mercoledì 25 febbraio 2015

Torta morbida alle fragole e limone: quando sono diventata madre.

You're the sunshine of my life - Steve Wonder
Tredici anni fa a quest'ora giacevo annientata dall'anestesia in un lettino d'ospedale.
Mentre lentamente emergevo dalla nebulosa dell'incoscienza, cercavo di mettere a fuoco l'esserino frignante che si agitava nella culla sistemata al mio fianco: un robino lungo lungo, pieno di peli, capelli, e dalla pelle giallognola che, a dirla tutta io non riconoscevo, perché l'ex abitante della mia pancia aveva assunto nella mia testa, nell'arco di quei nove mesi, le decise sembianze di un angelo.
Si, insomma, uno di quei bambini della pubblicità, tutto guance, fossette, pelle rosea e sorrisoni.
Lei, il mio robino lungo, tutto era tranne che angelico.
Anzi, bruttarello in verità.
Poi niente, non sapevo dove mettere le mani, né avevo idea di come si maneggiasse tale oggetto.
Tutto quello che potevo sentire, era un dolore continuo, una debolezza spaventevole.
Immobile a letto, osservavo le altre mamme muoversi veloci intorno alle culle, cambiare i propri bambini, allattare, tornare ad una parvenza di normalità.
Io invece niente.
Vivevo in attesa di una montata lattea che non arrivava e di una creatura affamatissima che, stufa di non ricevere segni di vita dalle mie mammelle per altro gonfissime, vide bene di innamorarsi del biberon e chi s'è visto s'è visto.
Care amiche lettrici che siete già mamme e voi che lo diventerete un giorno, non credete a chi vi dice che la maternità è insita in ognuna di noi. Balle.
Tutto questo fiume d'amore che vi inonda non appena vi mettono fra le braccia il vostro bambino....mah.
Siamo piuttosto creature smarrite, che cercano di capire quale genere di alieno sia potuto uscire dal nostro corpo, realizzando immediatamente che quell'esserino rumorosissimo non farà nulla da solo per almeno i prossimi due, tre anni.
Credetemi, madri non si nasce.
Nessuna di noi è pronta a diventarlo, e la maggior parte di noi lo fa in maniera del tutto incosciente.
La natura.
La natura ci toglie ogni capacità razionale altrimenti nessuno di noi si riprodurrebbe considerando la situazione.
Ho capito di essere totalmente e indissolubilmente legata a mia figlia intorno al suo terzo mese di vita. Prima c'è stato di tutto: depressione, pianti, rabbia, paura, lancio dell'infante sul letto, terrore di non farcela.
Fu un suo sguardo, uno di quelli per cui potesti gettarti in fondo ad un dirupo.
Un lungo sguardo di adorazione, gioia, eccitazione rivolto proprio a me e a nessun altro.
Non un giocattolo, non un oggetto. Ma a me sola.
In quel momento sono diventata la mamma di Alice.
Non ho mai mancato un appuntamento con il suo compleanno anche in questo blog.
Che Alice è cresciuta lo si vede dalle torte che le ho preparato.
Ci sono state scarpette da ballo e mille piani per una principessa, per poi dirigersi verso la morbidezza di una ciambella alla panna. 
Stavolta ancora un segno di primavera che si avvicina con una torta morbida, confortante, e facilissima, con le prime fragole avvolte dal profumo del limone.
Ma la torta ufficiale per la sua festa è già stata ordinata.
Perché non sembra, ma la ragazza comincia ad avere le idee molto chiare e pare che la sua torta preferita sia in assoluto un certo cheesecake. 
Vi lascio gli ingredienti per questo dolce buonissimo e facile, al quale potrete abbinare la frutta che preferite, o addirittura nulla, per poi tagliarlo e farcirlo come più vi suggerisce la fantasia.

Ingredienti per uno stampo a cerniera da 24/26 cm 
NOTA BENE: TUTTI gli ingredienti devono essere a temperatura ambiente
200 g di farina
80 g di fecola di patate
5 uova grandi
180 di burro morbido
100 g di yogurt bianco magro
50 g di panna fresca
la scorza grattugiata di 2 limoni non trattati
250 g di zucchero semolato
2 cucchiai di limoncello
1/2 bustina di lievito
1 cucchiaino di estratto di vaniglia
200 g di fragole, lavate e tagliate a metà
zucchero a velo per rifinire

Per la decorazione:
100 g di cioccolato fondente
una decina di fragole
Rompete le uova e separate gli albumi dai tuorli.
Nella ciotola della planetaria montate il burro morbido e lo zucchero con la frusta, opre c.ca 5 minuti a velocità media, fino ad ottenere un composto soffice e pallido.
A questo punto cominciate ad aggiungere i tuorli, uno alla volta, senza aggiungere il secondo prima che il precedente non sia stato completamente amalgamato.
Mentre la frusta continua a montare aggiungete la panna e lo yogurt che avrete miscelato bene insieme con un cucchiaio, la scorza dei limoni, la vaniglia, il limoncello.
Senza smettere di montare, aggiungete un cucchiaio alla volta, le farine setacciate con il lievito.
Una volta incorporata la farina, fermate la frusta.
Montate a neve ferma gli albumi ed incorporateli con estrema delicatezza al composto, usando una spatola di gommapiuma, e miscelandolo dall'alto in basso.
Versate il composto nello stampo già imburrato e infarinato sistemate sulla superficie le fragole divise, disegnando dei cerchi concentrici.
Mettete in forno a 180° e cuocete per c.ca 60 minuti. Fate la prova stecchino.
Mentre la torta cuoce, fate fondere a bagno maria la cioccolata ed immergetevi le fragole ben lavate ed asciugate.
Fate indurire la cioccolata su un foglio di carta da forno.
Una volta pronta la torta, fatela raffreddare per c.ca 15 minuti e poi sformatela e mettetela su una griglia.
Fa fredda, rifinite con lo zucchero a velo e le vostre fragole al cioccolato.
Servite la torta con una cucchiaiata di panna semimontata.

lunedì 23 febbraio 2015

Sardegna on my mind parte terza: dialogo con gli angeli

There must be an angel - Eurythmics
Non è stato facile raccontare quattro giorni di viaggio intenso in cui si sono alternati microcosmi lontani anni luce l'uno dall'altro.
La Sardegna è un'isola che riserva incredibili sorprese, forti emozioni e stati d'animo a volte complessi, che virano implacabili verso un senso di disagio, di sofferenza.
Oltre il sole, la struggente bellezza, il cibo indimenticabile, è la timidezza gentile delle persone, i paesaggi brulli e severi, i racconti di vite vissute con fatica e dolore, il desiderio di riscatto ed il successo acchiappato con ferrea volontà. Questo è quanto mi rimane di un primo e breve approccio ad un luogo che ho capito di non conoscere assolutamente.
L'ultima parte di questo viaggio, cominciato in un sud dalle temperature estive, si è spostata nel centro nord, esattamente a Nuoro (Nugoro in sardo), una città situata su un altopiano granitico nel cuore della Barbagia.
Il centro storico è molto piccolo e non lo abbiamo potuto visitare con dovizia di tempo.
Tutta la nostra attenzione è stata catturata da un ristorante-concept store assolutamente splendido, il Montiblu, nato dall'irrefrenabile entusiasmo di Battistino Menneas che, con la moglie, ha dato vita ad un luogo di incantevole gusto e atmosfera.
Il Montiblu è ristorante tradizionale, sala da te, laboratorio creativo, boutique dove trovare capi della collezione di Marras ed oggetti di arredamento originali, irresistibili per un gruppo di assatanate foodblogger. L'eleganza rilassata dell'ambiente è tale per cui avremmo potuto trascorrere l'intera giornata là dentro senza mai stancarci di scoprire cose nuove.
Il pomeriggio invece è stato trascorso in una casa privata a Orgosolo, dove la Sig.ra Franca e la figlia Giuseppina ci hanno mostrato cosa possono produrre mani instancabili ed esperte.
Con gli occhi attenti ed il respiro trattenuto, ho osservato un velo di pasta lievitata trasformarsi in un cuscino di pane. Tutto questo con una velocità di cui non ci si può capacitare.
Il pane Carasau si può fare anche in casa (volendo), ma non garantisco il risultato.
Si tratta di una miscela di farina di semola (2 parti) più una parte di semola rimacinata a cui viene aggiunta una minima quantità di lievito di birra, acqua (50% della farina usata), sale.
L'impasto va lavorato a lungo e richiede riposo, quindi trasformato in panetti che vengono stesi prima a a mano e poi attraverso una macchina che ricava sottilissime sfoglie.
Il passaggio in forno è velocissimo. Le sfoglie di farina si gonfiano creando un pallone che poi viene diviso a metà lungo il punto di sutura ed ogni foglio sottile ottenuto, ripassato in forno a tostare.
In questi luoghi praticamente ogni famiglia si fa il pane in casa e non posso negare che appena sfornato, così croccante, crei dipendenza.
Terminare questo incredibile pomeriggio lungo le strade di Orgosolo, mi ha fortemente emozionato.
Oggettivamente questo paese non è bello. Non ha monumenti, mirabili palazzi, piazze eleganti.
E' un luogo sperduto, in cui non passi se non devi andarci per qualche ragione.
Una ragione in effetti c'è, e sono gli incredibili murales che decorano gran parte delle case del centro.
Dipinti realizzati da artisti internazionali e dagli studenti dell'istituto d'arte della città.
Molti di questi di una bellezza selvaggia ed inquietante.
Battistino, nativo di Orgosolo, ci ha guidato lungo le strade buie del centro.
Nel dicembre prenatalizio, la cittadina è deserta e priva di illuminazione. I lampioni che costeggiano le vie, spenti.
"Non sono spenti" - ride Battistino. "E' che hanno cominciato a sparare alle luci. Lo fanno tutti gli anni fino a Capodanno!"
Riflettendo sull'occupazione preferita dei cittadini in questo periodo, mi rendo conto che le uniche luci sulla strada, sono quelle che provengono dai bar. Ce ne sono tanti. Pieni di uomini.
In strada nessuno.
Cerco di scattare una foto ad un murales particolarmente bello, ma è talmente buio che non mi accorgo delle presenze entrate nell'inquadratura.
Soltanto dopo, mentre cerco di capire se l'immagine è nitida, le vedo.
Due fantasmi. Due donne. Due presenze nere e silenziose che si muovono velocemente lontane da noi.
Di tutti gli scatti raccolti in questo viaggio, quello che vedete qui sopra è quello a cui sono più affezionata.
Non è perfetto. Ho dovuto schiarire molto l'immagine presa praticamente al buio.
E' sgranata, imprecisa, eppure quando guardo queste due donne coperte di nero dalla testa ai piedi, mi si stringe il cuore e provo un profondo senso di rispetto.
Lasciata Orgosolo, città fantasma, abbiamo aperto un dialogo con gli angeli.
Canne al Vento è il ristorante di Genoveffa, donna energica e volitiva, che lavora nella ristorazione ormai da 44 anni, prendendo le redini del ristorante dopo la morte del marito.
Genoveffa è conosciuta per realizzare le Sebadas più buone della zona, e forse anche dell'isola, ed è grazie alla sua ospitalità che abbiamo potuto osservare la nascita di due capolavori della cucina isolana.
Su Fillindeu.
I fili di Dio. Che ci crediate o no, vi sono mani che riescono a trasformare la pasta in fili così sottili da assomigliare a fili di lino. Tessuti senza l'aiuto di un fuso, ma solo con l'arte e l'amore per le proprie tradizioni.
Raffaella Marongiu ci ha mostrato come nasce la pasta Nuorese più amata. Su Filindeu è la pasta dedicata a S. Francesco e viene preparata proprio in occasione della festa del Santo.
La leggenda vuole che rifiutare un piatto di questa bontà possa essere foriero di sfortuna, come successe alla sposa che in occasione della festa, non volle assaggiare il brodo benedetto e lo derise, finendo poi in fondo ad un dirupo con il suo cavallo.
Figuriamoci se noi ci permetteremmo mai di rifiutare questa cosa incredibile. Anzi, che ci crediate o meno, anche io mi sono cimentata e ci sono riuscita (non bene come la nostra maestra, ma datemi almeno l'illusione)
Per le foto sopra ringrazio di cuore Alessandra Gennaro e Aurora Cortopassi
Il segreto di questa incredibile pasta è custodito in pochissime cucine nuoresi ed è una tradizione che andrà spegnendosi. Io spero che le giovani donne della zona possano appassionarsi e trasmettere ai propri figli un tesoro che non deve andare perduto.
Anche il nostro gentilissimo ospite, Roberto Sau, responsabile della Camera di Commercio di Nuoro, ha dimostrato doti inaspettate di tiratore di Filindeu.
La pasta tirata, viene poi appoggiata su stuoie di Asfodelo e fatta seccare. Durante l'essiccazione, gli strati di pasta si inarcano e si rompono a pezzi irregolari che poi vengono tuffati nel brodo bollente e serviti con formaggio fresco filante.
I fedeli devoti a S. Francesco, dopo un pellegrinaggio di chilometri, arrivano al Santuario e mangiano finalmente la minestra di Filindeu. In ringraziamento, non offrono denaro ma spesso beni materiali di qualsiasi tipo, anche animali.
La scrittrice Grazia Deledda, descrive i Filindeu nel suo romanzo Canne al Vento.
 
Un pranzo da re che si rispetti, deve concludersi con un dolce.
Le Sebadas di Genoveffa difficilmente lasceranno la mia memoria.
Per chi visita la Sardegna, non è difficile assaggiare questi dolci di pasta sfoglia (a base di strutto), ripieni di formaggio fuso e fritti in olio profondo.
Il formaggio, Caso Furriau, viene sciolto a lungo fino a che non diventa una pasta filante e malleabile. All'impasto viene aggiunta scorza di limone grattuggiata che conferisce freschezza ed un aroma meraviglioso.
Il formaggio, steso come vedete in foto, viene coppato in cerchi, i quali verranno poi sistemati  tra due sfoglie di pasta tirata sottile, ottenendo una sorta di ravioli.
Il tutto fritto e servito caldissimo irrorato di miele sardo ovviamente.
Se siete riusciti a leggere questo post fino in fondo, vuol dire che un po' malati di Sardegna lo siete anche voi.
Vi auguro di avere occasione un giorno di visitare questi posti.

venerdì 20 febbraio 2015

Il carciofo, passione spinosa.

Another one bite the dust - Queen
Il mio amore per i carciofi non è una passione segreta, visto che più volte ne ho parlato in questo blog. E quando la stagione arriva, finalmente (per me) trovo il sistema per studiare nuovi modi per metterlo alla prova.
E' per questo che oggi su Starbooks, troverete questa deliziosa ricetta di Yotam Ottolenghi, che sposa carciofi, fregola e olive di Kalamata.
Vi invito a provare questo piatto, delizioso, leggero, che anticipa la primavera e trova un nuovo significato all'uso della fregola.
Spero che vi piaccia.
Intanto buon week end.

domenica 15 febbraio 2015

Un bacio non è bello se non è un po' scrocchiarello: i miei Baci per l'MTC 45.

Kiss - Prince (Glee version)
Il primo bacio è terrorizzante.
Non ve lo ricordate così?
Beh, nella mia testa qualsiasi bacio dopo il primo si è vestito del giusto abbandono.
Ma non quello, non il primo.
Forse perché tanto atteso, immaginato, studiato, pensato, paventato.
A 17 anni si è già grandicelle ed io a quel tempo ero convinta che se non era ancora successo, a quel punto nessuno mi avrebbe mai baciata.
Fino a quel primo giorno di scuola, in cui l'allora ragazzo per cui avevo perso la testa (e l'ex ragazzo che oggi condivide con me una figlia e qualcosa come 31 anni di vita insieme) decise di venirmi a prendere all'uscita.
Ricordo che passeggiammo per ore nel cuore della nostra città, lungo le strade più romantiche e fuori dai tradizionali itinerari, soffermandoci in vicoli silenziosi e lungo scalinate deserte.
Io sempre più nel panico perché mi chiedevo quando e se lo avrebbe fatto, se mi avrebbe rubato quel benedetto bacio. "Ecco, qui è il posto perfetto...".
Invece niente, continuavamo a camminare senza sapere bene cosa raccontarci, entrambi evidentemente imbarazzati dalla situazione.
Così, quando arrivò il momento di andare, di tornare a casa, ci ritrovammo alla fermata del bus. Ma prima di salire, mi sentii tirare da una parte: il mio primo bacio ha l'odore dei gas di scarico dei pullman e della gomma dei pneumatici riscaldati.
Niente di meno romantico ma nulla di più romantico se ripensandoci ancora oggi mi viene una certa agitazione.
Scivolato via S. Valentino con la velocità con cui è arrivato, mi sono ritrovata a pensare che invecchiando, sono diventata insofferente agli sdolcinamenti.
Dico insofferente per usare un termine delicato, perché certe manifestazioni che qualcuno chiama "romantiche", a me fanno venire l'orticaria.
Chiariamoci: io sono un vecchio baluardo di sentimentalismo, lo sono sempre stata.
Una che ha scritto milioni di lettere, poesie, che si è inventata sorprese, fughe d'amore, regali.
Ma la pretesa di stupire con effetti speciali adesso non c'è più, sostituita da un desiderio di minimalismo, di gesti piccoli ma significativi, di poche parole, ma giuste.
Mi urta tutto quanto è troppo zuccheroso, sbandierato, eccessivo. Che forse con l'età forse si diventa un po' cinici, ma forse no. Forse si ha solo voglia di proteggere dentro di sé la forza di un sentimento che se urlato al mondo, perde di verità, di intensità.
Sono regredita allo stadio intimista della mia adolescenza, quando non smettevo di riguardare il solito film romantico, di rileggere la solita storia di amore tormentato, e di ritrovarmi gli occhi pieni di lacrime ascoltando Historia de un amor.
Quindi sulle frasi/dedica che ho scelto, non mi pronuncio, tanto basta leggere.
Veniamo al dunque.
Prova difficilissima quella di Annarita per la sfida 45 dell'MTC dedicata al cioccolatino più romantico del mondo: Il Bacio.
Ho pensato immediatamente di prendermi una vacanza. Che forse era meglio passare.
Non ho smesso di pensarlo neanche adesso che ho terminato il lavoro, perché per fare le cose bene bisogna essere molto ben organizzati, e anche quando fai le cose come devono essere fatte e qualcosa non va, non funziona, la sensazione di avere comunque fallito ti resta dentro.
Confesso di avere in testa almeno una decina di versioni che mi intrigano da morire, ma con molta probabilità mi fermerò qui, con due Baci, dedicati alle due persone centro della mia vita.
Il primo bacio è dedicato a quell'ex ragazzo all'uscita di scuola.
Che è cresciuto diventando un uomo fighissimo con il sorriso ancora da ragazzo.
Per lui, un cioccolatino ai fichi bianchi del Cilento, sposati a mandorle di Avola ed una punta di vin cotto. In lontananza, il salmastro del rosmarino che ricorda il mare ed il frinire delle cicale (dove è nato il nostro amore).
Ingredienti per c.ca 12 Baci 
Per la ganache
5 fichi bianchi del Cilento
2 rametti di rosmarino
70 g di mandorle di Avola tritate
100 g di cioccolato extra dark al 75% tritato finemente
3 cucchiaini di Vin cotto
70 ml di panna fresca
Per la copertura
300 g di cioccolato fondente
Mettete i fichi in una casseruola coperti appena da acqua fredda ed i rametti di rosmarino, e portate a ebollizione. Fate sobbollire per 10 minuti, quindi spegnete il fuoco e lasciate in infusione per 30 minuti.
Una volta morbidi, scolateli, asciugateli ed eliminate il picciolo.
Tagliateli in pezzi e metteteli in un mixer insieme a qualche fogliolina di rosmarino e frullate fino ad ottenere una purea piuttosto fine.
Mettete la purea in una ciotolina. Aggiungete il vin cotto e le mandorle e mescolate con cura fino a che tutto non sia ben amalgamato.
Scaldate la panna in un pentolino e portatela a fremere.
Versatela sulla cioccolata che avrete tritato molto finemente e mescolate con energia in maniera che la cioccolata si sciolga velocemente. Quando il composto sarà lucido ed omogeneo, aggiungete la purea di fichi e mandorle e mescolate bene con una spatola per incorporare.
Versate la ganache in un sac a poche e formate le vostre palline.
Con il sac a poche potrete mettere le quantità di ripieno che poi farete raffreddare in frigo e successivamente, arrotolare con le mani per dare la giusta forma.
Sulla cime delle palline infilate una mandorla intera.
Adesso passiamo al temperaggio.
Il post di Annarita così come questo altro stupendo post nei Tips and Trick dell'Mtc sono assolutamente completi di dettagli e spiegazioni.
Non potendo temperare il cioccolato su un piano di marmo, ho utilizzato il metodo di inseminazione, in cui si fa fondere il 2/3 del cioccolato (nel mio caso fondente), a 45/50° ed una volta raggiunta la temperatura di fusione, si aggiunge il restante terzo di cioccolato e mescolando si porta la temperatura a 28°, per poi farla risalire con un bagno maria leggerissima a 31°, temperatura di utilizzo.
Strumento indispensabile: un termometro da cucina.
Io ho seguito pedissequamente le istruzioni.
Il cioccolato ha rivestito perfettamente le praline ed una volta tolto dalla copertura con l'aiuto di una forchettina da fondue, ho messo i baci ad indurire su un foglio di carta da forno.
Si sono induriti in c.ca 10 minuti ed erano davvero bellissimi.
Tranne poi mostrare delle striature più chiare che si possono vedere anche nelle due foto.
Quando ho tagliato il cioccolatino, la copertura era bella croccante e tenace, quindi chi potrà spiegarmi la ragione dell'effetto zebrato (che per me è simile ad un fallimento), ne sarei molto grata.
Il secondo Bacio, di cui sono particolarmente entusiasta, è dedicato alla mia asparagina, e non poteva che avere un cuore candido, costellato da briciole croccanti, dolci e salate, proprio com'è lei, accompagnato da aroma di timo, erba aromatica che ama senza ritegno il cioccolato bianco.
L'idea mi è venuta pensando ad uno dei gelati che lei ama (come la sottoscritta), che è proprio quello al Macadamia Nut Brittle della Haegen Daz: profumata vaniglia tempestata di croccante alle noci di Macadamia, assolutamente irresistibili.
Così per realizzare questo cioccolatino, ho dovuto prima fare il Nut brittle, ricetta facile e divertente che vi vedrà nuovamente impegnate con il termometro da cucina.
Macadamia Nut Brittle
Ingredienti per c.ca 200 g di croccante
63 ml di acqua
95 g di zucchero
75 g di noci di Macadamia tritate grossolanamente
95 g di Golden Syrup
mezzo cucchiaino di Sale di Cervia
1 cucchiaino di estratto naturale di vaniglia
1 cucchiaino di burro
la punta di un cucchiaino di Bicarbonato di Sodio.
Preparate una teglia e copritela con carta oleata.
Mettete acqua, golden syrup, zucchero e vaniglia in una casseruola dal fondo spesso.
Accendete a fiamma media, mescolando con delicatezza senza sporcare le pareti della casseruola, fino a che lo zucchero non si sarà dissolto, quindi lasciate cuocere senza più mescolare fino a quando il composto non avrà raggiunto 144°C.
Aggiungete quindi le noci e mescolate bene quindi proseguite la cottura fino a che lo zucchero non avrà raggiunto 148°C.
Togliete la casseruola dal fuoco, aggiungete immediatamente il sale, il burro ed il bicarbonato e mescolate bene.
Vedrete il composto gonfiarsi e formare una schiuma chiara come una spuma sottile che piano piano si ridimesionerà diventando più lucida e trasparente (nell'arco di un minuto).
Versate il croccante sulla carta oleata e spandetelo fino ad ottenere uno strato sottile.
Fate raffreddare e lasciate indurire per almeno 1 ora.
Staccate il croccante dalla carta e rompetelo a pezzi. Conservatelo dentro un vaso ermetico o una scatola di latta.
Una volta pronto il vostro croccante, potete passare al Bacio.
Intanto tritate finamente al coltello 80 g di croccante, ottenendo delle briciole fini ma non troppo.
Ingredienti per la ganache - c.ca 12 Baci 
80 g. di Macadamia Nut Brittle
150 g di cioccolata bianca di ottima qualità
50 g di panna fresca
le foglioline di 2 rametti di Timo
6 noci intere tagliate a metà
Per la copertura
300 g di cioccolato fondente al 70%
Tritate il cioccolato bianco.
Scaldate la panna fino a farla fremere.
Versatela sul cioccolato e mescolate vigorosamente per farlo sciogliere. Il cioccolato bianco ha maggiore quantità di burro di cacao quindi si scioglie con velocità ma la quantità di liquido va ridotta altrimenti la ganache tende a restare morbida.
Aggiungete le briciole di croccante e le foglioline di timo che esaltano la sapidità presente nel croccante, stemperando il dolce del cioccolato bianco.
Mescolate bene il composto e versate il tutto in un sac a poche.
Io ho messo il sac a poche in frigo prima di usarlo perché la ganache mi sembrava un po' morbida.
Fate le vostre palline e ponete mezza noce di macadamia incima per creare la cupoletta.
Per la copertura ho proceduto come per il precedente cioccolatino.
Mia figlia ha detto che questi baci sono da urlo (e dicendolo se n'è scofanati 3 di fila).

Con queste due proposte, sono felice di partecipare all'MTC di Febbraio dedicato ai Baci di Annarita.



mercoledì 11 febbraio 2015

Crostata Twix: le alterne vicende di dolce formidabile.

Stop! Dimentica - Tiziano Ferro
Questa torta ha una storia un po' strana.
In passato ho tentato più volte di pubblicarla e per alterne vicende è andata diversamente da come immaginavo.
La prima volta, preparata per il compleanno del consorte, mentre guidavo per recapitargliela in ufficio con sorpresa di rito, sono andata a finire sotto un camion.
Il ripieno invece è sbalzato fuori dal guscio ridipingendo gli interni della vettura.
La paura è stata tanta ma la torta è rimasta nel catorcio e non mi è sembrato il caso di pubblicare qualcosa che neanche avevo potuto assaggiare.
La seconda volta, ho granito il caramello.
La terza ho granito la ganache.
La quarta l'ho pubblicata, ma non era ancora pronta e quando ho scattato le foto, il ripieno era una colata di lava....
Stavolta però, ragazzi, apoteosi!
Forse grazie allo stampo che mi sono regalata?
Forse perché l'ho fatta senza aspettarmi nulla e neanche pensando di condividerla? O forse solamente perché era il momento giusto?
La risposta non c'è, però vi basti sapere che una volta pronta, l'ho lasciata in casa sul tavolo e sono andata al lavoro.
Nel pomeriggio, ricevo una telefonata dal marito che farfuglia parole incomprensibili e l'unica cosa che capisco è "ma dove hai comprato il dolce? ho cercato la carta della pasticceria ma non l'ho trovata".
Pausa.
"Scemo - gli dico - non vedi che l'ho fatta io?". E ridendo gli chiedo se l'avesse almeno assaggiata.
"Se non torni presto, mi ci fo' del male vero".
E così, la storia finisce con bocche piene e occhi chiusi in contemplazione estatica, perché credetemi, alla Crostata Twix non si resiste.
Perché Twix.
Avete presente le famose barrette con base croccante, mou e cioccolata che ci siamo scofanati da ragazzetti? Voi non so, ma io si!
Questa crostata si ispira a quell'idea, con un risultato che non ha neanche lontanamente la pretesa di assomigliargli, semplicemente perché è anni luce più buona e libidinosa.
Ringrazio per questa ricetta la mia amica Pami, pasticciera del mio cuore, che non ha smesso di creare dolci meravigliosi e che forse presto, deciderà di tornare a scrivere. Grazie genia!
Eccovi allora la ricetta, che se seguirete con cura, vi consentirà di realizzare uno dei dolci più intriganti mai assaggiati.
Vi prego di seguire con attenzione le note perché nonostante non sia difficile, ci sono dei passaggi "delicati" e rischiosi!
Crostata Twix (per 6/8 persone)
Per la frolla alle nocciole:
- 200 gr di farina
- 50 gr di nocciole tostate, triturate grossolanamente (usate la tonda gentile delle Langhe se potete)
- 100 gr. di zucchero
- 100 gr di burro

- 1 uovo grande
- 2 cucchiaini di pasta di nocciole (facoltativi)
Per la ganache al gioccolato
- 150 gr di panna fresca
- 200 gr di cioccolato fondente al 70%
- un cucchiaio di miele di acacia o di glucosio
Per il mou al caramello salato
- 200 gr di zucchero
- 50 gr di acqua
- 100 gr di panna
- 30 gr di burro

- un generoso pizzico di fleur de sel
Preparate la frolla sbriciolando il burro nella farina con la punta delle dita molto velocemente, quindi aggiungete lo zucchero ed una volta che le briciole saranno molto sottili, aggiungete le nocciole, la pasta di nocciole e l'uovo e lavorando il meno possibile, otterrete una palla che metterete a riposare in frigo per almeno un'ora. Io fatto tutto con la planeraria e la foglia in un tempo velocissimo.
Stendete la pasta e foderate lo stampo con fondo amovibile di 22/24 cm di diametro (io ho usato uno stampo rettangolare come quello in foto e mi è avanzata pasta per fare altre 7 tartelette).

Cuocete il guscio in bianco (coprendo la frolla con alluminio e legumi secchi)  a 180° per c.ca 30 minuti. 
Togliete la carta ed i legumi quindi passate in forno per altri 10 min. c.ca. Controllate comunque la cottura perchè in bianco è facile bruciare tutto senza accorgersene. 
Fate raffreddare.
Per il mou, ottenete prima un caramello dorato facendo sciogliere lo zucchero nell'acqua in una padella con doppio fondo e bordi alti, senza mescolare.  Dovete mettere lo zucchero e l'acqua e lasciare sciogliere a fiamma bassa senza mai toccare la casseruola, né mescolare e piano piano lo zucchero comincerà a sciogliersi e intorno ai 150° avrà un colore ambrato/biscotto. 

A questo punto toglietelo dal fuoco e cominciate ad aggiungere la panna, che dovrà essere stata già scaldata quasi a ebollizione. 
La panna dovrà essere aggiunta allo zucchero a filo ed poca alla volta mescolando ripetutamente con una cucchiaio di legno. Vedrete il caramello gonfiarsi.  
Mescolare e procedere con calma vi consentirà di non far schizzare e gonfiare il caramello pericolosamente, rischiando gravi ustioni. 
E' un' operazione delicata quindi fatela con attenzione. 
Quando tutta la panna sarà stata aggiunta al caramello ed ottenuta una crema omogenea, aggiungete il sale ed il burro e mescolate. 
Fate raffreddare una decina di minuti e riempite il guscio di frolla quando ancora il mou è liquido. 
Fate raffreddare a temperatura ambiente, quindi passate in frigo per c.ca 30 min.
Una volta che il mou sarà ben freddo, preparate la vostra ganache scaldando fino a far a fremere la panna, quindi fuori dal fuoco aggiungere la cioccolata precedentemente spezzettata e mescolate con una frusta. Fatela sciogliere bene ottenendo una crema lucida. Aggiungete quindi il miele o il glucosio, che contribuirà a mantenere bel lucida la copertura della torta anche a distanza di un giorno o due (se la torta ci arriva...). 

Fate sciogliere bene il miele mescolando questa volta con molta delicatezza, per evitare che venga incorporata aria e si formino quindi delle bolle che si fisseranno sullo specchio sciupando il risultato finale. Potete mettere in frigo se l'ambiente è caldo, o lasciare che si solidifichi a temperatura ambiente.
In ogni caso togliete dal frigo almeno 30 minuti prima di servire. 
E non dite che non vi ho avvertito. 

lunedì 9 febbraio 2015

Il bombolone: una ricetta vietata ai minori.

Piece of my heart - Janis Joplin
Quando sento parlare di cibo afrodisiaco, mi viene da ridere.
Non è la risatina imbarazzata dettata dalla pruderie dell'argomento.
Rido perché come saggiamente ci hanno insegnato i Trettré negli lontani anni '80, " a me me pare 'na strunzata". 
Mi scuso per l'esordio brutale di questo post, però quando ce vo' ce vo'.
E basta col mito delle ostriche, aragoste, tartufi, caviale, peperoncini, spezie più o meno letali, cioccolata e via dicendo.
Le ostriche mi tolgono ogni velleità erotica. Immaginate di ingurgitare qualcosa ancora vivente: all'idea mi parte un brivido che mi scuote dalla testa ai piedi e credetemi, non è di piacere.
Aragoste, tartufi e caviale deprimono il mio portafoglio ancor prima del mio entusiasmo; il peperoncino mi scatena una tosse violenta togliendomi qualsiasi appetito, e se dovessi credere alle proprietà afrodisiache del cioccolato, ad oggi dovrei essere una specie di ninfomane viste le quantità imbarazzanti stipate nella mia dispensa.
Basta!
Non ne possiamo più di leggere articoli in cui ci viene propinato l'infallibile modo di riaccendere il desiderio servendo fragole, avocado e zafferano.
Basta con bocche vermiglie che azzannano fragole avviluppate da cioccolato fondente, ostriche versate impunemente da conchiglia a gargarozzo, cucchiaiate di miele come se piovesse....
Ma dico, Nove Settimane e 1/2 non ci ha insegnato niente?
Fateci caso: si avvicina S. Valentino e si moltiplicano insulsi articoli sui piatti giusti per una cena a due.
Tutti a base di robe assolutamente insapori, ma fighe eh...belle belle belle.
Basta con l'esotismo, con gli abbinamenti azzardati, con i piatti pretenziosi.
Allora, se deve essere guerra, che guerra sia.
Volete fare uscire di testa il vostro amato?
Volete sentire i palpiti del vostro cuore accelerare come una Ferrari, da 1 a 100 all'ora in 3 secondi?
Preparate questi bomboloni!
Non c'è nulla di più afrodisiaco dell'attesa.
Di immaginare il momento, di preparare qualcosa con calma, senza conoscere il significato della parola fretta.
Una ricetta perfetta, che potrete fare insieme se vi va, perché ogni fase di questo lievitato è un piacere oggettivo ed inebriante.
Fino a quando non darete il primo morso vorace e profondo a questa delizia, cercando di impedire alla crema di inondarvi faccia e vestiti e lo zucchero di sporcare dita, naso e guance.
Preparate questi bomboloni e potrete permettervi pure di indossare mutandoni di castità stile Bridget Jones, tanto non se ne accorgerà nessuno! Garantito al limone!
Prendetevela con lei!
Non è colpa mia ma certe fissazioni sono contagiose ed in questo caso, leggere la ricetta ed aver avuto voglia di ripeterla è stato tutt'uno.
Federica, la più Blonde delle bionde in circolazione, è una giovane blogger strepitosa che vi invito a leggere e seguire perché il suo angolino è pieno zeppo di stupende tentazioni.
In più è completamente pazza e mi fa ridere. Il che è garanzia di divertimento.
La ricetta è tratta dal libro Bread, Cake, Doughnut & Pudding di Justin Gellatly e posso dire senza paura di essere smentita, che è la migliore provata fino ad oggi. 
Ingredienti: per 20 krapfen (o più se farete pezzature più piccole).
Per l’impasto
500g di farina forte (io ho usato farina W330 per lunghe lievitazioni)
60g di zucchero
10g di sale fino
150g di acqua a temperatura ambiente
15g di lievito di birra fresco (io ne ho messi 10g) 
4 uova medie
scorza grattugiata di mezzo limone (io di un limone intero)
125g di burro morbido, a temperatura ambiente
Per la cottura
2 litri di olio di semi di girasole (io solo extravergine d'oliva)
Per la finitura
zucchero semolato
Per la crema pasticciera (usate la vostra ricetta del cuore - la mia è questa)  
500 ml di latte intero
4 tuorli grandi
40 g di amido di mais (maizena)
140 g di zucchero semolato
la scorza di un limone di Sorrento

Questa ricetta è fattibile anche a mano, ma dovrete lavorare l'impasto a lungo e con energia.
Io ho utilizzato la mia planetaria (thank's God for Kitchen Aid).
Il mio consiglio è di preparare prima la crema in modo che sia ben fredda quando dovrete farcire i vostri bomboloni. Fatela secondo il modo tradizionale e con la vs. ricetta preferita, avendo cura che non sia troppo fluida.
Adesso AI BOMBOLONI! 
Mettete tutti gli ingredienti dell’impasto, escluso il burro, nella ciotola dell’impastatrice.
Attaccate il gancio a foglia e fate andare per 8 minuti a media velocità o fino a che l’impasto si stacca dalle pareti della ciotola formando una palla. Ho notato che nel mio caso prima che si formasse la palla ci sono voluti c.ca 12 minuti, in quanto l'impasto era moooolto idratato. L'impasto comunque si aggancia fortemente alla foglia lasciando le pareti pulite e lucide. 
Spegnete l’impastatrice e fate riposare la pasta per un minuto.
Sostituite la foglia con il gancio a uncino e ricominciare a impastare a media velocità aggiungendo il burro a fiocchetti, poco alla volta fino a che è tutto incorporato. Vi ci vorranno c.ca 10 minuti. 
Una volta fatto questo passaggio alzate la velocità al massimo e fate andare per 5 minuti, fino a che l’impasto è lucido, liscio e molto elastico. Spegnete l'impastatrice e fate la prova del velo. Io sono riuscita a tirare la pasta per quasi 20 cm, ottenendo un velo magnifico e galvanizzante. 
Lasciate l’impasto nella ciotola, coprite con un panno umido (o pellicola) e fate lievitare fino al raddoppio (tra i 60 e gli 80 minuti). Io ho messo la ciotola nel forno con la lucina accesa. In un'ora era già bello gonfio.
Passato questo tempo sgonfiate l’impasto, trasferitelo in una larga ciotola possibilmente di plastica ed oleata, coprite nuovamente con il panno o con una pellicola, e mettete in frigo 12 ore o tutta la notte.
Il giorno dopo tirate fuori l’impasto dal frigo e dividetelo in 20 pezzi da 50g circa. 
Questo secondo la ricetta del libro. 
Personalmente quando rifarò i bomboloni (perché li rifarò e presto), dividerò la pasta in pezzi più piccoli, massimo 30 g (perché nell'ultima lievitazione e poi in frittura, crescono ancora). 
Formate delle palline lisce (procedendo con la pirlatura per averle belle rotonde) e leggermente schiacciate e disponetele su una o più placche ben infarinate, lasciando un po’ di spazio tra l’una e l’altra in modo che non vengano in contatto durante la lievitazione. Se dovessero toccarsi, purtroppo si salderanno l'una con l'altra perché la pasta è molto morbida e leggermente appiccicosa.
Coprite con la pellicola, lasciandola cadere morbida, e fate lievitare 4 ore o finché non raddoppiano. PRONTI ALLA FRITTURA
Quando i krapfen sono lievitati preparatevi per friggere: mettete l’olio nella friggitrice o in una pentola di ferro dai bordi alti, e portatelo a 180°C.
Disponete carta assorbente su un vassoio e versate un bel po' di zucchero semolato grosso in un largo piatto leggermente concavo. Un terzo piatto su cui avrete messo un foglio di allumio o carta oleata accoglierà i bomboloni finiti.  preparate un piatto con lo zucchero semolato e infine un vassoio (con poca carta assorbente) per accogliere i krapfen pronti.
Prendete delicatamente i bomboloni. Saranno molto morbidi e se necessario usate una paletta un poco infarinata. I miei, nonostante la farina messa sulla base delle teglie, si sono attaccati ed ho smadonnato non poco perché ho rovinato la forma a molti di loro. Infatti se notate sono un tantinello brutti. 
Con delicatezza calateli nell’olio, cuocete 2 minuti per lato ( ma anche meno se dovessero scurirsi velocemente) controllando costantemente la temperatura dell’olio per evitare che scuriscano troppo o che, in caso di temperatura troppo bassa, assorbano l’olio. 
Friggetene 3-4 alla volta, conforme la grandezza della vostra pentola. 
Non di più per gestirli al meglio e non compromettere la cottura. 
Man mano che i bomboloni sono pronti scolateli sulla carte assorbente, rotolateli nello zucchero semolato e metteteli sul vassoio finale.
Per farcirli fate prima un piccolo foro, con un coltello appuntito, sulla linea bianca.
Siate generose. Vedrete la pancia del vostro bombolone gonfiarsi con orgoglio. 
Con parte dell'impasto ho preparato anche delle ciambelline, stendendo la pasta allo spessore di 1 cm e tagliando la pasta con un coppapasta da 7 cm di diametro con un foro centrale. Ho lasciato lievitare per lo stesso tempo delle palline. 
A questo punto non devo dirvi altro. 
Cercate di mangiarli senza mugolare, se ci riuscite! 
E siate pronti ad agguati d'amore!


mercoledì 4 febbraio 2015

Come disossare un pollo. Te lo do' io Masterchef!

Dracula cha cha cha -B. Martino
Considero questo post di pubblica utilità.
Ammetto apertamente di essere una vittima della trappola Masterchef, che seguo ormai da 4 anni tra alti e bassi di gradimento.
Nelle ultime due edizioni, confesso di trascorrere più tempo a leggere i tweet in corso di trasmissione (alcuni veramente esilaranti) che a seguire le alterne vicende degli "aspiranti chef" (più espiranti che chef).
Comunque.
Come disse qualcuno "molti nemici, molto onore", il programma pur bombardato da critiche di vario genere, continua ad avere un seguito crescente e ci si può anche divertire assai se abbiamo cura di dimenticarci che Masterchef è tutto tranne che un programma di cucina.
Personalmente lo considero territorio in cui vengono sondati i diversi livelli di abilità umana nella difficile arte della cattiveria.
Difficilissima, visto che tutti i concorrenti, dal primo all'ultimo purtroppo cattivi non sono, "è che li disegnano così"! E qualche dubbio lo avrei anche sui giudici.
Ecco che le strategie messe in atto durante la gara, che assomigliano a quelle di ragazzini che in cortile strappano il cappello al più sfigato, passandoselo l'uno l'altro, finiscono dopo un po' con l'annoiare, lasciando spazio alla cattiveria, quella vera, degli utenti Twitter, scatenati dietro le quinte.
Nell'ultima puntata ho avuto un moto di eccitazione nell'apprendere che una delle sfide prevedeva la preparazione di un pollo ripieno con tanto di delicata operazione di dissossamento.
"Finalmente imparo qualcosa", mi sono detta, visto che sono anni che desidero preparare questo piatto e non ho mai avuto il coraggio di cimentarmi nella parte più complessa che è proprio quella di liberare la ciccia dalla carcassa del volatile.
Nulla.
Dimentico sempre che Masterchef non è una trasmissione di cucina, e ben mi sta.
Così, alla faccia di quanti vorrebbero farci credere che Masterchef fornisce un servizio di pubblica utilità, ho tirato fuori tutti i miei volumi di cucina e mi sono messa a studiare.
E grazie a quel bel tomo di "Scuola di Cucina del Cordon Bleu", e per la vostra gioia (lo so che lo aspettavate), ho disossato un bel pollo e ci ho fatto quella robina che vedete qui sopra.
Vi prego però di perdonare le foto, perché non è facile creare un tutorial da sola, con mia figlia che cerca di scattare foto alle mani nell'inquadratura più felice.
Non vi scoraggiate però, perché se ci sono riuscita io, vuol dire che SI PUO' FAREEEEE!
E via tutti a riempire polli!
Come disossare un pollo (e rinfrescare un po' di anatomia).
NECESSARIO: un coltello dalla punta sottile ben affilata ed un trinciapollo.
  1. Non vi fate intimorire dalla bestia. Ormai è morto e non può lamentarsi. E non fatevi scoraggiare dalle osservazioni di chi vi sta intorno (tipo figlioli che vi dicono...eh ma che schifoooo): voglio proprio vedere se poi oseranno dire qualcosa quando addenteranno una fetta di questa bontà! Si comincia dalle cosce. Le ossa delle gambe vanno lussate quindi con il pollo di fronte a voi, petto in alto, inserite il pollice nella cavità inferiore e raggiungete l'anca. Dall'esterno con l'altra mano, spingete verso la spianatoia e sentirete l'osso staccarsi dall'articolazione. Fate la stessa cosa con l'altra coscia. 
  2. Prima di aprirlo, dovrete fare una operazione delicata che è quella di eliminare l'osso a forcella dal petto. L'operazione più complessa di tutto il lavoro è cercare di mantenere intatta la pelle del pollo che serve ad ottenere un risultato bello dal punto di vista della presentazione, quindi non abbiate fretta di agire. Non siete a Masterchef e non vi si richiedere di farlo in 5 minuti. Ruotando il pollo sempre supino, portate il petto di fronte a voi e spingete indietro con una mano la pelle alla base del collo. Dovreste riuscire a farlo con facilità, per 2 o 3 cm, in modo da scoprire la base del petto e lo sterno, dove si annida la forcella. Con un coltello affilato, incidete la carne del petto che circonda la forcella. Raschiate bene la carne intorno alla forcella quindi tagliatela alla base. Adesso girate il pollo e tenendolo bene premuto contro il tagliere, incidete la colonna vertebrale dal collo alla coda ed apritelo come un libro.
  3. Adesso viene il bello. Di fronte al pollo aperto non entrate in panico. Dovrete separare la cassa toracica dalla pelle e dal petto. Partite dall'alto sul lato che preferite. Fate passare la punta del coltello tra la pelle e le ossa e piano piano cominciate ad incidere la carne tenendo la lama a contatto con la cassa toracica per far si che la polpa resti attaccata alla pelle anche là dove di polpa ce n'è poca (tipo vicino alla colonna vertebrale). Procedete dalla parte posteriore verso quella anteriore raschiando bene la carne da un lato della spina dorsale e piano piano scoprirete la cassa toracica. Fate questa operazione prima da un lato e poi dall'altro senza intaccare la pelle. 
  4. Adesso vi renderete conto che la cassa toracica si solleva dal petto. Con delicatezza strappate la gabbia toracica e la spina dorsale dalla polpa del vostro pollo. 
  5. Passiamo alle cosce che devono restare al loro posto ma vanno private del femore. Con il coltello grattate la polpa da entrambe le anche e tagliate i femori alla giuntura con un trinciapollo. Successivamente tagliate le ali "al gomito" e dall'interno aiutandovi con un coltello, tirate via il resto dell'ala in corrispondenza alle articolazioni. 
Adesso il pollo è pronto per essere farcito. Se volete allargarlo ed appiattire la carne, potrete farlo con un pestacarne, sempre con la dovuta delicatezza.
Scegliete il ripieno che preferite, come carni miste, frutta secca dolce o salata, verdure lessate al dente, uova, e quanto la vostra fantasia vi suggerisce. Io vi indico più sotto il mio ripieno.
IMPORTANTE: ricordate di non farcire troppo il pollo perché durante la cottura la pelle si ritirerà e un eccessiva farcitura può far "esplodere" la pelle rovinando il vostro bel lavoro.
Il livello di farcitura ve lo dice il pollo.
Dovrete essere in grado di richiuderlo e cucirlo senza fare fatica, con la pelle che lasci un po' di "gioco" per essere ripresa e cucita.
Usate del filo da cucina (io ho usato un filo di seta), cominciando dal collo per finire sotto la coda. Deve essere tutto ben chiuso.
Se vorrete preparare il pollo il giorno prima, una volta ricucito, avvolgetelo strettamente nella carta da forno, come un bel caramellone, cercando di dargli una forma cilindrica regolare. Quindi arrotolatelo nuovamente ben stretto nell'alluminio e mettete in frigo. Questo aiuterà il pollo a mantenere una bella forma.
Quando sarete pronte per cuocerlo, massaggiatelo con olio extravergine e cospargetelo di sale.
Versate due o tre cucchiai di olio extravergine in una larga casseruola e rosolatelo ben bene su tutti i lati, utilizzando dei cucchiai di legno per girarlo senza rompere la pelle.
Per gestirlo con maggiore facilità, legate le cosce con dello spago da cucina.
Quando il pollo sarà rosolato, trasferitelo in una pirofila in cui avrete versato 3 o 4 cucchiai di extravergine. Aggiungete le verdure ed aromi che preferite per preparare il fondo e mettete dei fiocchetti di burro sulla pelle per mantenerla morbida.
Fate cuocere in forno a 180°. Per la cottura dovrete considerare c.ca 20 minuti ogni 400 g di peso del pollo. Nel mio caso mi sono serviti 50 minuti. Consiglio però di aiutarsi anche con un termometro da forno, e quando l'interno avrà raggiunto gli 80° il pollo sarà pronto.
Durante lo cottura, irroratelo ogni 10 minuti con il liquido che si formerà e se vi piace bagnatelo con del vino (che avrete avuto la cura di scaldare prima di versarlo sul pollo).
Questa operazione lo manterrà morbido e succoso.
Una volta cotto, mettete il pollo su un piatto di portata. Fatelo riposare 5/10 minuti prima di tagliarlo, e nel frattempo mettete le verdure del fondo ed il liquido di cottura dentro un bicchiere da mixer. Frullate bene il tutto per ottenere una crema vellutata.
Se vi piace, potete farla restringere in padella prima di servirla con il pollo.
Accompagnate il tutto con patate o verdure al forno o saltate.

La tecnica per disossare il pollo vi servirà anche quando vorrete preparare una Galantina.
Cosa che vi racconterò ben presto, anche se la cottura ovviamente è bollita con una tecnica leggermente diversa.
Ma questa è un'altra storia.

Ingredienti per il ripieno
- 100 g di macinato di manzo,
- 1 salsiccia toscana fresca
- 50 g di mortadella
- 2 uova
- una manciata di noci sgusciate
- 30 g di parmigiano grattugiato
- un cucchiaino di Saporita (misto 5 spezie)
- Un ciuffetto di prezzemolo
- la scorza grattuggiata di mezzo limone
- sale - pepe qb
Preparate le uova lessandole per 5 minuti (dovranno essere bazzotte in quanto poi cuoceranno ancora in forno). Fatele raffreddare sotto acqua corrente e sgusciatele.
Sbriciolate la salsiccia, tagliate finemente la mortadella e mischiate tutti gli ingredienti con le mani per ottenere un composto omogeneo.
Stendete il ripieno sul pollo. Posizionate le uova al centro lungo l'altezza ed avvolgete il pollo intorno alle uova richiudendolo con cura. Compattate con le mani quindi cucite la pelle come indicato.

E adesso al lavoro! Voglio sapere se vi butterete in questa nuova sfida!
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