sabato 24 giugno 2017

Metti l'Artusi a cena...

Chanson de nuit - Edward Elgar
Mi capita spesso di pensare di essere nata nell'epoca sbagliata.
Non per essere fraintesa: la modernità, la tecnologia, i viaggi supersonici da far girar la testa, son tutte cose che adoro e mi ci adatto, sia ben chiaro.
Però all'atto pratico, fallisco miseramente ed emerge la vera natura di una donna incapace di stare al passo con i tempi.
Me ne rendo conto soprattutto in cucina.
Quello è il vero campanello rivelatore di un modo di essere che non saprei se chiamare "classico" o "retrò" o, come qualche perfido potrebbe pensare, "antico".
Questo blog ne è il più onesto testimone: tradizione batte modernità 5 a 0!
Quando devo organizzare una cena fra parenti o amici, che so benissimo potrebbero apprezzare preparazioni di estrema semplicità, a me sembra di fare chissà quale torto se fra i piatti non c'è almeno una pasta fatta in casa o un ragù che ha pippiato per oltre 3 ore, un arrosto abbandonatosi a dolce morte fra verdure saporite ed un dessert con la sua salsina, bello come una donna vestita a festa.
Non ce la faccio.
Passo ore ed ore in cucina, senza accorgermene (se non fosse per il caldo di questo periodo), ed alla fine ho sempre la sensazione di non avere fatto abbastanza.
In questo rivedo le mie nonne, mia madre che quando dice di aver fatto poco, tira fuori almeno 2 piatti di carne e 4 contorni, mia suocera con i suoi menu della festa che assomigliano a quelle maratone di ballo dove i concorrenti sono eliminati dallo stremo delle forze.
Ma se loro posso capirle perché figlie di un retaggio bellico o post bellico in cui la fame atavica non è mai finita, neanche col benessere, io che c'azzecco in tutto questo?
Ecco che ritorna il busillis sull'inadeguatezza di essere una donna 2.0.
A pensarci bene, il grande Pellegrino Artusi era ben più moderno di me quando scrisse il suo capolavoro e guida per generazioni e generazioni di donne dopo di lui.
Moderno e imprescindibile visto che la sua opera è presente in ogni casa di appassionati di cucina che si rispettino.
Quella che vi racconto oggi è la storia di una cena insieme a Pellegrino, il simpatico edonista che ha fatto del ben mangiare, la missione della sua vita.
Nel giorno delle celebrazioni in sua memoria promosse da Casa Artusi a Forlimpopoli, il Calendario del Cibo Italiano ed un gruppo di amiche blogger, odierne Mariette,  festeggiano con lui preparando un intero menù tratto da La Scienza in Cucina e l'Arte di Mangiar Bene, rigorosamente condiviso con amici e buone forchette in una cena conviviale.
Scegliere fra le quasi 800 ricette del suo manuale, non è stato facile.
Quello che avevo ben chiaro in testa è che come primo piatto, non avrei potuto tralasciare una pasta fresca, in onore di Marietta, la sua fedele cuoca e governante.
Il caldo di questi giorni ha fatto il resto.
Sono andata a studiarmi i "rifreddi", quei piatti che secondo tradizione sono serviti freddi inframezzando portate significative in un pranzo importante o anche in maniera autonoma, per una cena fredda o veloce, un "dopo teatro", ecc.
Per finire, ho optato per un dolce al cucchiaio da preparare in anticipo senza fretta.
Ed ecco il mio menù Artusiano:
Tagliatelle verdi con ragù bolognese 
Pollo in galantina servito con la sua maionese
Pomodorini ripieni al forno 
Budino di mandorle tostate con coulis di lamponi (mia concessione).  
Una ricetta dell'Artusi è una macchina del tempo: ti trasporta in un'epoca di carrozze e candele, di marsine e manicotti, di argenti e ceramiche preziose.
E' un racconto destinato a chi lo sa capire, quindi al buongustaio ed alla donna che cucina.
Sfogliando le pagine della Scienza in Cucina, è chiaro che il principiante avrà vita dura nel trasformare il verbo artusiano in piatto.
Mentre la donna abituata ai fornelli, troverà consigli preziosi intrattenuta dall'umorismo complice dell'autore.
Sulle tagliatelle verdi Pellegrino racconta: "Si usano per minestra asciutta e sono più leggiere e digeribili di quelle intrise di tutte uova. Per da loro il color verde cuocete spinaci lessi, strizzateli bene e tritateli colla lunetta. Con due uova ed un pugno di questi spinaci intridete sulla spianatoia quanta farina potete per ottenere una pasta ben soda che lavorerete molto colle mani. Poi, col matterello, tiratela a sfoglia sottile e quando dà cenno d'appiccicarsi a motivo dell'erba che produce viscosità, spruzzatela leggermente di farina. Avvolgete la sfoglia in un canovaccio e quando sarà asciutta, tagliatela alquanto più larga de' taglierini da brodo, avvertendo che il bello di tali paste è la loro lunghezza, il che indica l'abilità di chi le fece. Appena alzato il bollore, levatele asciutte e conditele come..."
Vero è che se facessi leggere queste righe ad un ragazza che non ha mai preparato la pasta in casa, potrei osservare uno sguardo perso ed aspettarmi millanta domande.
Ma una vera massaia dell'epoca non avrebbe avuto dubbi su come procedere.

Gli ingredienti per 4 persone sono
200 g di farina
2 uova di gallina
100 g di spinaci (non si dice se il peso è da crudo o da cotto - io ho interpretato la seconda ipotesi).

Per 6 persone, ho raddoppiato la dose ma considerando l'umidità portata dagli spinaci (che Pellegrino chiama viscosità), ho usato 3 uova intere ed un tuorlo, riservandomi di usare l'albume qualora l'impasto risultasse troppo asciutto. Non ne ho avuto bisogno.
Ho tritato gli spinaci finemente al coltello (la mia lunetta mi ha abbandonata) ed ho lavorato l'impasto con energia per buoni 15 minuti.
Ho poi avvolto il tutto in una pellicola ed ho lasciato riposare la pasta per 1 oretta.
Ho steso l'impasto col matterello fino ad ottenere delle sfoglie non troppo sottili che a noi le tagliatelle all'uovo piacciono croccanti e di "corpo", quindi le ho fatte asciugare adagiandole su una tovaglia stesa sulla spalliera del mio divano (mia nonna le faceva asciugare sul suo letto).
Una volta asciutte ma ancora in grado di essere piegate senza spezzarsi, le ho tagliate con la coltellina ed ho formato i nidi che hanno atteso la loro fine asciugando su un canovaccio infarinato.
A condimento delle tagliatelle verdi, Pellegrino consiglia il "sugo alla rustica" o "il sugo al prosciutto" o il così detto "bolognese", o più semplicemente cacio e burro.
Io ho optato per il ragù bianco "bolognese", ricetta nr. 87, con cui sono presentati i tradizionali "Maccheroni alla bolognese", certa che i miei ospiti avrebbero apprezzato la novità (qui in Toscana la maggior parte dei condimenti sono "rossi").
Ingredienti per 4 persone:
150 g di carne magra di vitello (meglio se di filetto)
50 g di carnesecca (pancetta stagionata)
40 g di burro
Cipolla, carota, sedano qb
Farina di frumento qb
Brodo sgrassato di manzo e pollo
Sale, pepe, noce moscata qb
Parmigiano grattugiato qb
L'Artusi ci spiega: "Tagliare la carne a piccoli dadi, tritare fine colla lunetta la carnesecca, la cipolla e gli odori per poi mettere al fuoco ogni cosa insieme, compreso il burro, e quando la carne avrà preso colore, aggiungere il pizzico della farina, bagnando con brodo fino a cottura intera".
Queste sono le sole indicazioni che fornisce per la preparazione del condimento.
Non sono oscure, ma ancora una volta si percepisce come dia per scontato che chi l'ascolta abbia mano sicura ed esperienza in materia.
Nella stessa ricetta invece, ed è questo il punto più interessante dell'intera spiegazione, l'autore si dilunga sulla questione della cottura della pasta, affermando che "una minestra troppo cotta, masticandosi poco, scende compatta a pesar sullo stomaco e vi fa palla, mentre se ha bisogno di essere triturata, la masticazione produce saliva e questa contiene un fermento detto ptialina, che serve a convertire l'amido o la fecola in zucchero ed in destrina(...) e questo facilita l'inghiottimento e la digestione".
Ecco il più importante aspetto della sua produzione: una divulgazione scientifica di facile comprensione che per la prima volta tocca l'aspetto "benessere e salute" collegato all'alimentazione ma soprattutto al buon cibo.
Informazioni precise che ritroviamo all'interno di una ricetta, come pizzichi di odori e spezie a rendere il tutto più accattivante e saporito.
Relativamente al ragù, la quantità che si ottiene da 200 g di carne o poco più mi è sembrata insufficiente per condire pasta per 4 persone, considerando che con la cottura, la carne perde i propri succhi anche se integrati dal brodo, e riduce il suo peso.
Naturalmente ho raddoppiato tutto e nel finale ho colto il suggerimento di Pellegrino, aggiungendo all'"intingolo" poca panna ed ottenere una struttura più vellutata al palato.
Per la portata principale ho scelto un piatto che desideravo preparare da tempo: il pollo in galantina.
Nella versione originale, l'Artusi parla di cappone spiegando che questa sontuosa preparazione si serve durante le feste di Natale.
Non disponendo di cappone ed essendo più vicini a Ferragosto che a Natale, ho optato per un pollo nostrale che ho disossato come già fatto molte in questo blog e farcito secondo le indicazioni di Pellegrino.
La ricetta del Cappone dell'Artusi prevede:
700 g di Cappone vuotato e disossato (il mio pollo, una volta disossato pesava 600 g)
200 g di carne magra di vitello
200 g di carne magra di maiale
100 g di petto di pollo
100 g di lardone
80 g di lingua salmistrata
40 g di prosciutto crudo grasso e magro
40 g di tartufi neri
20 g di pistacchi
Battuto
100 g di Carne magra di vitello
100 g di carne magra di maiale
60 g di midolla di pane
1 uovo di gallina
Il nostro Pellegrino ce lo racconta così:
"I tartufi tagliateli a pezzi grossi come le nocciuole e i pistacchi sbucciateli nell'acqua calda. Tutto il resto tagliatelo a filetti della grossezza di un dito scarso e mettetelo da parte salando le carni. Fate un battuto con altro maiale e con altra vitella di latte, grammi 200 in tutto. Pestatelo fine in un mortaio con grammi 60 di midolla di pane bagnata nel brodo; aggiungete un uovo, le bucce dei tartufi , i ritagli della lingua e del prosciutto, conditelo con sale e pepe e quando ogni cosa e ben pesta, passatelo per istaccio. Ora, allargate il cappone, salatelo alquanto e cominciate a distendervi sopra un poco di battuto e poi un suolo di filetti intercalati nelle diverse qualità, qualche pezzetto di tartufo e qualche pistacchio.
E così di seguito finché avrete roba, avvertendo che i filetti di petto di pollastra è meglio collocarli verso la coda del cappone per non accumulare sul petto di questo la stessa qualità di carne.
Ciò eseguito, tirate su i lembi del cappone dalle due parti laterali non badando se non si uniscono perfettamente, che ciò non importa, e cucitelo. Legatelo per il lungo con uno spago, involtatelo stretto in un pannolinp, che avrete prima lavato onde toglierli l'odore di bucato, legate le due estremità del medesimo e mettetelo a bollire nell'acqua per 2 ore e mezzo. Dopo, scioglietelo, rivoltatelo e mettetelo sotto un peso in piano e in modo che il petto di cappone resti al disotto o al disopra di questa posizione, tenetelo per un paio d'ore almeno, onde a prendere una forma alquanto schiacciata.
L'acqua dove ha bollito il cappone può servire per brodo e anche per la gelatina."

Ho apportato una variante personale, che è stata quella di non utilizzare il filetto di petto di pollo avendo già la base della stessa carne, e sostituendo lo stesso peso con della mortadella di Bologna Dop.
Niente lingua salmistrata, che non credo si possibile trovare e che non saprei davvero come preparare. Pellegrino mi perdonerà.
Una volta cotto, ho lasciato il pollo per oltre 2 ore sotto il peso del Grande Libro della Cucina Albeisa e lo Zanichelli della Lingua Italiana, visto che nella mia vita cibo e parole vanno spesso a braccetto.
Se lo conservate in frigo dovendolo preparare in anticipo, toglietelo almeno una mezz'ora prima di servirlo in modo che una volta in tavola sia a temperatura ambiente e tutti i sapori possano sprigionarsi al meglio.
Asciugandosi con la bollitura, la galantina gradisce l'accompagnamento di una salsa ed io ho optato per una classica maionese fatta sempre secondo la ricetta artusiana (che non sto qui a riportare - la nr 126 della sezione salse).
 Per completare l'accompagnamento, ho scelto dei semplici pomodori ripieni, ricetta nr 430, nella variante del battuto di aglio e prezzemolo mescolati a semplice pangrattato, per non caricare la già sostanziosa portata, e li ho serviti tiepidi.
A chiusura del nostro convivio, è arrivato il budino di mandorle, purtroppo vittima del solito incidente di percorso, ovvero lo spatascio in fase di sformatura.
Una decisione sbagliata è stata quella di non coprire il fondo dello stampo in alluminio con il caramello, che aiuta il dolce a non attaccarsi.
Ho deciso di non caramellarlo perché avrei accompagnato il budino con un coulis di lamponi, per dare un po' di freschezza ed acidità ad un dolce di per sé avvolgente e leggermente "grasso" in bocca.
Purtroppo una parte del budino non si è staccata ed il dolce ha finito con il dividersi a metà.
Ho cercato di recuperare il disastro con un decoro "indecoroso", ma ormai il danno era fatto.
Ricetta del Budino di mandorle tostate nr 669
8 dl di latte vaccino (800 g)
100 g di zucchero
60 g di savoiardi
60 g di mandorle dolci
3 uova di gallina.
"Prima preparate le mandorle, cioè sbucciatele nell'acqua calda e abbrustolitele al fuoco sopra una lastra di pietra o di ferro; poscia pestatele riducendole quasi impalpabili e, messo il composto al fuoco senza le uova, aggiungeteci le mandorle e dopo poca cottura, passatelo allo staccio. Ora uniteci le uova frullate e assodatelo a bagno maria con un velo di zucchero fuso in fondo allo stampo. Non occorre nessun odore. La tostatura delle mandorle farà prendere a questo budino il color cenerino e gli darà un sapore così grato da meritarsi il plauso degli uomini e più quello delle donne di gusto delicato. Per dare più bell'apparenza, si può coprire con una crema fiorita di confetto a colori, oppure di panna montata.

Questa è stata la ricetta che mi ha richiesto maggior interpretazione.
Soltanto dopo averla riletta svariate volte, ho capito che dovevo far bollire il latte con lo zucchero, le mandorle tritate ed i savoiardi.
Dopo aver portato il latte a bollitura con gli ingredienti indicati, l'ho lasciato riposare una mezz'ora affinché assorbisse al massimo l'aroma delle mandorle.
Quello che mi sono chiesta è quale sia il ruolo dei savoiardi, visto che poi l'intero composto va passato al setaccio e questi, ormai in poltiglia, non rimangono nel latte così come le mandorle.
Ho pensato che la ragione fosse quella di dare al budino una consistenza meno viscida e più sostenuta ma non ne sono sicura.
Questo è un mistero che spero qualcuno possa aiutarmi a svelare.
Il sapore è ovviamente delizioso, e se come me siete amanti delle mandorle, non potrete che apprezzarlo.

Per finire, la cena è stata un momento di grande divertimento oltre che di buona tavola e bella compagnia.
Non ho avuto un solo attimo di disagio nell'inoltrarmi nel gustoso mondo di Pellegrino, anzi, potrei dire di essermi mossa in scioltezza, e questo la dice lunga sulla mia modernità.


venerdì 23 giugno 2017

Toffee Apple Ice Cream Pie per Starbooks

Sweet Season - Carole King 
E' tempo di torte gelato.
Cosa che non mi è mai capitato di preparare. Eppure il libro Starbooks del mese rende la cosa molto facile e pure divertente.
E se siete fra quelli che amano le mele sempre e illimitatamente, allora questa torta fa per voi.
Sulla bontà infinità non mi dilungo. Sulla ricetta invece, come sempre leggete qua.
Buon week end.


venerdì 16 giugno 2017

Oreo Cookie Garden Cakes per Starbooks

Gimme gimme gimme - Abba
La ricetta di oggi è un dolcetto realizzato con i famosi biscotti Oreo ed un mix di altri ingredienti micidiali, realizzabile senza l'uso del forno.
Qualcosa che piacerà sicuramente ai vostri ragazzi e che è perfetto per feste di compleanno e pomeriggi fra amici.
Se volete scoprire la ricetta e quanto velocemente si può fare, come sempre andate a leggere QUI

 

lunedì 12 giugno 2017

Crostata frangipane alle albicocche con frolla di nocciole e gli inutili segni del destino.

Sweet Louise - Ironhorse
Non ho inventato niente.
Che l'albicocca sia meravigliosa sposata alla mandorla, è un dato di fatto.
Che mi piacciano le mandorle è risaputo.
Che adori le albicocche, pure.
Che la frolla sia una delle mie basi del cuore è abbastanza chiaro in questo blog.
Che abbia atteso una vita prima di postare questa ricetta no, non lo sa nessuno.
Perché fatta, rifatta e spesso portata a casa da amici e parenti e mai fotografata, la mia frangipane alle albicocche è rimasta un dolce da occasione destinato a restare nel privato di convivi mai raccontati.
Una volta mi ci sono messa d'impegno e l'ho preparata apposta ma la mia demenza ha voluto che mi intestardissi a riempire il guscio con troppa frangipane che, una volta in cottura, ha tracimato come l'Arno in piena, bruciandosi sulla piastra del forno.
Un'altra volta mi si è rotta mentre la toglievo dallo stampo.
Ho preso questi fatti come "avvertimenti", visto che non mi era mai successo prima.
Così mi sono convinta che non dovevo postarla, tanto non mi sarebbe venuta come si deve.
Però poi sono arrivate loro, le albicocche.
In un bel cestino carico, ammiccanti come solo loro sanno essere quando ci si mettono.
Ho fatto finta di niente: preparo una crostata per la domenica.
E mentre preparavo le basi, lavoravo anche sul resto del pranzo, distraendo il destino.
Alla fine la mia crostata si è palesata, in tutta la sua bontà, senza capricci di sorta, pronta per essere gustata.
Certi "avvertimenti" sono solo il segno della nostra sbadataggine.
E' cominciata la stagione delle albicocche.
Ho già visto in giro coraggiosi preparare chili e chili di confettura.
Le mie, quelle dell'albero di mamma, sono ancora verdi verdenti e forse saranno pronte a luglio.
Aspettiamo, sennò ho sempre i miei omini di fiducia per albicocche km 0.
Così, per celebrare la loro Giornata Nazionale per il Calendario del Cibo Italiano, ho deciso che avrei preparato la mia frangipane.
Certi frutti hanno vita breve, se possiamo, godiamoceli adesso.
E poi le albicocche sono ricche di vitamina A e fanno bene alla pelle: altrimenti perché il modo di dire "pelle d'albicocca"?
Se cercate altre ricette con questo meraviglioso frutto vi consiglio anche La torta di Nocciole e Albicocche davvero golosissima.
Ingredienti per uno stampo da 10 x 26 con fondo amovibile

Per la frolla
150 g di farina 00
50 g di farina di nocciole
90 g di burro
80 g di zucchero
1 uovo medio
scorza grattugiata di limone
1 pizzico di sale

Per la crema frangipane 
90 g di burro morbido
90 g di zucchero
90 g di farina di mandorle
1 uovo grande.
20 g di farina 00
6 piccole albicocche non troppo mature
80 g di confettura di albicocche (io la mia)
20 g di mandorle in lamelle

  •  Preparate la frolla: miscelate le due farine ed il sale. Aggiungete la scorza di limone. Sabbiate il composto aggiungendo il burro ben freddo a tocchetti e riducendolo in briciole con la punta delle dita pizzicandolo a contatto con la farina. Cercate di effettuare questa operazione velocemente senza scaldare il burro. Incorporate lo zucchero quindi aggiungete l'uovo e mescolate con una forchetta quindi quando sarà ben distribuito, impastate velocemente per ridurre il tutto ad una palla. 
  • Schiacciatela ed avvolgetela nella pellicola lasciandola in frigo mentre preparate il resto.
  • Lavate bene le albicocche ed asciugatatele. Dividetele a metà privandole del nocciolo, quindi dividete ogni metà in due parti.
  • Montate il burro morbido con lo zucchero fino ad ottenere un composto chiaro e gonfio e lo zucchero sia ben sciolto. 
  • Sbattete l'uovo che dovrà avere la stessa temperatura del burro, quindi mentre il composto monta, aggiungetelo a filo molto lentamente. 
  • Quando l'uovo sarà ben incorporato, aggiungete la farina di mandorle con una spatola di silicone mescolando delicatamente. 
  • Stendete la frolla sulla spianatoia allo spessore di 3/4 mm e foderatevi la teglia imburrata, bucando il fondo con i rebbi di una forchetta.
  • Con un cucchiaio distribuite uniformemente la confettura di albicocca in uno strato sottile. 
  • Sopra l'albicocca, spalmate con delicatezza la crema frangipane in modo che arrivi appena sotto il bordo della frolla.
  • Decorate la superficie con le albicocche a spicchi schiacciandole leggermente dentro la crema e rifinendo il tutto con le lamelle di mandorle
  • Fate cuocere il forno pre riscaldato a 180° per 35/40 minuti, fino a che la superficie non sarà bella gonfia e dorata. 
  • Fate raffreddare bene prima di sformare.
  • Lucidate le albicocche con un filo di confettura di albicocche appena scaldata e servite. Buonissima appena fatta, il giorno è meravigliosa. 


sabato 10 giugno 2017

CREPE IS THE NEW BLACK: il sesto libro di MTC

Let me out - Gorillaz 
Il lancio dell'ultimo nato targato Mtchallenge, è partito dai carceri di tutto il mondo. 
Un manipolo di delinquenti comuni con espressioni minacciose e a volte stordite, si è fatto portavoce suo malgrado, dell'uscita di un volume di impareggiabile bellezza, che va a rimpolpare la già ricca collana nata dalla sfida più gagliarda del web. 
Crepe is the new black esce oggi in tutte le edicole, con una promozione super speciale allegata ai quotidiani La Nazione e Il Resto del Carlino.
Nelle librerie dal 15 giugno e fin da adesso potrete acquistarlo su Amazon o Ibs con uno sconto del 15%. 
Con le splendide foto di Paolo Picciotto e la freschissima, geniale grafica di Mai Esteve, il nuovo nato Ed. Gribaudo, vede la Crepe e le sue sorelle, protagoniste di originali ed irresistibili ricette. 
Dopo un'introduzione teorica che ci guida all'utilizzo degli strumenti ed attrezzature, ci viene svelata la storia di Crepe, pancakes, waffels, blinis, cialde e tutto ciò che nasce da una pastella e si trasforma in un involucro goloso presente sulle tavole di tutto il mondo. 
A questo proposito, la parte centrale del volume è proprio un Giro del Mondo in 45 Crepes, dove vengono celebrati i Cinque continenti in ricette creative e tradizionali. 
Non manca una sezione dedicata alla realizzazione domestica di burri "vecchi" e nuovi, pralinati, creme, sciroppi, curd, confetture e paté...ovvero tutto quanto serve a farcire in maniera degna queste delizie. 
Una sezione che certamente piacerà ai più golosi. 
Grande spazio è quindi dato alle ricette della Sfida, la parte creativa del libro, in cui ritroviamo molti dei piatti realizzati dalla Community Mtc.
Il libro si chiude con una sezione amata da chi non ha tempo da perdere e si vuole lanciare velocemente nel mare goloso delle Crepes: "Facile e Veloce". 
In breve, oltre 100 ricette irresistibili che sappiamo fin d'ora, vi lasceranno senza parole. 
Crepe is the New black è davvero un libro di grandissima eleganza ed originalità, dall'anima buona: continua infatti il sostegno a Piazza dei Mestieri attraverso la vendita dei volumi Mtchallenge. 
Con il suo acquisto infatti, ognuno di voi contribuirà ad aiutare ne suo piccolo, questo meraviglioso progetto. 
Il ringraziamento più grande va ad Alessandra Gennaro, mente diabolica e geniale nascosta dietro le quinte ma vera anima di questo libro. 
Ed è anche merito suo se un branco di delinquenti disperati, escono oggi sulla parola! 




martedì 6 giugno 2017

Lorighittas di Morgongiori: quando la nostalgia avanza, facciamo la pasta!

Ain't no Sunshine - Bill Withers
Poco più di un anno fa, durante i festeggiamenti di S. Efisio, mi trovavo a Cagliari per lavoro.
Ci ripensavo proprio in questi giorni, quando la nostalgia per quell'isola meravigliosa si è palesata prepotentemente lasciandomi con un senso di irrequietezza, un po' come quello che provano gli innamorati lontani dall'oggetto della loro passione.
Al ricordo di certi colori, di certi profumi nell'aria, di certi paesaggi dalla bellezza turbativa, cercavo di consolarmi ripetendomi: "ma dai, almeno tu ci sei stata...cosa devono dire quelli che non hanno neanche idea di cosa si perdono?".
A dirlo è facile. Però non si spiega.
Capisco benissimo coloro che mi parlano di "Mal d'Africa".
Certi luoghi nel nostro paese, mi fanno lo stesso medesimo effetto. Ed uno di questi è la Sardegna.
Allora per disperdere un po' di malinconia, ho deciso che avrei preparato le Lorighittas di Morgongiori.
Si tratta di un formato di pasta di semola molto antico e preparato ancora a mano (non saprei proprio come potrebbe essere replicato in maniera industriale), dalle abili mani delle donne locali.
Un filo di pasta elastica e sottile intrecciato intorno alle dita e magicamente trasformato in un monile commestibile.
La prima volta che li ho visti, qualche anno fa, non potevo credere che qualcuno potesse spendere ore nella preparazione di questo complesso formato. Credevo fosse impossibile pure da imparare.
Mi sono dovuta ricredere. Con pazienza ci sono riuscita.
Mi hanno aiutato i numerosi video in rete, in particolare un documentario bellissimo che vi invito a guardare, perché racconta l'incantevole storia delle Lorighittas e della sua splendida gente.
Questo post è dedicato con tanto affetto alle mie due "Giuseppine" di Cagliari, con la speranza di riabbracciarle presto.
La preparazione delle Lorighittas non è terribilmente complessa.
Ci sono formati più difficili in cui mi sono cimentata (le trofie per esempio, o le orecchiette che non ho mai ancora postato perché mi vengono malissimo). Si tratta solo di un lavoro piuttosto lungo che sarebbe decisamente più piacevole fare in compagnia, come sanno bene le donne sarde.
Si lavora si chiacchiera e magari si ride anche di cuore, che ridere scaccia tutte le fatiche.
Il segreto è come sempre l'impasto, che deve essere molto bel lavorato e non troppo umido, perché l'umidità non aiuta l'intreccio.
Allora il consiglio di base è impastare a lungo e lasciare riposare l'impasto almeno mezz'ora. Questo fornirà la giusta elasticità per ottenere dei lacci di pasta molto sottili, che contribuiscono ad ottenere delle Lorighittas aggraziate e leggere.
Qui di seguito vi lascio la ricetta per provare a cimentarvi

Ingredienti per 3/4 persone
300 g di semola rimacinata
150g di acqua in cui avrete sciolto un generoso pizzico di sale.

  • Versate la semola sulla spianatoia e fate una fontana. Cominciate a versare l'acqua al centro pizzicando la semola per assorbire l'acqua. Aiutatevi mescolando con la mano ed aggiungete acqua via via che questa verrà assorbita. 
  • Quando avrete terminato l'acqua, cominciate ad impastare, raccogliendo le briciole di impasto intorno a voi, con un tarocco. Impastate con energia ma senza strirare troppo l'impasto, che dovrà essere richiuso su se se stesso usando i polsi. Dovrete dedicare all'impasto almeno una decina di minuti, per ottenere una palla liscia e setosa, senza alcuna imperfezione. 
  • Fatela riposare avvolta da pellicola trasparente. 
  • Una volta pronta, cominciate. Le tecniche per ottenere i fili di pasta sono due: alcuni usano una chitarrra da cui, con una sfoglia alta c.ca 3 mm, ottengono degli spaghetti che poi lavorano. Mentre la tradizione vuole che il filo di pasta venga "filato" direttamente dalla palla come potete vedere anche dal video che ho linkato. Personalmente ho tagliato dei piccoli pezzi di impasto che ho tirato mantenendo il resto della pasta sempre coperto per non farlo seccare. 
  • Arrotolate il filo di pasta intorno a 2 o 3 dita facendo 2 giri e recidendo la pasta a contatto con il suo capo. Adesso dovete effettuare una torsione dei due anelli di pasta ai vertici, arrotolandoli su se stessi con estrema delicatezza. Questi si intrecceranno formando una piccola "catenella" simile ad un orecchino. 
  • Appoggiate la vostra lorighittas su un panno di cotone o lino cosparso di semola (meglio di tutto sarebbe in uno dei cesti tradizionali in cui vengono fatte seccare), e lasciatela all'aria fino a che non si indurisca. Proseguite così fino all'esaurimento dell'impasto (o il vostro, scegliete voi). 
  • Una volta seccate, potranno conservarsi a lungo protette da polvere ed umidità. 
I condimenti tradizionali sono il sugo con galletto ruspante o il più semplice ragù di salsiccia, che è quello che ho preparato io per condire questa specialissima pasta. 
In ogni caso almeno qui, siete liberi di usare la vostra fantasia. 
Ragù di salsiccia con alloro
Ingredienti per 4 persone
250 g di salsiccia fresca nostrale privata di pelle
400 g di salsa di pomodoro (la mia fatta in casa)
1 cipolla bionda piccola
2 foglie di alloro
olio extravergine di Oliena
1/2 bicchiere di vino Vermentino di Sardegna
sale - pepe qb
  • Affettate finemente la cipolla quindi fatela passire a fuoco dolce in una larga padella,  con 3 cucchiai di olio extravergine profumato con le foglie di alloro. Se necessario, aggiungete piccole quantità di acqua affinché la cipolla non si bruci.
  • Una volta che sarà morbida e trasparente, aggiungete la salsiccia sbriciolata e fatela rosolare a fiamma media con le cipolle, cercando di spezzettare ben bene le cipolle con una spatolina di legno. 
  • Alzate la fiamma e sfumate bene con il vino e quando l'alcool sarà evaporato, aggiungete la salsa di pomodoro e proseguite la cottura per un'oretta fino a che la salsa non si sarà "tirata" a dovere.
  • Aggiustate di sale e pepe solo in fondo.
  • In una abbondante pentola con acqua bollente salata, cuocete le lorighittas. Ci vorranno dai 10 ai 12 minuti, dipende dallo spessore della vostra pasta. Assaggiate perché la cottura non è sempre semplice, visto l'intreccio, e deve bollire un po' per non sentire troppo "l'anima" sotto i denti. 
  • Una volta pronta, scolatela e versatela nella padella del condimento. Saltatela brevemente e servitela, accompagnata da una bella manciata di pecorino sardo grattugiato. 



mercoledì 31 maggio 2017

Ciambella di cioccolata amara e ciliegie con extravergine: evviva le ciliegie!

Cherry oh baby - Rolling Stones
Proprio quando sei lì a morire di invidia osservando dalle immagini dei social, mani golose che arraffano manciate di frutti rossi, certa che per provare un po' di quello stesso godimento dovrai rassegnarti a fare un mutuo, in quello stesso istante squilla il telefono.
Un amico generoso ha un cesto di ciliegie appena colte, ancora calde di sole, "ma vieni a prenderle che se non le mangi oggi, passano...".
Figurati: neanche è chiusa la telefonata che il marito è già per strada!
Ed ecco qua svariati chili di rosse sorelline campeggiare sulla mia tavola.
La prima operazione smaltimento, avviene quasi immediatamente.
Una sciacquata veloce sotto l'acqua fresca per eliminare qualche impurità (sono ciliegie km 0 da alberi selvaggi e fieri di Castellina in Chianti) e via con la festa!
Ma quante ciliegie è in grado di farsi fuori un essere umano in salute?
Il detto "una tira l'altra" è verissimo, ma funziona soprattutto quando queste sono poche.
Ovvero, il tutto si riduce ad una corsa per non restare indietro e vedere l'ultima croccante delizia finire nella bocca del tuo vicino di desco.
Ma quando di fronte a te c'è un cesto colmo di cui non vedi la fine, un po' cedi e ti dici: ok, a voi ci penso dopo!
Senza contare quella strana, impalpabile ed inquietante sensazione di lieve smottamento nell'area intestinale che ti fa chiedere: che sarà?
Sarà che ti sei mangiato questo e quell'altro mondo di ciliegie...non ti dice nulla?
Vi avverto preventivamente: questa torta è diabolica.
L'unico aspetto positivo è la sua dimensione: piccola, stampo da 18 cm, un'illusione che non impedisce di rovinarsi definitivamente a suon di "ok, ancora una fettina, ma sottile eh!".
Quando arriva il caldo, si prende distanza dalla cioccolata, se non in forma di gelato.
Posso garantirvi che questa deliziosa ciambella dall'aspetto innocuo, diventerà la vostra prossima dipendenza.
E come si dice "uomo avvisato..."
Giornata Nazionale delle ciliegie sul Nuovo Calendario del Cibo Italiano. 
Questo frutto paradisiaco che vive il suo trionfo di sapore nell'arco del mese di giugno, verrà declinato in decine di ricette intriganti e deliziose grazie ai numerosi contributi che potrete seguire sulla pagina FB del Calendario.
Questa è la mia proposta ma presto ne arriverà un'altra perché come potevo smaltire tutte 'ste ciliegie?
In ogni caso non ho inventato nulla.
Si tratta di una ricetta trovata su Sale & Pepe giugno 2014, successivamente ispiratami dal blog di Gabila in una sorta di ipnotica incitazione.
Dire che è splendida è poco.
Vi prego: usate dell'ottimo extravergine. Va bene il Ligure sia riviera Levante che Ponente, oppure un più fruttato e dolce olio del Garda.
Siate audaci e date un'occasione a dell'ottimo extravergine. Vi sorprenderà.
Ingredienti per uno stampo a ciambella con fondo amovibile 18/20 diametro

NOTA BENE: Nel mio caso, l'impasto avrebbe potuto stare comodamente in uno stampo da 20 cm e la ciambella risultare comunque bella alta. Una piccola parte di impasto ho dovuto sacrificarla perché lo stampo era già colmo quindi a regola uno da 20 cm è perfetto.
Se monterete bene le uova e farete in modo da non smontare l'impasto nell'aggiunta del resto degli ingredienti, la torta crescerà molto il cottura.
A me è salita di almeno 2 cm oltre il bordo (senza strabordare fortunatamente).
Quindi vi consiglio di alzare i bordi con 5 cm di carta da forno che aiuterà la torta a sviluppare il proprio volume senza rischi di travaso.

Ingredienti (da me ritoccati in parte)
300 g di ciliegie denocciolate + alcune per decorare.
130 g di farina 00
3 cucchiai di Maraschino
150 g di zucchero di canna finissimo
60 g di cacao in polvere amaro (io Olandese)
120 g di olio extravergine Garda Dop.
120 g di acqua
100 g di cioccolato fondente al 70% tritato grossolanamente.
3 uova grandi freschissime (a temperatura ambiente)
1/2 cucchiaino di bicarbonato
1 cucchiaino di lievito in polvere per dolci
burro per lo stampo.
  • Lavate ed asciugate le ciliegie quindi denocciolatele. Mettetele in una ciotola con 30g di zucchero ed il Maraschino. Mescolate bene e lasciate macerare fino al momento di usarle. 
  • Scaldate l'acqua quindi mettete il cacao in una ciotolina. Versatevi sopra l'acqua bollente lentamente, mentre mescolate con cura con una frusta, per sciogliere bene polveri ed eventuali grumi. Tenete da parte
  • Nella ciotola della planetaria montate a velocità elevata, le uova con il restante zucchero. Dovrete ottenere una massa aerea chiara e sostenuta. Vi ci vorranno almeno 10 minuti.
  • Abbassate un po' la velocità e continuando a montare, aggiungete a filo interrompendo via via, l'olio extravergine. Per evitare che l'impasto smonti, versate una piccola quantità e montate per un minuto, quindi proseguite così fino ad esaurimento dell'olio. 
  • Sempre montando, aggiungete lentamente il cacao disciolto nell'acqua e montate fino a che non sia ben amalgamato. 
  • Togliete la ciotola dalla testa e aggiungete la miscela di farina e lieviti ben setacciati incorporandone metà alla volta, ed aiutandovi con una spatola mescolando dal basso verso l'alto, in modo che non restino sacche di farina nella massa montata. 
  • Per ultimo aggiungete le ciliegie con il loro liquido e la cioccolata tritata mescolate bene il tutto con delicatezza.
  • Versate il composto nello stampo precedentemente imburrato e con le pareti foderate con carta da forno, e cuocete in forno preriscaldato a 180° per almeno 50 minuti. Fate comunque la prova stecchino, che dovrà uscire ben pulito. 
  • Fate raffreddare completamente prima di sformare.
  • Per servirla, io ho pareggiato la superficie con un coltello affilato, eliminando la parte convessa del dolce, che ho poi ridotto in briciole finissime e con cui ho cosparso il bordo della ciambella capovolta. Ho decorato con qualche ciliegia.
  • Si serve da sola (è bella umida) o accompagnata da una pallina di gelato alla crema o vaniglia. Ma anche con la panna è niente male! 




sabato 27 maggio 2017

Caesar Salad per il Club del 27 e quella prima volta 25 anni fa.

For once in my life - Frank Sinatra 
"Caesar Salad" ha per me un unico ed indimenticabile sapore.
Quello del mio primo viaggio in US, all'alba dei miei 25 anni, di cui ogni tanto torno a raccontare su questo blog.
Perché come tutte le prime volte, fu un viaggio potente, pieno di situazioni irreali a cui tutt'ora stento a credere e perché ero giovane, ma tanto, nel corpo e nell'anima.
Partivo per lavoro, un viaggio di 3 settimane tra Usa e Canada con una delegazione di politici e notabili locali al seguito e primo sbarco a NY city, tanto per ricevere la prima vera botta di emozione tra capo e collo.
Non avevo neanche preso possesso della mia camera al mitico Drake, che il mio capo mi disse: "fatti trovare pronta fra mezz'ora che dobbiamo andare a cena fuori".
Eravamo atterrati alle cinque del pomeriggio e per le sette mi trovavo già in reception in attesa dell'auto che ci avrebbe portato al ristorante.
Con mio grande stupore, nell'auto ci aspettavano già 3 persone e solo dopo essermi seduta, venni a sapere che la cena sarebbe stata nel New Jersey, praticamente a 200 miglia da NY.
Un po' come da Siena decidere di andare a prendere un aperitivo a Roma!
Non proferii parola anche perché preferivo ascoltare le conversazioni dei nostri ospiti, in particolare dell'autista, che spiegava in tono scanzonato, l'allora situazione della città, molto diversa da adesso: "Se dovessi perdermi casualmente fra le strade del Bronx, la speranza è avere una capsula di cianuro in un dente", e tutti a ridere come matti nell'abitacolo.
Io invece, mi rimpicciolivo pregando che l'autista conoscesse bene la destinazione verso cui eravamo diretti.
Soltanto un paio d'ore dopo, mentre già sentivo salire una sorta di allucinato torpore da Jet lag, arrivammo al ristorante, situato all'interno di un Club privato.
Fummo accolti da un attempatissimo President che ci guidò al nostro tavolo. Altri ospiti ci attendevano e la serata si prospettava frizzantina.
Sul tavolo erano già sistemati i menu ma ancora prima di ricevere l'entrée, uno dei miei delegati cominciò a richiedere a gran voce la Caesar Salad della casa. Seguito poco dopo dal resto rumoroso della brigata.
Dentro di me pensavo ringhiando: "Ma proprio a me, i soliti italioti..." e cercavo di capire cosa fosse 'sta "sisarsalad", mai sentita nominare.
Un istante dopo si manifestò in sala lo chef spingendo un carrellino su cui campeggiava un'enorme ciotola di cristallo piena a metà di foglie verdissime.
Come un novello giocoliere, lanciò in aria uno svariato numero di uova, le ruppe una dietro l'altra dentro una scodella e cominciò a sbattere furiosamente con una frusta, aggiungendo via via diversi ingredienti che distinguevo con difficoltà.
Dalla platea si levava il ritmico"sisar sisar sisar" acclamato dagli astanti.
Il mio sguardo si fece vitreo quando a mani nude, lo chef prese un capo d'aglio, lo strofinò vigorosamente fra i palmi e dopo aver liberato gli spicchi dalle camice, li strizzò in un pugno e buttò le "briciole" nell'impasto delle uova che riversò sulle foglie di insalata.
Aggiunse una palata di crostini e sempre a con le sue manone (Jamie non era ancora nato) mescolò il tutto, sollevando in aria il contenuto come coriandoli.
Pepe nero da un macinapepe lungo un metro, sale a pioggia e la Sisar era pronta.
Con lo stomaco in rivolta all'idea di dover cominciare una cena con un insalata condita con uova crude e aglio a pezzi, quello fu l'esatto istante in cui capii il significato della parola "compromesso".
Ogni 27 del mese il Club del 27 si scatena affrontando un tema splendido, collegato alla sfida MTC in corso.
Questo mese tocca alle Insalate e le ricette protagoniste arrivano in buona parte dal bellissimo libro Insalata da Tiffany, parte della collana MTC. 
Insieme ad una cospicua combriccola di pazze, oggi sul web sarà un tripudio di freschezza, che farà la felicità di molti in vista dell'estate.
Se non si fosse capito, io celebro la Caesar Salad.

La Caesar, che tutti pensano americana, è una delle tante ricette nate da un cervello in fuga ai tempi in cui si fuggiva dall'Italia letteralmente per non morire di fame.
Fu creata dal ristoratore Cesare Cardini, trapiantato in California in cerca di fortuna, che spesso arriva sotto le sembianze della disperata necessità e come ben sappiamo, il bisogno aguzza l'ingegno.
Durante la festa Nazionale del 4 Luglio 1924, il nostro eroe si vide inaspettatamente riempire il ristorante da clienti affamati, e non avendo previsto affluenza, mise insieme quei pochi ingredienti presenti in dispensa ed inventò la Caesar Salad.
Che non è dedicata a Giulio Cesare, come molti pensano (o magari chissà, potrebbe anche), ma più semplicemente prende il nome del suo creatore, che fece del condimento, una pseudo maionese fatta da limone, uovo, parmigiano e Worcestershire sauce, il successo di un piatto minimal.
Le interpretazioni ad oggi, si contano a migliaia, così come le sue variazioni. Quella di maggior successo vede la presenza di pollo grigliato nell'insieme o acciughe nel condimento.
Resta il fatto che questa insalata, è entrata di diritto nell'Olimpo della cucina e qui resterà.

La ricetta è tratta direttamente dal libro MTC Insalata da Tiffany, ed il suo autore è Leonardo Bellocchio (alias Cozzaman)

Ingredienti per 4 persone
4 cespi di lattuga romana
60 g di Parmigiano Reggiano grattugiato
4 uova freschissime
10 cucchiai di olio extravergine d'oliva (qui sarebbe perfetto un Trevi Dop)
2 limoni
4 spicchi d'aglio
12 gocce di salsa Worcestershire
6 fette di pane casereccio
sale e pepe macinato fresco qb

  • Per prima cosa preparate i crostini. Nella mia prima Caesar Salad ho visto mettere aglio crudo direttamente nel condimento. Immagino che qualcuno lo faccia, magari schiacciandolo per trarne il succo e versando poi questo nel condimento. Se non volete vedere svenire qualche commensale per aver masticato un pezzo d'aglio crudo (a me succederebbe - garantito), l'aglio lo usiamo per insaporire i crostini. Prendete quindi 6 cucchiai di olio su totale, un pizzico di sale e gli spicchi d'aglio leggermente schiacciati e lasciate il tutto in infusione per una decina di minuti o più. Con un coltello affilato riducete le fette di pane a dadini non troppo piccoli (1 o 2 cm di lato).
  • Versate l'olio aromatico in una larga padella, fatelo scaldare bene quindi friggetevi il pane, facendo attenzione a dorarlo su tutti i lati e a non bruciarlo. Scolate quindi il pane e tenetelo da parte. 
  • Procedete quindi alla preparazione del condimento. Come raccontavo prima, l'idea di vedere condita un'insalata con uova crude mi fa accapponare la pelle e confesso di non essere schizzinosa. Qui procederemo ad una cottura parziale mettendo le uova in un pentolino pieno di acqua che bolle, non prima di averle sciacquate sotto acqua corrente, e le facciamo "cuocere" per 1 minuto esatto. Raffreddatele immediatamente quindi sgusciatele nel condimento. Quando le aprirete, vedrete che parte dell'albume resterà attaccato al guscio. Usate tutto il resto. 
  • Con una frusta a mano sbattete energicamente le uova con il succo di limone filtrato, la salsa Worcestershire ed il parmigiano reggiano ed il resto dell'olio, in modo da ottenere una sorta di maionese. Personalmente ho effettuato questa operazione mettendo la ciotola a bagnomaria su una pentola con acqua bollente, perché volevo ottenere uno zabaione salato. Ci vorranno dai 4/5 minuti di sbattimento continuato. 
  • Una volta pronto il condimento, versatevi dentro i crostini, in modo che lo assorbano in parte. 
  • Preparate l'insalata lavando bene le foglie intere ed asciugandole con cura. 
  • Disponetele sul piatto di portata, creando un letto su cui adagerete i crostini, condirete il resto con la salsa rimasta e aggiusterete di sale e pepe in finale. Mescolate con cura e servite immediatamente. 

Meraviglioso banner realizzato dalla nostra Mai Esteve - GRAZIE! 

martedì 23 maggio 2017

Pollo saltato al limone, mostarda e basilico per Starbooks

I have a dream - Abba
Che mi piaccia cucinare il pollo, è risaputo.
Che sia un ingrediente che va cucinato con attenzione pure.
Ma questa versione fresca e perfetta per le cene d'estate non richiede neanche troppo tempo, e finirete col litigarvi l'intingolo.
Oggi su Starbooks!



venerdì 19 maggio 2017

Cestini croccanti con mousse alla bottarga e fragole: gioie e dolori del condomio

It's oh so quiet - Bjork 
Da mesi ormai, dormo pochissimo e di un sonno al limite della veglia.
Ho una stanchezza talmente calcificata che alle 14.00 del pomeriggio, puntualmente, comincio ad avere strane visioni, mi si ribaltano gli occhi nelle orbite ed ho piccole crisi di narcolessia, vale a dire mi addormento mentre scrivo o faccio qualsiasi altra cosa.
Ieri, dopo una mattinata stremante in macchina, sotto il primo caldo della stagione, una volta a casa mi sono concessa mezz'ora di pennica tra le due e le tre del pomeriggio.
Ho steso le gambe sul divano e mente appoggiavo la testa sul cuscino, ho provato una sensazione di tale immensa beatitudine che ho pensato mi avesse baciata la Madonna.
Peccato che qualche attimo dopo, il Diavolo in persona ha trovato il mio numero di telefono e mi ha chiamata.
Riposare il pomeriggio per me è impensabile, visto che il cellulare squilla in continuazione (e non posso spegnerlo, il mio lavoro non me lo consente).
Arrivo alla sera che ho un portamento da "non morta".
Dopo cena mi sdraio sul divano e spero in qualche bel film, di quelli da guardare in famiglia, forieri di bei sogni. E puntualmente mi addormento.
Normale, direte voi. Impossibile, dico io.
Nella vita non mi sono MAI addormentata davanti ad un bel film né generalmente davanti alla tele. Piuttosto me ne vado a letto, perché nonostante sia bello lasciarsi cullare dal blaterare ipnotico del tubo catodico, quando ti risvegli pensi che devi ancora fare tutto e prepararti per la notte.
Ma quando arriva il meraviglioso momento del letto (ahhhh benedetto chi l'ha inventato), e spengo la luce, la consapevolezza di vivere in un condominio si fa agghiacciante.
Immediatamente ricordo che ho dei vicini sordi forte, tanto che il volume del loro televisore raggiunge decibel da drive in.
Vicini sordi e nottambuli perché non vanno mai a letto prima della mezzanotte.
Ed il bello è che quando vanno a letto, manifestano la loro stanchezza lanciandosi in sbadigli che metterebbero in soggezione Shreck ed altri mostri della laguna.
Prima di dormire devono raccontarsi tutta la giornata e la sventura vuole che il capofamiglia abbia la voce di un pastore maremmano (il cane) a cui è scappato il gregge.
Bofonchia a tutto volume, risbadiglia, ribofonchia e poi, finalmente, decide di dormire.
Fino alle 5.45, quando si risveglia con un urlo/sbagliglio che fa vibrare la parete della camera da letto (ebbe si, è adiacente alla nostra), e ricomincia a bofonchiare con la moglie fino alle 7.00, quando, inutilmente, suona la mia sveglia.
Capirete come nonostante tutto, dormire non sia un atto automatico né scontato e che la stanchezza influisca anche sulla voglia di cucinare.
Oggi infatti, per la bellissima Giornata Nazionale delle Fragole, all'interno del Calendario del Cibo Italiano, avrei potuto preparare qualsiasi cosa.
Anzi, ero determinata a ripostare una crostata stupenda fatta agli albori del blog, e di cui sono andate perse le foto quando ho rifatto il layout.
E' la "Nera con fragole" che vi invito a provare, perché se la crostata al cioccolato di Knam vi ha fatto piangere di commozione, questa vi farà ululare di piacere. Garantito.
Ma non l'ho fatta, perché all'ultimo momento mi sono sentita tonica come un budino.
Zero voglia di accendere il forno, zero fantasia.
Per cui oggi vi beccate una NON RICETTA, nata dalla svogliatezza e dalla mancanza di fantasia, e da ingredienti che in genere ho sempre in frigo.
E se vi lamentate ancora che non è facile, vi mangio in un boccone come questi cestini:
Ingredienti per 4 persone

150 g di robiola di capra freschissima
50 ml di panna fresca
3 cucchiaini di bottarga di cefalo in polvere
150 g di fragole fresche
1 piccolo mazzetto di timo limonato
fiocchi di sale agli agrumi
pepe nero macinato fresco
Olio extravergine d'oliva Oliena Dop
1 cucchiaino di aceto balsamico

 2 confezioni di cestini croccanti in pasta di pane (comprati all'IKEA :D)
  • NOTA BENE: QUESTO FINGER VA FATTO E SERVITO, QUINDI PREPARATE MOUSSE E FRAGOLE IN ANTICIPO E RIEMPITE I CESTINI SOLO AL MOMENTO DI SERVIRE PER EVITARE CHE SI "SMOLLINO". 
  • Lavate le fragole sotto acqua corrente, senza togliere il picciolo, per evitare che si rovinino, quindi asciugatele. Eliminate il picciolo e scegliete le fragole dello stesso calibro, non troppo grandi. Tagliatele a fettine spesse 5 mm.  
  • Preparate una vinaigrette con 3 cucchiai di olio extravergine ed il cucchiaino di aceto balsamico. Sbattete bene con una forchetta. Mettete le fragole in una ciotola e versatevi sopra il condimento. Mescolatele bene con delicatezza in modo da condirle. Tenete da parte. 
  • Mettete la robiola in una ciotola e con un cucchiaio mescolatela in modo da renderla cremosa. Aggiungete la bottarga, le foglioline di timo limone, il pepe macinato, due cucchiai di olio extravergine e mescolate il tutto molto bene per renderlo omogeneo. Evitate di salare perché la bottarga lo è di per sé. Inoltre finirete il tutto con fiocchi di sale. 
  • Montate la panna ben ferma quindi incorporatela al composto di robiola. Con delicatezza mescolate l'insieme ed assaggiate. La panna tende ad addolcire il tutto quindi, se necessario aggiungete altra bottarga. Dovrete andare un po' a sentimento, assaggiando il tutto prima di finire il finger. 
  • Mettete la mousse in un sac a poche con bocchetta a stella, e riempite i cestini facendo strabordare la mousse di mezzo cm, decorate con una fettina di fragola ed un capo di timo limonato. Completate con una macinata di fiocchi di sale agli agrumi. 
  • Servite immediatamente, accompagnandolo come ho fatto io, con un Franciacorta Vigna Dorata Satèn a giusta temperatura. Al momento sto sviluppando dipendenza da questo meraviglioso Chardonnay in purezza prodotto a due passi dal Lago D'Iseo. Molto aromatico, con un ricordo di fiori d'arancio e pesca, ma fresco e minerale in bocca.  E' davvero perfetto per un aperitivo fra amici, ma adatto anche a tutto pasto su piatti leggeri e di non grande struttura. 



mercoledì 17 maggio 2017

Torta di arance e pistacchio per Starbooks

Lemon Tree - Fools Garden 
Questo è un dolce che vi lascerà a bocca chiusa per l'incredibile bontà e per i profumi che contiene.
Se amate le arance, se fate gli occhi dolci al pistacchio, se rifuggite grassi ma non rinunciate alla dolcezza, questa è la torta che fa per voi.
Prima che le buone arance non si trovino più, vi consiglio di provarla!
E la ricetta, ovviamente, la trovate solo qui! 
Buon mercoledì con Starbooks.

martedì 16 maggio 2017

Alla scoperta della Costa degli Etruschi in un Mare di Gusto

Onda su Onda - Bruno Lauzi
Il paradosso per un agente di viaggio è non riuscire a partire.
Diciamo che la cosa potrebbe trasformarsi in uno di quei "colmi" che si raccontano da bambini: "Qual'è il colmo per un agente di viaggio? Restare ai blocchi di partenza!"
Non è divertente (purtroppo) ma è la realtà del mio lavoro, che ha come scopo far partire gli altri.
Se da un lato, la professione che mi sono scelta richiede stare "sul pezzo" molte ore al giorno, dall'altro ha anche il suo lato positivo: "il pezzo" spesso è, come noi diciamo tecnicamente, "la site inspection" di ciò che dovrò vendere, visto che ciò che vendo al resto del mondo è la mia Italia.
Così ogni tanto parto per andare a visitare quella cantina, quell'albergo, quel ristorante.
In 25 anni di questo lavoro e oltre 43 di vita in Toscana, ancora non ho finito di scoprire i tesori della mia regione ed ogni volta ne resto sorpresa.
Come avrei potuto declinare l'invito rivoltomi dalla manifestazione Un Mare di Gusto - attraverso una delle sue mattatrici, la mia amica Cristina Galliti, che da anni la segue con passione?
San Vincenzo ed una piccola parte della Costa degli Etruschi, l'ho scoperta così, in una intensa tre giorni di luoghi e sapori difficilmente dimenticabili.
Quando si parla di Costa degli Etruschi, il vostro ditino percorre sulla carta quel nastro di terra che si srotola guardando il mare tra Livorno e Piombino.
Una manciata di chilometri e millenni di storia che ci hanno regalato uno dei più variegati e suggestivi tratti costieri di questo Paese.
Lo sapeva bene Pirandello che spesso trascorreva le sue vacanze a San Vincenzo ed amava contemplare la vista di quel mare e quell'orizzonte costellato di isole.
Ed un po' contemplativa mi sono sentita anch'io, scoprendo piano piano un territorio che finisce per stregarti come il canto delle Sirene ed entrarti dentro come il salmastro.
Dovevano ben saperlo anche gli Etruschi, che su questa costa hanno costruito una città di tale e tanta importanza che tutt'ora, sul promontorio di Populonia, si scava scoprendo ogni giorno nuovi reperti e informazioni su questa civiltà affascinante e misteriosa.
Per gli amanti dell'archeologia, del paesaggio e della natura, il sistema dei Parchi della Val di Cornia rappresenta la perfetta combinazione di tutto questo ed offre opportunità di visita non esauribili nell'arco di un giorno e probabilmente neanche di una settimana.
A chi si domanda: "cosa potrei fare sulla Costa degli Etruschi", ho solo voglia di rispondere: attiva la fantasia!


Sotto il promontorio di Populonia, si apre il Golfo Di Baratti, uno dei tratti più belli di questa Costa, noto per la sua spiaggia di sabbia rossiccia, il cui colore è dovuto ai residui di ferro ricavato dalle rocce che gli Etruschi trasportavano qui dall'Elba e che qui lavoravano.
L'acqua incontaminata, il fondale limpido, la vegetazione lussureggiante fanno di questo luogo un vero e proprio paradiso per gli amanti del mare e per i sub.
Ma se il mare resta indubbiamente una delle principali attrattive di questa parte della Costa Tirrenica, la mia opinione è che sia proprio l'interno il suo vero tesoro, ciò che costituisce il vero potenziale e che differenzia il viaggiatore dal villeggiante.
L'interno della Costa è ancora tutto da scoprire grazie ad una natura per lo più selvaggia, boscosa, incontaminata.
Mi viene da dire che, nonostante l'invito alla lentezza che il comprensorio offre, la Costa degli Etruschi "non è un paese per stanchi".
"Lavoriamo fino a bassa stagione con tantissimi ciclisti" - mi racconta Beatrice dell'Azienda Agrituristica Santissima Annunziata.
Beatrice è l'esempio di come si possa dar seguito ad un sogno pur scontrandosi con una realtà frammentaria e poco coesa.
La sua azienda agricola fa accoglienza nel modo più autentico, negli appartamenti del Casale di famiglia, con una ristorazione che offre solo prodotti del territorio (spesso il suo) e mantenendo una fortissima coerenza e rigore nella produzione del suo prodotto di punta, uno splendido Extravergine che gli ospiti possono assaggiare a tavola e successivamente portarsi a casa.
Dalla sua azienda si arriva in un attimo a S. Vincenzo, nei giorni di vento si sente il profumo del mare ed i clienti che frequentano la sua casa, hanno capito di certo come godere delle proprie ore di riposo.
Personalmente è qui che verrei se potessi fuggire dalla pazza folla.

Beatrice ha fortemente voluto un orto "girasole", esposto in maniera tale che le specialità seminate godano della migliore esposizione, diversa da ora ad ora e da specie a specie.
Lei stessa ha disegnato la complessa geometria del proprio orto che è riuscita a realizzare solo poco tempo fa.
L'azienda si affaccia su un'oliveta che nei giorni di vento, ha lo stesso movimento ondulatorio del mare, questa volta di un verde argenteo.
I colori di questa natura, caratterizzano l'intero circondario e regalano all'occhio una visione di pura tranquillità e perfezione.
Se parliamo di Costa degli Etruschi, non possiamo prescindere dalla sua Strada dei Vini.
Vini che nei primissimi anni '70 (Sassicaia forse vi dice qualcosa) hanno dato vita ad un fenomeno di eccellenza di fama mondiale.
Come sempre succede, anche una sola eccellenza di un territorio se gestita con intelligenza, diventa volano di crescita per l'intero comprensorio, trainando nella sua gloria tutti quei prodotti che ne fanno parte, dall'olio ai salumi, dal miele ai formaggi.
E se questa terra assomiglia a questo angolo di Paradiso, allora il fenomeno diventerà "turistico", fornendo a chi decide di venire, il pretesto per assaggiare vini e prodotti, ma anche perdersi fra borghi, pievine nascoste, macchia mediterranea, decidendo di restare anche più di un semplice week end.
Percorrendo l'ultimo tratto della Strada dei vini, quella che da S. Vincenzo raggiunge il Golfo di Baratti attraverso la Via della Principessa (ricostruita ed allargata ad inizi Ottocento, in onore della visita a Piombino di Elisa Baciocchi Bonaparte, amata sorella di Napoleone) si giunge in una nuova giovane azienda vinicola, il cui approccio all'accoglienza e la cui idea di turismo sono decisamente originali.
La Tenuta Poggiorosso nasce dal recupero di una vecchia casa patronale e terreno annesso con tanto di pineta e boschi, nel 2001, dalla famiglia Monelli.
I vigneti vengono impiantati nel 2004 ma la bellezza dell'ambiente e la sua natura "selvaggia" forniscono ai proprietari, un'ispirazione fuori dai canoni.
Ecco che soltanto lo scorso anno, all'interno della tenuta e completamente invisibile all'esterno, viene allestito un "glamping", per noi comuni mortali un "camping glamour", costituito da splendide tende che richiamano da vicino i Lodge di lusso africani.
Confortevoli tende arredate, interni completamente in legno, dotate di ogni confort (anche di più), con quel tocco shabby chic e dettagli adorabili che tanto fanno sentire noi donne come la Meryl Streep de La mia Africa e spingono a palla il nostro romanticismo.
I gridolini di entusiasmo si sono sprecati una volta che Diego Monelli, il nostro ospite, ci ha scoperto l'interno di una tenda.
A parte una breve pausa invernale, il glamping lavora tutto l'anno accogliendo un turismo che cerca tranquillità e riservatezza, gestendo autonomamente la propria vacanza (l'affitto è in self catering) e spendendo grand parte del suo tempo nella scoperta del territorio.
I proprietari inoltre, coinvolgono gli ospiti i numerose attività all'interno dell'azienda, tra cui la vera e propria vendemmia che non viene fatta per gioco ma seguendo i ritmi che la natura impone.
Trovo che il glamping toscano sia una fantastica alternativa alla vacanza con semplice locazione di case o appartamenti e sono certa che verrà presto imitato da aziende con vasti spazi tranquilli.
Per deformazione professionale ed anche perché il prodotto turistico di cui mi occupo è proprio quello eno-gastronomico, ho scoperto in San Vincenzo e la sua Costa, un'enorme potenzialità in questo tipo di offerta.
Anche il delizioso Podere l'Agave risponde alla filosofia della vacanza gustosa ed autentica.
A poca distanza da San Vincenzo - dalle finestre degli appartamenti si ammirano l'ordinata campagna ed il mare - l'azienda agricola ha come principale attività l'allevamento di maiali di cinta senese, in parte incrociata con la razza Large White.
I maiali vivono allo stato semi-brado all'interno della proprietà, circondati da bosco ed olivi secolari.
Barbara Zenoni, la proprietaria, segue personalmente l'allevamento e la riproduzione con vivo entusiasmo.
Gli ospiti dell'azienda possono così gustare il prodotto finale ogni giorno a colazione, mentre gran parte dei salumi vengono venduti sul territorio.
In un microcosmo complesso come quello della Costa degli Etruschi, è possibile trovare spazio per ogni tipo di vacanza: appassionati camminatori, instancabili ciclisti, raffinati gastronomi, archeologi mancati, intrepidi subacquei, vacanzieri solitari o gruppi familiari pieni di bambini.
Qui ognuno può trovare la propria dimensione di gioia e relax.
E se il tempo non manca, dalla bella Piombino ci si può infilare sul primo traghetto per l'Elba e continuare la scoperta della provincia via mare.

Ringraziando l'organizzazione Un Mare di Gusto, il Sindaco di S. Vincenzo Alessio Bandini e l'Assessore Serena Malfatti, promotrice dell'evento, ma anche Cristina Galliti e Deborah Corsi, direttrice artistica della manifestazione oltre che chef della Perla del Mare, la bravissima aecheoblogger Marta Coccoluto che mi ha fatto scoprire con grande emozione i resti di Populonia, e tutte le persone che ho avuto modo di incontrare e che hanno reso questi 3 giorni una vera scoperta, vi lascio una guida sintetica per il vostro prossimo viaggio sulla Costa degli Etruschi:

Dove mangiare:

  • Ristorante La Perla del Mare - San Vincenzo - dove non dovrete perdervi la strepitosa Palamita Tonné ed una cucina di mare di grande creatività e raffinatezza. 
  • Azienda Agricola SS Annunziata - cucina toscana km 0 e fantastico extravergine 
  • Podere S. Michele - l'unica azienda vitivinicola di S. Vincenzo, gestita con passione dalla famiglia Socci - con produzione di vino rigorosamente "al naturale" e cucina tradizionale. 
Dove Dormire 
Nei prossimi giorni potrete seguire i miei compagni di viaggio in racconti tematici sulla loro esperienza ad un Mare di Gusto: Giulia Scarpaleggia - Juls Kitchen, Alice del Re - Panelibrienuvole, Marina Bogdanovic - Mademoisellemarina, Sandra Pilacchi - Sono io Sandra,  Giuliana Fabris - Lagallinavintage, Giacomo Mazzoni - Ticonsigliounposticino, Daniela Barutta, - Ladanigourmet Annarita Rossi - Ilboscodialici.



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