente a crudo messo sul minestrone e mescolato al momento di servire.
Non dimenticate la scorza di parmigiano messa a metà cottura e da litigarsi al momento della cena, che cambia tutto.
Come pasta ho usato lo Scucuzzu, che è quello che vedete in foto e che ho comprato proprio a Genova, in compagnia di Alessandra. Assomiglia vagamente alla fregola ed il nome ricorda il cous cous tunisino e che probabilmente deriva proprio dalle frequentazioni commerciali genovesi con il nordafrica.
Se non avete questa pasta, potete usare tubettini, spaghetti tagliati o quello che più vi piace:  non è rilevante, tanto il buono è nella minestra.
Ingredienti per 4 persone 

150 g di pasta secca (a vostra scelta)
1 hg di fagioli borlotti freschi (io ho usato i cannellini)
un etto di cavolo cappuccio 
50 g di fagiolini (io piselli freschi che ho congelato a primavera).
2 patate 
2 carote
2 porri 
2 zucchine 
1 costa di sedano
una cipolla 
uno spicchio d'aglio
un ciuffo di prezzemolo 
un pochino di maggiorana
una cucchiaiata di pesto senza pinoli
olio extravergine d'oliva
crosta di grana (anche più di una)
una manciata di grana grattugiato 
sale grosso 
Mettete a bollire 2 litri d'acqua. Nel frattempo mondate le verdure e tagliatele a pezzi non troppo grandi. 
Quando l'acqua bolle, versate le verdure tutte assieme dopo avere salato l'acqua. 
Cuocete a fiamma viva per c.ca 20 minuti e poi quando riprende il bollore, abbassate la fiamma, coprire e lasciate sobbollire dolcemente per un paio d'ore, rimestando di tanto in tanto in maniera che non si attacchi. A metà cottura, aggiungete le croste di parmigiano, il parmigiano grattugiato, l'olio e proseguite. Quando le verdure saranno morbide, schiacciatele con una forchetta senza usare il mixer a immersione. 
Quando il minestrone sarà pronto, cuocete la pasta. Lo scuccuzu richiede 15 minuti e potete cuocerlo a parte, in una casseruola con acqua ed un paio di mestoli di minestrone (segreto della mamma di Ale).
Una volta cotta, scolatela e mettetela nel minestrone, riportatelo a bollore e spegnete.
Servite nei piatti con un cucchiaino di pesto a freddo, senza aggiunta di olio o formaggio.

lunedì 26 gennaio 2015

Torta di mele rosa dei Monti Sibillini al Brandy: ma chi ha paura di invecchiare!

As time goes by - Diana Krall
Qualche giorno fa, proprio dopo la scadenza non proprio indolore del mio nuovo compleanno, sono ricaduta nella solita elucubrazione sul tempo che passa.
Che passa troppo in fretta. Che passa senza controllo.
Insomma, a me è sembrato che la decade dei 30 anni sia volata in un attimo, ma quella dei 40 è come se fosse durata niente, in particolare da quando è nata mia figlia.
Il colpo di grazia me lo ha dato un film sul quale ho riso fino alle lacrime e che consiglio vivamente a tutte le mie amiche e le mie lettrici che si avviano alla ferale celebrazione del mezzo secolo: Ci vuole un gran fisico, con la strepitosa Angela Finocchiaro.
Se non lo avete ancora visto, fatelo. E non perché sia un film magistrale, di stupenda scrittura o di particolare profondità.
Ma perché fa ridere, tanto, su qualcosa che invece a noi donne provoca momenti di depressione convulsa: invecchiare.
Se per gli uomini invecchiare è direttamente proporzionale all'idea di perdere la propria potenza di maschio impollinatore, per noi donne tutto è legato all'esteriorità, alla bellezza che sfiorisce lasciando spazio solo ad un lontano ricordo di ciò che siamo state.
A partire dai rituali mattutini (una decina di creme e cremine spalmate, massaggiate, schiaffate, picchiettate sulla faccia e dintorni), la ginnastica facciale nei tempi morti (in macchina al semaforo con smorfie esilaranti), l'indagine su cedimenti corporei e volumi non richiesti, le nottate insonni, le caldane violente al limite dell'autocombustione (esiste, vi giuro), i malumori e la rabbia controllati con respirazioni da partoriente, i rapporti con figlia adolescente ribelle e madre settantenne con atteggiamenti da liceale, guardando questo film ho riso tanto, ma tanto, fino alle lacrime ed al singhiozzo, in presenza di un marito basito ed una figlia che ogni tanto sgomitava il padre chiedendo "ma cosa le prende"?
Forse era un momento particolare, ero stanca e un po' giù, ma la Finocchiaro con questo film, si è trasformata nel mio "angelo della menopausa"(e se guarderete il film capirete di cosa parlo).
Ci vuole grande intelligenza e sensibilità nel prendersi gioco di sé con la stessa leggerezza con cui questa attrice si è buttata in questa parte. Che certamente la rappresenta, ma che rappresenta tutte noi, senza distinzione di ceto sociale, colore o conto in banca.
Non solo noi nel mezzo del cammin di nostra vita, ma anche voi, belle, fresche, polpose ed atletiche 20/30enni, perché nessuna scampa a questo difficile passaggio.
Il mio invito di oggi è quindi di guardare Ci vuole un gran fisico se vi vengono le paturnie da compleanno in arrivo e di farlo in compagnia di qualche cara amica e qualcosa di buono da mangiare, come questa torta di mele assolutamente strepitosa.
Facendo un esercizio di meditazione concentrato su un unico, saggio, liberatorio mantra: ECCHISENEFREGA.
Ingredienti per una tortiera di 26 cm 
220 g di burro morbido
200 g di farina 00
200 g di zucchero
4 uova medie
1 cucchiaino di lievito
5 mele rosa dei Monti Sibillini
gelatina di mele cotogne
3 cucchiai di Brandy
Sbucciate le mele, dividetele a spicchi e quindi riducetele a fettine dallo spessore di 5 mm.
Mettetele in una ciotola, versatevi il Brandy e mescolate con un cucchiaio. Coprite con la pellicola e fate riposare il tempo che preparate l'impasto.
Separate i tuorli dagli albumi.
Sbattete i tuorli con lo zucchero fino ad ottenere un composto gonfio e pallido.
Incorporate il burro che deve essere ben morbido ma non sciolto, e lavorate la cream fino a che non sarà uniforme.
Successivamente unite piano alla volta, la farina setacciata con il lievito.
Per ultimo aggiungete gli albumi, che avrete montato a neve ben ferma. Prima un cucchiaio per ammorbidire l'impasto, quindi successivamente il resto che dovrete incorporare con una spatola, mescolando dall'alto in basso.
Foderate la tortiera con carta da forno quindi versate la metà dell'impasto e distribuitelo su tutta la base aiutandovi con una spatola.
Sgocciolate le mele e distribuitene metà sulla superficie in senso circolare non troppo vicine l'una dall'altra, infilandole leggermente nell'impasto in maniera obliqua.
Coprite le mele con il resto dell'impasto e ripetete l'operazione con il resto delle mele, sistemandole con grazia sulla superficie, senza spingerle troppo nell'impasto.
Cuocete a 180° per c.ca 45/50 minuti (fate la prova stecchino), e fino a che la superficie non sia bella dorata.
Lasciate intiepidire su una gratella quindi sformate e spennellate la superficie con gelatina (io di mele cotogne) o con marmellata di pesche o albicocche diluita con una goccia di brandy.


mercoledì 21 gennaio 2015

Crème brulé di Martha Stewart per lo Starbooks di gennaio

La valse d'Amelie
Ve la ricordate Amelie?
Una giovane ragazza con un gusto pronunciato per i piccoli piaceri della vita: immergere la mano in un sacco di legumi; spaccare la crosticina di una crème brulé con la punta del cucchiaino e far rimbalzare sassi sull'acqua del Canal Saint Martin....
Beh, alla crosticina spaccata della crème brulée, la dolce Amelie mi aveva già conquistato, perché io provo lo stesso piacere.
Se solo la crème brulé che ho deciso di ordinare fosse anche solo decente....
Allora, perché non seppellire tutte le concenti delusioni che si hanno al ristorante ogni qualvolta decidete di ordinare questo dolce, preparandovelo direttamente a casa?
E se vi dicessi che ho la ricetta perfetta, mi credereste?
Andate a leggere com'è finita questa storia sul sito Starbooks dove troverete una spiegazione dettagliata e tutti i trucchi per realizzarla in maniera perfetta. La Martha non sbaglia un colpo, credetemi.
Allora buona lettura e godetevi il "crock" della crosticina solo per voi.

lunedì 19 gennaio 2015

La ribollita nei canederli e l'incapacità di aprirsi al mondo.

All by myself - Celine Dion
Lo so sono monotematica.
Ma una ragione c'è: io amo la mia Toscana.
Amo la mia città, la mia provincia, la mia regione.
Amo quel senso di orgoglio che mi pervade tutta ogni qualvolta alla domanda: "E tu di dove sei?", alla risposta "di Siena", vedo il mio interlocutore illuminarsi e ribadire la sua invidia, il suo desiderio di tornare, i suoi ricordi.
Non essendo nata qui, sento ancora più grande il privilegio di viverci, la fortuna che mi è stata concessa dal destino ed un pochino anche il senso di responsabilità che mi crea la mia professione.
Perché parte del mio lavoro si concretizza proprio vendendo la mia terra a viaggiatori di tutto il mondo.
E se è vero come è vero (statistica diffusa dall'ENIT) che il 70% dei capolavori artistici mondiali si trova in Italia, e di questo, il 70% è in Toscana, una ragione per tanta bellezza ci sarà.
Perché sicuramente il genio è genio, ma ci vuole anche una musa ispiratrice e questa terra lo è stata per molti nel tempo.
Poi ci sono i toscani.
Difficili eh!
Non date retta al tipo burlone, caciarone, sempre pronto alla battuta, il più delle volte fornita di punta al cianuro, che ci propinano i tanti comici che impazzano sul piccolo schermo.
Si, un pochino gli assomigliano a questi "maledetti toscani", ma come dice una famosa canzonetta, "oltre la burla c'è di più".
Io devo ancora capirli e mi ci vorrà tutta la vita, senza per altro trarre una conclusione credibile.
Già è difficile gestire il senese credetemi.
Tutto arroccato dentro il suo "castello", dentro le su' mura che spesso e volentieri sono talmente fortificate da arrampicarsi fino dentro la sua testa.
Nulla di male per carità. E' forse proprio questa chiusura che ha preservato la mia città nella sua cristallizzata bellezza, ma tante volte mi trovo a combattere vere e proprie battaglie con amici e conoscenti che non mi procurano certo simpatie e benevolenza.
Immaginate una pazza che per vivere apre le porte al mondo, scontrarsi contro chi invece le porte le vuole ben chiuse in un moto di folle possessivo amore.
Dovremmo sempre ricordarci che qualcuno aveva già capito tutto della forza e magia di questo luogo e della sua necessità di aprirsi al mondo. Una scritta potente sulla Porta Camollia, l'accesso Nord della città, dice: "Cor magis tibi Sena pandit".
Siena ti apre il suo grande cuore.
Chiusure a parte, c'è una cosa in cui i senesi, ed i Toscani tutti sono maestri: l'uso del pane in cucina.
Del pane fresco, raffermo o secco.
Alcune delle ricette di recupero che hanno fatto il giro del mondo, arrivano da qui, che si parli di Panzanella, Pappa col pomodoro, fettunta, Cacciucco, Ribollita o minestra di pane, senza questo ingrediente di base, questi piatti perderebbero il loro senso intrinseco.
Ecco perché quando Monica, vincitrice dell'ultima edizione dell'MTC, ci ha proposto i suoi Canederli, non avevo neanche finito di leggere il post che già pensavo a come poter infilare la ribollita dentro queste palline di pane.
Il motivo è che io amo questo piatto, moltissimo. Non avevo neanche aperto il blog che già postavo la mia ribollita sul crostone di pane. Non ho la pretesa di detenere la ricetta originale perché se c'è qualcosa di estremamente radicato alla storia di ogni famiglia è proprio questo piatto, ma posso dire che la mia ribollita è quella che trovate qui.
Ho avuto molti dubbi, perché trasformare una zuppa in una polpetta non è qualcosa di immediato. Mettere il pane nella zuppa è facile.
Come si fa invece a mettere una zuppa dentro il pane?
Ingredienti per 4 persone
Per la ribollita 
1 mazzetto di bietola (c.ca 100 g)
1 carota grande
1 mazzo di cavolo nero (220 g)
200 g di cavolo verza
200 g di cavolo cappuccio
1 patata grande
1 cipolla
1 spicchio d'aglio
1 foglia di alloro
1 gambo di sedano
1 rametto di rosmarino
1 ciuffo di prezzemolo
500 g di fagioli cannellini (peso da cotti)
2 cucchiai di passata di pomodoro
pepe - sale qb
Olio extravergine (io Terre di Siena Dop)
Per i canederli
300 g di pane Toscano raffermo
2 uova medie
150 ml di latte
pepe - sale
Per il brodo vegetale
1 carota
1 costa di sedano
3 foglie di cavolo nero
1 ciuffetto di prezzemolo
2 cucchiai di passata di pomodoro
sale qb
Per il brodetto di cannellini
300 g di fagioli cannellini (peso da cotti)
brodo vegetale
2 foglioline di salvia
1 rametto di rosmarino
olio extravergine Terre di Siena Dop
sale qb - pepe nero.
Preparate la ribollita, meglio farla con uno o due giorni di anticipo.
Tenete a bagno i fagioli in acqua fredda con un cucchiaio di sale grosso per almeno 8 ore, quindi cuoceteli in abbondante acqua salata con uno spicchio d'aglio ed una foglia di alloro fino a che saranno morbidi ma non sfatti.
Tenete da parte una ciotola di questi fagioli ed il resto invece riducetelo in crema con un mixer ad immersione (eliminate prima la foglia di alloro). Tenete in caldo questo brodo che vi servirà a cuocere la zuppa di verdure.
In una larga casseruola, fate passire a fiamma dolce un trito grossolano di cipolla e sedano, il rametto di rosmarino, in 3 cucchiai abbondanti i olio extravergine.
A parte tritate il prezzemolo e quando il fondo sarà pronto, aggiungete la passata di pomodoro e mescolate bene. Fate insaporire per due o tre minuti quindi aggiungete il prezzemolo.
Cominciate ad aggiungere le verdure che avrete preventivamente pelato e pulito.
Per prime carote e patate. Mescolate bene ed aggiungete un mestolo di brodo di cannellini.
Fate cuocere una decina di minuti, quindi aggiungete le bietole ed i cavoli tutti tagliati sottilmente e mescolate bene.
Coprite a filo con il brodo di cannellini e fate cuocere a fiamma dolce per almeno un'ora mescolando di tanto in tanto.
A c.ca 15 minuti dalla fine, aggiungete anche i fagioli cannellini tenuti da parte.
Mescolate e terminate la cottura.
NOTA: per fare i canederli non vi servirà tutta la ribollita che avrete preparato ma solo una parte.
In ogni caso vi resterà una buona zuppa di verdure da riscaldare per ottenere l'originale "ribollita"(con la sua aggiunta di pane raffermo).
Preparate il brodo vegetale mettendo a cuocere in abbondante acqua fredda, tutte le verdure precedentemente pulite e tagliate a pezzi, la passata di pomodoro, ed un cucchiaio di olio extravergine. Aggiustate di sale a metà cottura.
Cuocete per cca 45 minuti quindi filtrate e tenete da parte.
Preparate il brodetto di cannellini, mettendo i cannellini cotti in un bicchiere per mixer a immersione.
Aggiungete un mestolo di brodo vegetale, la salvia ed gli aghi di un rametto di rosmarino, un pizzico di sale, pepe e frullate il tutto.
Valutate la consistenza, che deve essere vellutata e fluida.
In caso aggiungete ancora brodo ed un cucchiaio di olio extravergine. Tenete da parte.
E adesso passiamo ai canederli.
Riducete il pane in dadini di un cm di lato e metteteli in una larga ciotola. Dovendo trattare con del pane duro, io ho pensato bene di tagliarlo in anticipo e lasciarlo asciugare all'aria per due giorni, ottenendo così una pane secco ma non duro marmato.
Essendo la ribollita un piatto con una buona quantità di liquidi, ho dovuto calibrare bene la quantità di latte ed uova per ammollare il pane, per non rischiare che le palline di pane si disfacessero durante la cottura.
Così sono partita con un uovo e mezzo bicchiere di latte.
Ho sbattuto bene ed ho versato il tutto sul pane.
Ho mischiato bene con le mani ed ho aspettato 20 minuti per capire il livello di umidità.
Trascorso il tempo, il pane era morbido ma non troppo umido quindi ho cominciato ad aggiungere la "ribollita", prelevando le verdure un con mestolo forato.
Prima di aggiungerle al pane, ho strizzato bene con le mani per togliere la parte brodosa ed ho cominciato a mischiare il composto di pane.
Ho fatto in modo che nell'impasto restassero dei pezzi di verdure un po' più grandi.
Ho continuato via via ad aggiungere la zuppa fino a che non ho ottenuto un composto malleabile e sostenuto.
Ho assaggiato ed aggiunto una bella macinata di pepe e un pizzico di sale quindi ho formato delle palline di 4 cm di diametro.
Dopo aver portato ad ebollizione il brodo vegetale, ho cotto i canederli pochi alla volta, mantenendo il bollore al minimo, per non compromettere la forma delle mie palline.
Non ero molto fiduciosa sul risultato perché avevo molto timore che le palline si sarebbero disfatte non appena avessero toccato il brodo.
Invece con grande sorpresa, non solo hanno mantenuto la forma ma si sono cotte alla perfezione, assorbendo bene il brodo.
Ho cotto i canederli per c.ca 4 minuti.
Mentre i canederli si cuocevano, ho scaldato il brodetto di cannellini e l'ho versato nel piatto di portata.
Con un cucchiaio, ho sollevato i canederli dal brodo e li ho sistemati delicatamente sul brodetto di cannellini.
Un bel filo d'olio extravergine, una macinata di pepe e in tavola!
Al taglio, come avevo sperato, hanno fatto capolino le verdure tagliate grossolanamente ed i fagioli.
Il brodo di cannellini in cui li ho serviti, è la morte gloriosa del Canederlo di ribollita!

Con questa ricetta partecipo con piacere all'MTC nr 44 con i Canederli di Monica




martedì 13 gennaio 2015

Sardegna on my mind capitolo primo: torta di Sapa di arance.

Happy Birthday - Steve Wonder
Considerando la natura della sottoscritta, predisposta da sempre ad essere soggiogata da passioni alterne e mutevoli, è pressoché un miracolo che allo scoccare dei 4 anni, questo spazio sia ancora qui ed io con lui, senza vergogna a raccontare storie.
Ultimamente ho l'impressione che questo blog sia sempre meno "cibo dipendente" e più "viaggio compulsivo",  ma vero è che trovo difficile parlare di cibo senza  raccontare dei luoghi in cui questo nasce.
Poi, diciamola tutta: spesso mi rendo conto come il mio lavoro condizioni tutta la mia vita e voi ne paghiate le spese.
Cosa si può pretendere da un'agente di viaggio, che per vivere cerca di vendere il bisogno di partire?
Non perderò tempo in inutili autocelebrazioni per questo ennesimo doppio compleanno. La trovo una delle robe più noiose ricorrenti sul web.
Desidero invece rimettere insieme le sensazioni di un viaggio che ho avuto la fortuna di fare proprio poco prima di Natale, insieme altri 15 amici blogger, nella Sardegna più sconosciuta.
Ospiti della Camera di Commercio di Cagliari e Nuoro, Oristano e Sassari, promotori dell'iniziativa,  siamo sbarcati sull'isola senza sapere cosa aspettarci, e da quel momento la nostra idea di Sardegna non è stata più la stessa.
Pronunci la parola Sardegna e nella tua mente si apre l'immagine di spiagge caraibiche, insenature nascoste e seducenti come una donna in amore, ville fantasmagoriche, sfacciata vita notturna e panfili ormeggiati dietro casa.
Sardegna buen retiro dei Vip del Jet Set, e per una volta mi viene da dire: "che noia".
Ma, e i Sardi dove sono? E soprattutto chi sono?
Giunti a Cagliari in una giornata di sole dicembrino che sfiorava i 20°C, siamo partiti per il Sarrabus, una regione geografica nel sud-est dell'isola. Mai sentito parlare di Sarrabus?
Tranquilli, non siete i soli.
Questa parte di isola, dall'area piuttosto estesa, racchiude i quattro comuni di Castiadas, Muravera, Villaputzu e San Vito.
Tanto per risvegliare ricordi sopiti, forse avrete sentito parlare di Villasimius, rinomata località balneare dai lussuosi villaggi turistici. Purtroppo è una nota dolens, ma quando chiunque racconta quest'isola, lo fa attraverso le sue spiagge e non i suoi paesi.
Giuseppina, la nostra ospite, ci svela il paradosso di cui è prigioniera la sua terra. Tutti arrivano in Sardegna per il suo mare, ma il rapporto tra il mare ed il suo popolo è da sempre combattuto.
L'economia dell'isola tutta è primariamente agricola. Come dire: vivere su un'isola ed chiudersi alle spalle il mare. I sardi non sono navigatori che si sono lanciati alla conquista del mondo attraverso l'acqua. Pochi sono fuggiti per cercare fortuna altrove e l'isola è diventata "isolamento".
La terra è sempre stata generosa ed il mare con i suoi prodotti si è trasformato in risorsa economica soltanto negli ultimi 50/60 anni.
Quindi, pensateci bene quando tornerete in Sardegna e cercherete un ristorante di pesce convinti che se siete su un'isola dovete PER FORZA mangiare una frittura di paranza. Qui non è proprio così.
Ma per accontentare quelli come noi, che alla parola mare associano pescato, ci hanno pensato gli amici della Cooperativa Pescatori di Feraxi (da pronunciare Feraji). All'interno di una laguna dalla bellezza commovente nel comune di Muravera, da meno di un anno è stato aperto un Ittiturismo dove il pesce allevato viene servito freschissimo nei locali della Peschiera.
Lo chef Franco Solinas ha messo a dura prova i nostri appetiti con un carosello di piatti a dir poco incredibili, tutti realizzati con pescato del giorno e che ci hanno viste ripartire tramortite dalla qualità e quantità di quanto assaggiato. 
Quello con Feraxi, è stato il primo e l'ultimo contatto con il mare vissuto durante questo viaggio. Assolutamente indimenticabile ovviamente, ma quasi un elemento "onirico" perché la Sardegna nei miei pensieri adesso ha ben altri colori ed orizzonti.
San Vito è il borgo che ci ha ospitato le prime due notti del nostro viaggio.
Vi racconterò con maggiore dettaglio di questo paese nel prossimo capitolo di questa avventura, perché adesso voglio soffermarmi sull'accoglienza che ci è stata fatta dalle persone di questo luogo.
Alcuni cittadini di S. Vito hanno visto bene di recuperare antiche abitazioni e trasformarle in una sorta di "albergo diffuso" (come va tanto di moda oggi),  realizzando dei b&b di charme che collaborano attivamente l'uno con l'altro come vorrebbe la migliore delle strategie turistiche.
All'interno della romantica Casa Camboni, dove ho alloggiato, siamo state coinvolte in numerose attività in cucina, ma soprattutto non è mancata la convivialità intorno ad una bellissima tavola imbandita come nei migliori giorni di festa.
Osservare donne vivaci ed entusiaste raccontarci i piatti della tradizione con l'orgoglio che brilla negli occhi sorridenti, non ha assolutamente prezzo.
E' in questi momenti che mi sento assolutamente privilegiata e realizzo che aver aperto il blog è stato uno dei regali più belli che potessi farmi.
Anche alcune di noi sono state messe al lavoro...i nostri ospiti non sanno che per noi infilare le mani in pasta è una delle gioie più grandi (e l'espressione di Federica  in photobombing è più che eloquente).
La casa è piena di donne, come doveva essere un secolo fa, e la sensazione è così familiare e confortante che penso di non avere più voglia di andarmene.
Mani che lavorano, braccia forti che mescolano, governano il fuoco, dita agili che ricamano pasta sfoglia come fosse un merletto, occhi accesi, sorrisi. Una serata meravigliosa
Ho difficoltà a darvi l'elenco di tutti gli incredibili piatti che ci sono stati presentati i questa prima cena di benvenuto. La stanchezza del viaggio, le emozioni e le tante persone incontrate hanno tirato un brutto scherzo a questa memoria vacillante.
Ma la sensazione più bella posso dire di averla provata la mattina dopo, durante la colazione, nel silenzio di un borgo addormentato e già baciato dal sole.
Scendere e trovare una tavola imbandita di tantissime cose buone mi ha ricordato la mattina di Natale da bambina. E credo che anche voi mi darete ragione.
Prima di lasciare la casa, ho passeggiato nel piccolo patio interno, circondato da piante sempreverdi e lì, timida e modesta, spiccava l'ultima rosa della stagione. Il migliore buongiorno di sempre.
E ADESSO vi lascio con la prima ricetta, quella di un dolce che ci ha fatte prigioniere appena arrivate. Una torta di casa scoperta a Feraxi e ritrovata a Casa Camboni e che per tutto il tempo trascorso nel Sarrabus ha costituito argomento di accesa conversazione (siamo malate, non ci si può fare nulla).
In primis questa incredibile Sapa.
Che non saprei come definire se non una sorta di caramello liquido ricavato dal succo di diversi frutti: esiste di fichi, di melagrana, di arancia ma credo anche di molti altri frutti. Tutte le donne di questo territorio la fanno in casa quindi non si può acquistare da nessuna parte.
Il procedimento per farla è banalissimo ma quando assaggi il risultato finale, sei afferrato dalla frenesia di metterti subito all'opera.
Con la Sapa, che è sorella della Saba romagnola o del vincotto pugliese, qui ci fanno una torta meravigliosa.
Io ho usato la ricetta di Casa Camboni e posso dire che è assolutamente perfetta.
La condivido davvero con gioia e spero che proverete a rifarla.
SAPA DI ARANCE
1 litro di spremuta di arance filtrata
700 g di zucchero semolato
Versare il succo di arancia in una casseruola dal fondo spesso ed aggiungere lo zucchero.
Mescolare bene quindi accendere la fiamma a fuoco molto dolce.
Far cuocere c.ca 1h30/2 ore senza mai alzare la fiamma e rimestando ogni tanto.
Si formerà costantemente una schiuma in superficie che dovrete rimuovere con una schiumarola.
La sapa sarà pronta quando avrà preso un colore caramello/rame e la consistenza sarà quella del miele.
Il punto di cottura è importante perché se si cuoce troppo a lungo diventa amara e si indurisce.
Tenete presente che una volta fredda la sapa tenderà comunque ad addensarsi.
Si conserva molto a lungo in vasetti di vetro ermetici.
E' stupenda su formaggi stagionati o ricotta freschissima.
Attenzione: crea dipendenza!
TORTA DI SAPA
Per uno stampo da 26/28 cm di diametro
600 g di farina 00
4 uova medie a temperatura ambiente
200 g di zucchero
300 g di sapa di arance
250 ml di olio extravergine (io ho usato Trevi DOP)
2 bicchieri di latte a temperatura ambiente
2 bustine di lievito
2 cucchiai di saporita (misto spezie tipico reperito in Sardegna)
la scorza grattugiata di 1 arancia ed 1 limone non trattati
Montate bene con la frusta elettrica le uova con lo zucchero, fino a che il composto non sia bello chiaro e voluminoso,(almeno una 10na di minuti).
Successivamente continuando a montare, aggiungete la sapa, l'olio, gli aromi e le scorze di agrumi.
Setacciate bene la farina con il lievito ed incorporatelo al composto in 3 tempi, alternandolo con il latte e terminando con la farina. Potete continuare ad usare la frusta o, a scelta, una spatola di gomma.
Imburrate e foderate una tortiera con carta da forno quindi versate il composto e fate cuocere in forno preriscaldato a 180°, per 45/50 minuti. Fate comunque la prova stecchino.
Togliete dal forno e fate raffreddare una decina di minuti, quindi versate la sapa sulla superficie del dolce e cospargetelo a piacere di confettini colorati.
Servite a temperatura ambiente.
Resta morbida per giorni se conservata coperta da pellicola o in una tortiera protetta dall'aria.

mercoledì 7 gennaio 2015

Avanti veloce: Maki di galette con grano saraceno ripieni di indivia e speck croccante.

Putesse essere allero - Pino Daniele 
Sarà che quando scavalchiamo la mezzanotte del 31 dicembre addentrandoci nel buio di un nuovo anno  io non mi sento mai troppo allegra.
Sarà che sono nata a gennaio e che insieme all'anno appena passato, se ne va subito anche un altro della mia vita.
Sarà che quando insieme ad un anno si spegne anche un grande artista le cui canzoni sono legate a doppio filo alla tua spensieratezza giovanile, prova tu a darti risposte consolanti agli inevitabili perché.
Sarà che sono un anno più vecchia.
Beh, saranno tutte queste cose ma non ce la faccio a scrivere un post edificante, pieno di buoni propositi, maturo, consolatorio, ironico, intelligente.
Anzi.
Avrei voglia di scrivere qualcosa di assolutamente sguaiato, balordo, maleducato, cinico, beffardo, cattivo, 'gnorante e ciuco.
Liberatorio insomma.
Ma puntualmente non lo farò perché di sguaiatezza ce n'è più che a sufficienza intorno a noi.
Riemergo mezza influenzata dai bagordi delle feste, con qualche centimetro di ricrescita bianca sui miei capelli e di ciccia sui miei fianchi e mentre mi guardo allo specchio cercando di riconoscermi (vi capita mai di guardarvi dritte negli occhi e trovarvi estranee?), provo a convincermi che basterà una tinta ed una dieta a rimettermi in forma.
Ci sono momenti, molto più frequenti ultimamente, in cui la memoria si prende gioco di me, lanciandomi random, immagini di me ragazza, di luoghi, voci, risate, musica.
Situazioni che mi sembra impossibile avere vissuto, ricordi abbandonati nella fretta di andare, chissà dove poi.
Come se la mia vita sia andata avanti veloce, governata da un telecomando impazzito nelle mani di un bambino capriccioso.
Invece sono ancora qui, davanti a questa tastiera, e mi sembra in realtà di non essere mai andata più lontana di così.
Certo che quando ho voglia di amareggiarmi, ci riesco bene.
La prima ricetta dell'anno è qualcosa di semplice travestito da ricetta figa. Perché non c'è più nulla di rustico di una galette al grano saraceno, quelle che usiamo per preparare le famose Galettes Bretonnes, crepes salate ripiene di prosciutto, formaggio e uovo all'occhio di bue che molti di voi avranno almeno una volta mangiato in Francia.
Con le galette di grano saraceno si possono fare moltissime preparazioni gustose e questa è un'idea che mi è venuta per l'ultimo numero di ThreeF dedicato ai finger food.
Potete sfogliarlo proprio qui accanto.
Provateci, sono deliziose e facili nonostante le diverse preparazioni.
PER 4 persone
Per le galette
20 g di burro salato fuso
1 uovo
150 g di farina di grano saraceno
2 cucchiai da minestra di farina 00
150 ml di latte
150 ml di acqua
1 pizzico di sale
1 noce di burro per la cottura
Per il ripieno
3 cespi di Indivia belga
1 porro
1 noce di burro
100 g di robiola di capra
4 fette di speck tagliato non troppo sottile
sale – pepe macinato fresco
Preparate la pastella per i Maki. Fate fondere il burro e tenetelo da parte.
Versate le due farine ed il sale in una ciotola, mischiatele con un cucchiaio quindi fate una fontana.
Sbattete l’uovo e versatelo nella fontana. Cominciate ad incorporare la farina mescolando ed aggiungendo il burro a filo.
Successivamente versate lentamente la miscela di latte ed acqua  e cominciate a mischiare con una frusta fino ad ottenere una crema fluida.
Fate riposare coperta per un’ora.
Intanto preparate il ripieno.
Lavate con cura l’indivia eliminando le foglie esterne e la base dura.
Affettatatela a rondelle sottili.
In una larga padella fate sciogliere il burro e cuocete il porro affettato sottilmente, facendolo passire a fiamma molto dolce per circa 5 minuti. Quando sarà morbido (se necessario aggiungete un cucchiaio d’acqua), aggiungete l’indivia e continuate la cottura a fiamma media.
Mescolate il porro e l’indivia e fate stufare per c.ca 8 minuti, salando alla fine della cottura.
Tenete da parte e fate raffreddare.
Versate la verdura in una ciotola ed aggiungete la robiola.
In una padella antiaderente molto calda, mettete le fette di speck e fatele rosolare su entrambi i lati fino a che non siano croccanti.
Toglietele dalla padella ed asciugatele fra due fogli di carta assorbente. Riducetele a grosse briciole e tenete dei pezzettini per decorare i Maki.
Aggiungete lo speck alle verdure e robiola e mescolate bene con un cucchiaio di legno.
Il ripieno è pronto.
Cuocete le galette.
In una padella antiaderente di c.ca 30 cm di diametro mettete una noce di burro e fatela sciogliere. Quando è ben calda, versate un mestolino di pastella e ruotate il fondo della padella per far spandere l’impasto su tutta la superficie.
La prima galette vi servirà ad aggiustare la temperatura, inoltre non dovrete aggiungere burro per le successive cotture.
Quando i bordi cominceranno a staccarsi ed a dorarsi, ed al centro compariranno dei piccoli buchi, con una spatola sottile girate la galette e proseguite la cottura. Vi serviranno da 1 a 2 minuti a lato.
Impilate le galette per tenerle calde via via che le fate.
Stendete le galette su un tagliere e spalmatele con il ripieno.
Arrotolatele su loro stesse e ricavate i Maki tagliando dei rotolini di c.ca 4 cm di altezza.
Con un pochino di ripieno rifinite il Maki ed guarnitelo con lo speck croccante.
Serviteli a temperatura ambiente. 

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