lunedì 23 aprile 2018

Pains au chocolat per Starbooks

Sous le ciel de Paris - Edith Piaf
Oggi una preparazione che richiede tempo ed attenzione perché maledetta me, amo le sfide che mi impongono attesa e concentrazione.
Ma soprattutto quella che io considero la colazione perfetta: il pain au chocolat.
Se vorrete buttarvi nella mischia prima che sia troppo caldo e provare una ricetta praticamente perfetta, dovrete andare a leggere sul post di Starbooks, in cui tutto è spiegato al dettaglio.
Buon lunedì amici.

martedì 17 aprile 2018

Tosca Cake per lo Starbooks di Aprile

Surprise
Una torta che arriva dalla tradizione nordica e scoperta all'interno del nuovo libro Starbooks solo grazie all'insuccesso di una esecuzione.
Forse a volte non bisognerebbe incaponirsi tanto di fronte agli errori e restare nel dubbio, perché poi si rischia di innamorarsi perdutamente.
Come è successo a me con la Tosca Cake.
Se volete scoprire la ricetta non dovrete fare altro che leggere il post su Starbooks
Buona giornata.

lunedì 16 aprile 2018

Passiamole in Rivista: Mag about Food di Aprile!

A new flame - Simply Red 
Per gli appassionati di riviste straniere, oggi sul Magazine targato Mtc, dall'eloquente nome di Mag about Food, troverete un nuovo articolo della rubrica Passiamole in Rivista, ovvero uno sguardo attento e critico ai contenuti delle riviste di cucina di tutto il mondo.
Quest'oggi vengono passate al setaccio Good Food e Olive, famose riviste inglesi, con una selezione di ricette provate per voi da un manipolo di blogger volenterose.
Per trovare ispirazione o comunque curiosare nel Mag, vi invito a leggere l'articolo, dove troverete anche la ricetta da me scelta, una pseudo-carbonara vegana molto curiosa.
Per saperne di più, Passiamole in Rivista!

martedì 10 aprile 2018

La Stroscia di Pietrabruna: una Cenerentola in pasticceria

You got a friend - James Taylor & Carol King 
Ci può innamorare di una ricetta?
Cos'è che ci attrae irresistibilmente di un piatto?
Il suo sapore? Il suo aspetto? La sua facilità di esecuzione?
Me lo chiedo davvero molto spesso, quando mi rendo conto di aver ripetuto più volte lo stesso piatto in tempi brevissimi.
Non mi stanco di assaggiarlo, non mi stanco di prepararlo.
E soprattutto non smetto di raccontarlo agli amici, lodarne le qualità, la sua meravigliosa unicità.
Da quando ho incontrato lei, ho capito che questa "è 'na passione, chiù forte 'e na catena".
La Stroscia.
Al nome non dareste proprio nulla. Neanche due lire.
Il suono non è bello, specialmente per noi toscani, che spesso definiamo "sbroscia" qualcosa di immangiabile. E l'assonanza, voi m'insegnate...
Eppure guardatela.
Un disco di farina dallo spessore indefinito, una linea grezza, rustica, un aspetto povero, modesto.
Su un buffet di dolci la lascereste per ultima, come un calice di legno tra mille calici di metallo prezioso (Indiana Jones docet).
Ma provate a staccarne un pezzettino (in dialetto "stroscia" significa appunta stacca, spezza).
Portatelo alla bocca ed ascoltate il suono croccante della sua anima.
Quindi cercate di capire quali profumi nasconda: ci riuscirete, ma solo un po'.
Perché sono pochi e si mescolano benissimo.
E se userete una signora materia prima, allora avrete un momento di pura estasi.
Sentirete qualcosa che vi sorriderà dentro ed uscirà fuori, sulle vostre labbra.
Allora allungherete ancora la mano, ne staccherete un altro pezzettino, e poi ancora un altro pensando che non riuscite a smettere.
La Stroscia è così. Ti rapisce.
Mangiarla con gli amici è un rito che rafforza l'allegria.
Mangiarla da soli spinge alla meditazione.
Un consiglio: mangiatela in compagnia, così non avrete sensi di colpa, perché da soli, la finireste inevitabilmente.
Questa ricetta ha preso un posto speciale nel mio cuore non solo perché è di una bontà senza limiti, ma perché mi è stata consegnata dalle mani di una persona speciale che l'ha preparata per me.
Mi ha donato due versioni di questa meraviglia: la versione classica ed una sua rivisitazione, aprendomi un mondo di possibilità creative.
La mia amica Fausta è uno degli incontri più preziosi regalatomi dal Blog.
Come sempre ho detto, fuori da questi spazi ho pochissime vere amicizie.
Diciamo che non arrivano alle dita di una mano.
Poi ci sono le amiche arrivate attraverso questa finestra.
Quando ormai non pensavo che avrei potuto fare nuovi incontri.
Eppure la rete con me è stata generosa e mi ha regalato una manciata di amicizie vere, importanti, sincere.
Faustina, come adoro chiamarla perché è una donna versione tascabile, è uno dei miei primi incontri dall'apertura di Andante con gusto.
Ho amato il suo blog sin da subito.
Le sue ricette "pulite", eleganti, semplici nella più positiva valenza del termine, le assomigliano.
Se c'è una cosa che mi ha insegnato fino dall'inizio, è che la vita va presa con allegria, con il sorriso.
In momenti in cui il buio era l'unica cosa che riuscivo a prevedere nel mio quotidiano, i suoi "interventi" sono stati doni di pura luce.
Recentemente sono andata a trovarla, in una giornata di vento furioso, e lei mi ha regalato una passeggiata fra i vicoli storici della sua città. Mi sono innamorata.
Ci siamo scatenate fotografando ed interrogandoci sui meravigliosi misteri della fotografia, passione comune che lei esercita con grande maestria.
Vi lascio qualche scorcio.
Faustina aspettami che tornerò presto a darti noia :) !

Credo che sia venuto il momento della ricetta, la più facile del mondo.
La Stroscia di Pietrabruna (o Imperia - quella di Fausta)

Per una Stroscia di 21 cm di diametro
300 g di farina 0 (io ho utilizzato una farina integrale macinata a pietra, molto rustica).
90 g di zucchero semolato + un paio di cucchiai per rifinire
90 g di olio extravergine d'oliva (Riviera di Ponente Dop) o comunque un extravergine ligure.
60 g di Marsala

  • Metti farina e zucchero in una larga ciotola. Fai la fontana e versa al centro l'olio. Con un cucchiaio incorpora la farina nell'olio quindi quando vedrai che la massa avrà assorbito l'olio, versa poco a poco il liquore adesso impastando con le mani ma senza cercare di compattare l'impasto, anzi, cercate di lavorare come se steste sabbiando il tutto. 
  • Versa l'impasto in una teglia coperta di carta da forno e con le mani compatta il tutto schiacchiando con delicatezza senza cercare di appiattire la superficie, che dovrà restare grumosa, rustica. Se la pasta si sfalda, va bene, basta avvicinare i pezzetti al resto dell'impasto senza schiacciare troppo. Con la cottura si unirà perfettamente. 
  • Cospargi la superficie con poco zucchero semolato.
  • Metti in forno a 180° e cuocete per c.ca 40/45 minuti fino a coloritura. 
  • Togli dal forno e fate raffreddare nella teglia una decina di minuti quindi trasferite su una gratella.
  • Servi con del buon Vino liquoroso o della crema tiepida, dello zabaione o quanto vi ispiri. 
LA MIA VARIANTE: la ricetta che vedete in foto, a parte la farina integrale, ha scorza di arancia non trattata come aroma e Liquore all'arancia al posto del Marsala. 
Fausta mi ha preparato una variante con mandorle spezzate e scorzette di arancia sciroppate alla vaniglia. FAVOLOSA! 
Voi potrete variare secondo la vostra fantasia, ma vi prego di provare per prima volta la versione classica che resta davvero inossidabile. 



mercoledì 28 marzo 2018

La Pastiera è una cosa seria

Concerto per Clarinetto K622 - W.A.Mozart - Sabine Meyer
Credo di avere sempre desiderato preparare la Pastiera.
Fin dalla prima volta che l'ho assaggiata, già da grande (avrò avuto forse 20 anni o poco più) e come fosse ora ricordo che era una cena di Capodanno fra amici.
Capodanno direte voi? Esatto.
Fra i dolci della serata, campeggiava una strepitosa Pastiera, portata per l'occasione da un'ospite napoletana, una ragazza che all'epoca frequentava un amico del gruppo.
Disse che per festeggiare il suo arrivo a Siena, non poteva mancare un tesoro della sua città.
All'assaggio ebbi un'epifania: non capivo cosa fosse quel incredibile ripieno tra il cremoso ed il granuloso e quella sinfonia di profumi inebrianti, un nulla di fiori e di spezie.
Il tutto abbracciato da una frolla cedevole ma avvolgente e quell'aspetto modesto, umile.
Fu un fulmine a ciel sereno, qualcosa che fin da quel momento avrei voluto saper fare.
Ma allora, non ero ancora così fissata con il cibo.
Ero una golosa impunita con un palato curioso e capii immediatamente che questo era un dolce maestoso la cui preparazione esigeva il giusto impegno e rispetto.
Sono passati forse 30 anni da allora, ma ho sentito che era arrivato il momento.
Non c'è certo bisogno di un'ennesima ricetta di Pastiera in questo Mare Magnum chiamato rete, e forse in tutta Napoli non c'è una famiglia che la prepari uguale all'altra.
Così posso starci anche io senza aver paura di essere blasfema.
Consideratelo come un omaggio sincero ad una città che amo, l'abbraccio fraterno e riconoscente ad un'amica speciale che tanto mi è stata vicina negli ultimi mesi e che generosamente mi ha donato questa ricetta.
Perdonate gli errori, l'orgoglio e la vanità e apprezzate lo sforzo.
Questa è la mia prima Pastiera!
Approntandomi a preparare la Pastiera, mi sono sentita come ai tempi del Conservatorio.
Anzi, più esattamente come quando ho dovuto affrontare lo studio del "concerto dei concerti" per noi clarinettisti: il concerto di Mozart KV622 per clarinetto e orchestra.
Puoi studiare la tecnica mille volte, sapere i passaggi a memoria, leggere la partitura al contrario.
Se non ce l'hai dentro,  è inutile. Mozart è difficile più di ogni altra cosa.
Per me la Pastiera è come questo concerto.
Adesso sto studiando la tecnica.
Sono già a buon punto comunque: il primo tempo e l'adagio mi vengono alla grande.
L'allegro finale ancora mi fa patire, ma è lei che manca: la mozartitudine della Pastiera.
E quella ce l'hai solo se hai mangiato pastiera a pranzo, colazione e cena.
Se hai assaggiato quella dei nonni, degli zii, degli amici e dei dirimpettai.
Se hai litigato per gli ingredienti, se hai fatto gara con la suocera, se hai osato mangiarla calda senza il dovuto riposo.
Posso solo sperare di essere riuscita a raccontarne il mio amore eseguendola dignitosamente senza pretendere di essere Sabine Meyer!
La ricetta arriva dalla mia cara Pasqualina, il cui blog è un concentrato di capolavori della tradizione campana e partenopea.
Se ancora non la conoscete, vi siete persi qualcosa.
A sua volta Pasqualina, l'ha ricevuta da Marcella Minù Orsi, che ringrazio personalmente da questi spalti visto che non ho ancora avuto il piacere di conoscerla.
Posso quindi dire, che questo è un post scritto a sei mani appassionate.
Prima di passare alla ricetta, va fatta una premessa: la Pastiera è una cosa seria.
Non è una crostata, non è una torta ripiena, non è una torta di ricotta così come non è tante altre cose.
Se si decide di tentare di prepararla come si deve, con la speranza che assomigli minimamente al dolce della devozione Pasquale, bisogna giocare secondo le regole.
Non vale la sostituzione d'emergenza.
Non vale la riduzione strategica.
Non vale il "ma a me non piace questo". Ok, se non ti piace, non fare la Pastiera.
Fai altro e non venire a chiedere con cosa puoi sostituirlo.
Non starò a raccontarvi della simbologia di questo dolce perché potete trovarla ovunque (date una occhiata qua per il bellissimo articolo), ma una curiosità ve la dirò: le losanghe di pasta adagiate sul ripieno sono sette, non solo come il numero degli ingredienti utilizzati per preparare la Pastiera, ma esattamente come la "planimetria" di Neapolis, così come ancora oggi si presenta, ovvero con i tre Decumani ed i quattro Cardini che li attraversano in senso trasversale.
La Pastiera è in tutto e per tutto l'anima ed il corpo di Napoli.
 Veniamo dunque alla ricetta, con alcune note a margine:

  • la frolla della pastiera viene fatta da tradizione con lo strutto. Nessuno vi spara se la fate con il burro ma almeno sappiate che sono due cose diverse. Volendo si può utilizzare il 50% di entrambi) 
  • nella maggior parte delle ricette di frolla, la quantità delle uova è molto alta. Questo la rende difficilmente gestibile. Risulta talmente morbida che si spacca mentre la stendete o è difficile da maneggiare. Va comunque fatta riposare a lungo. Questa frolla è un buon compromesso. Resta molto elastica, si stende sottile e non cede assolutamente. E con il riposo dopo la cottura, prende la giusta cedevolezza senza diventare molle. 
  • Fate attenzione alla freschezza della ricotta. Non utilizzate quella industriale e non trascurate l'uso del setaccio. 
  • Il successo di una ottima pastiera è la cottura. Checché ne dica la maggior parte delle persone, la cottura deve essere dolce e lunga. Questo impedisce al ripieno di seccarsi, non la fa gonfiare eccessivamente (con il rischio che si spacchi) e la asciuga alla perfezione. Diffidate di chi vi dice che la cottura deve essere alta. La bontà necessità di lentezza e delicatezza. 
  • La Pastiera è alta. E' uno scrigno generoso che vuole vedere il ripieno. La tradizione prevede che il livello del ripieno arrivi praticamente al bordo della frolla, che non deve mai essere più bassa di almeno 3 dita. 
  • Potete certamente assaggiarla una volta fredda, ma darà il meglio di sé almeno dopo tre giorni, sviluppando l'armonia di aromi per cui è famosa. 
  • Lo zucchero a velo per rifinire è tendente all'eretico, ma ormai l'hanno adottato praticamente tutti. Nella tradizione, la pastiera si serve nuda, bella della sua modestia e ricca della sua bontà. 

Ingredienti per uno stampo da 26/28 cm a bordi alti o due piccoli da 18/20

Per la pasta frolla 
400 g di farina 00
160 g di strutto (o 200 g di burro di ottima qualità)
130 g di zucchero a velo
3 g di sale
la scorza grattugiata di un limone ed una arancia
55 g di uova intere + 18 g di albume

Per la crema di grano 
550 g di grano cotto
300 ml di latte intero
30 g di strutto (o di burro)
La scorza intera di un'arancia e di un limone non trattati
Mezzo cucchiaino di cannella in polvere

Per la crema di ricotta
300 g di ricotta di pecora (io ho utilizzato la totalità di ricotta di pecora molto fresca e dolcissima).
300 g di ricotta di mucca
450 g di zucchero semolato
150 g di canditi di arancia
4 uova intere e 2 tuorli medi
estratto di fiori d'arancio

  • Puoi preparare la Pastiera in due tempi così che il procedimento non ti risulti troppo lungo. La sera prima potrai cominciare preparando la frolla e la crema di grano, che deve essere perfettamente fredda prima di essere aggiunta al resto degli ingredienti. 
  • Per la frolla fai sabbiare farina e zucchero setacciati con il burro tagliato a dadini. Aggiungi il la scorza grattugiata, il sale e le uova leggermente sbattute. Lavora il tutto nella planetaria con il gancio a foglia fino a che non otterrai una palla compatta ed omogenea. Schiacciala leggermente e avvolgila nella pellicola. Falla riposare almeno un'ora o tutta la notte. 
  • Metti il grano scolato dal suo liquido, in una casseruola larga ed aggiungi il latte con le scorze intere (ottenute pelando la superficie della buccia senza prelevare la parte bianca),  la cannella ed il burro. Fai cuocere a fiamma dolcissima mescolando via via, fino a che non otterrai una crema ed il grano non avrà assorbito il latte. Non deve essere troppo asciutto. Si addenserà molto raffreddandosi. Togli dalla fiamma, fai raffreddare. Solo una volta freddo elimina le scorze. 
  • Prepara la crema di ricotta: prima falla scolare del siero in eccesso, poi passala ad un setaccio sottile in modo da renderla fine e cremosa. Io mi sono aiutata con un tarocco di plastica. Aggiungi lo zucchero e con una frusta a mano o elettrica, batti fino a che lo zucchero non si sia sciolto. 
  • Mescola crema di grano e crema di ricotta. 
  • A parte sbatti con la forchetta le uova (assolutamente non montare albumi o tuorli) ed aggiungile al composto, incorporando con una frusta e sbattendo a mano in modo che il tutto sia omogeneo e cremoso. Aggiungi l'estratto di fiori d'arancio con parsimonia. Parti da poche gocce ed assaggia. Il rischio "effetto saponetta" è dietro l'angolo. 
  • Aggiungi i canditi ridotti a dadini piccoli e mescola bene. 
  • Prepara gli stampi. Se hai lasciato la frolla in frigo la notte, tirala fuori almeno mezz'ora prima di utilizzarla. Stendi la frolla ad uno spessore di c.ca 3mm e fodera la teglia di alluminio imburrata. Non usare carta da forno. Puoi usare anche teglie usa e getta. 
  • Accendi il forno a 160°. 
  • Buca il fondo con i rebbi di una forchetta e versaci la crema fino a 5 mm dal bordo. 
  • Prepara le strisce con cui otterrai le losanghe. Ricordati: sono sette. Disponile con garbo sulla superficie facendo aderire i bordi alla circonferenza della torta. 
  • Fai cuocere una torta alla volta: a me sono servite due ore. Dopo la prima ora, ho aggiunto mezzo'ora di tempo alla volta osservando il colore della superficie. 
  • Quando la torta comincia a gonfiare, puoi aprire e chiudere lo sportello del forno per far uscire un po' di umidità. 
  • Il colore deve essere caramellato e non eccessivamente scuro. Fai la prova stecchino. Quando esce pulito anche se leggermente umido, è pronta. Attenzione a non farla asciugare eccessivamente. 
  • Una volta pronta, falla raffreddare completamente nello stampo. Non avere fretta di sformarla tanto la prova assaggio è consigliata almeno il giorno dopo (io non ho resistito, lo confesso). Per sformarla, capovolgila in un piatto e poi girala aiutandoti con un secondo piatto. A Napoli, non ci si fanno troppi scrupoli: si serve direttamente dallo stampo. 
  • Si conserva a lungo, nella credenza. Non è necessario tenerla in frigorifero (in caso, solo se pensate di consumarla dopo diversi giorni - in quel caso prima di servirla lasciala a temperatura ambiente almeno un'ora). 
  • Se siete arrivati fin qui, coraggiosi, tutti i miei auguri di una Pasqua Serena con chi volete voi! 

lunedì 26 marzo 2018

Formaggio fresco con mandorle e miele per Starbooks

Never say never again - 007 Official Soundtrack
Ci sono delle cose che uno si ripromette di non provare mai nella vita.
Ma quant'è vero quel detto "mai dire mai".
Ho sempre ripetuto a me stessa che non mi sarei mai piegata alle mode di farsi il formaggio in casa come mi è capitato di osservare spesso in giro per blog.
Eppure è bastato un libro, anzi, direi una ricetta, quella del Fresh Cheese del libro Lisbon di Rebecca Seal, per farmi partire il tarlo e la voglia di provare.
Questo che vedete è il risultato dell'esperimento, ma se vorrete leggere come si fa, dovete correre su Starbooks. 
Buon lunedì!

martedì 20 marzo 2018

Polpettone primavera e indovina chi viene a cena.

Girls just want to have fun - Cyndi Lauper 
I giorni di questo marzo si avvicendano più veloci che mai.
Sarà anche per la presenza di una giovane ospite che proviene da Londra e che resterà da noi una decina di giorni per il progetto di scambio di mia figlia.
Mi piace tanto avere ragazzi per casa ma quando ti devi prendere cura di una creatura che non è la tua, il senso di responsabilità diventa gigantesco, non ci si può fare nulla.
Si ha sempre timore che lei non si senta a suo agio, che siamo troppo presenti, o troppo poco, che il cibo non le piaccia anche se è gentile e mangia tutto, che le stiamo sulle scatole...insomma, farsi delle costruzioni mentali (per non dire peggio) completamente sbagliate è uno degli sport preferiti di noi mamme.
Naturalmente, insieme alla tensione di fare sentire l'ospite a casa sua e contemporaneamente cercare di fare il mio lavoro che in questo periodo preme particolarmente sull'acceleratore, mia figlia butta sul tavolo carichi da novanta che contribuiscono a rendere le giornate sempre piene di sorprese.
Come nella domenica appena trascorsa, quando nella mia testa era programmata una seratina tranquilla e riposante con pizza in famiglia, che si è trasformata in un vero e proprio happening.
Quando mia figlia ha visto il padre mettere a riposo l'impasto per la pizza programmato per noi quattro, ha subito lanciato lì: "ma posso invitare anche Eleonora e la sua corrispondente"? - A me  non preoccupano proprio una o due persone in più a sorpresa a cena, anzi la cosa mi diverte.
Dopo una decina di minuti torna mia figlia e mi fa: "Allora mamma, vengono anche Margherita e Nicole!"
La guardo con l'espressione di chi ha appena saputo che il Titanic non è mai affondato.
Resto in silenzio qualche istante mentre lei freme per l'eccitazione della notizia.
Poi, con tutta la calma del mondo: "Allora, se i miei conti non sono sbagliati, tre compagne più relativi corrispondenti, siamo a sei. Considerando che Margherita ne ospita due, siamo a sette. Tu e Emily, e siamo a nove. Io e babbo...undici. Se la matematica non è un'opinione, qui più che una pizza in famiglia, è un rave!
Lei mi guarda con un'espressione talmente mortificata che mi sento in colpa e le dico: "Ok, non ti preoccupare, impasto un po' di focaccia e facciamo un buffet. Poi però vi sistemate come meglio potete."
Lei esce tutta contenta ad incontrare gli amici, partitona al Bowling e pomeriggio fuori casa.
Poco prima che tutto il branco arrivi a casa, mi chiama al telefono: "Mamma, ti dispiace se viene anche Sabrina? Poverina, non posso certo lasciarla sola."
Tutto bene quel che finisce bene.
Per mia conformazione da archeomamma, ho sempre il terrore che il cibo non sia mai abbastanza: nella mia testa c'erano visioni apocalittiche di adolescenti affamati che spazzolavano in un nano secondo le poche cose preparate e si aggiravano intorno al tavolo come leoni cercando il resto.
Invece, come sempre succede (ed è una lezione che devo imparare quanto prima), agli adolescenti di mangiare non gliene frega proprio niente. Anzi.
Il cibo è solo un pretesto per stare insieme, anzi, più schifezze gli propini e più sono contenti.
Altro che "ma chissà se gli piace; non mi è venuta buona sta focaccia; dovevo fare una torta in più...."
Una cosa che però mette i ragazzi tutti d'accordo è il super casalingo polpettone.
Quello piace proprio a tutti.
Per questo così colorato e pieno di verdurine di stagione, ho preso ispirazione dal numero di Marzo di Sale e Pepe, che ho però modificato al solito, secondo il mio gusto e gli ingredienti che avevo in frigo.
Comunque, facile, buono e allegro.

Ingredienti per 6 persone 
450 g di macinato di manzo scelto
150 g di pasta di salsiccia fresca (io nostrale)
100 g di mortadella in una sola fetta
2 carote (c.ca 200 g pelate)
200 g di pisellini novelli sgranati
1 porro
1 uovo + 2 tuorli
60 g di pecorino toscano grattugiato
la scorza grattugiata di un limone non trattato
un mazzetto di prezzemolo tritato grossolanamente
pan grattato q.b
sale - pepe nero macinato fresco
olio extravergine qb
  • Pela le carote, tagliale a meta con un coltello affilato, quindi in 3 o 4 bastoncini lungo la lunghezza e riduci il tutto in dadini di c.ca 8mm/1cm di lato. 
  • In una casseruola fai bollire dell'acqua salata quindi versaci prima le carote e falle cuocere per 2 minuti. Scolale con una schiumarola quindi tuffaci i piselli sgranati e fai cuocere per 2/3 minuti. Scola il tutto e lascia da parte. 
  • Taglia finemente il porro e fallo passire in una padella con poco olio extravergine fino a che non sarà morbido e quasi trasparente. Aggiungi acqua se necessario per non farlo brunire. 
  • Trita la mortadella finemente e versala in una ciotola grande, dove raccoglierai il macinato, la pasta di salsiccia, il pecorino, le verdure scottate ed il porro, le uova (intero e tuorli), il prezzemolo tritato e la scorza di limone. Mescola tutto prima con un cucchiaio di legno, poi con le mani in modo da avere un composto omogeneo. 
  • Aggiusta adesso tutto di sale e pepe, impasta bene ed appoggia la carne su un foglio di carta da forno su cui avrai messo del pan grattato. Fallo rotolare in modo che tutto il polpettone sia ben coperto dal pane. 
  • Non buttare la carta, ma solleva il polpettone e sistemalo con la sua carta, in uno stampo da plum cake classico da 25 cm. Schiaccia bene la carne in modo che riempia anche gli angoli quindi versa un filo d'olio sulla superficie e fai cuocere in forno al 180° per 35 minuti.
  • Una volta passato questo tempo, il polpettone avrà rilasciato i liquidi. Togli lo stampo dal forno, solleva la carne aiutandoti con la carta ed appoggiala su una teglia eliminando l'acqua che si sarà formata. Rimetti in forno e fai dorare a forno ventilato per c.ca 10/15 minuti. 
  • Una volta pronto, toglilo dal forno, fai riposare una decina di minuti in modo che si assesti, prima di tagliare le fette e sistemarle sul piatto di portata. 
  • Servi caldo, tiepido o a temperatura ambiente, accompagnato da una bella insalatina di misticanza e magari, da una buona MAIONESE DI CAROTE. 

venerdì 16 marzo 2018

Chickpea tarts

Amar pelos dois - Salvador Sobral 
Direttamente da Lisbon, lo Starbooks di marzo,  un dolcetto sorprendente, il cui ripieno desterà non poca curiosità tra coloro che l'assaggeranno.
Sfoglia croccante, cuore morbido e fondente, ma chi sarà in grado di indovinare?
Se volete anche voi scoprire il segreto, andate a leggere qui 
Buona giornata.

martedì 13 marzo 2018

Rose per un uomo: pensando sempre a te, papà.

Alone again - Gilbert O'Sullivan
Non è cambiato poi molto sai.
Siamo sempre noi, con le nostre vite normali, a tratti frenetiche, a tratti ferme come l'acqua di lago.
Ci alziamo ogni giorno con la lista delle cose da fare nella testa; ci arrabbiamo col mondo per sciocche, stupide cose e cerchiamo di ridere ogni tanto, che ridere segna la via di fuga dai pensieri.
Qualcosa carica i nostri gesti automatici, riempie ogni momento di quanto ci sembra importante, ci distrae, ma non del tutto.
Tu ritorni in un flash.
E' quella buca per strada che prendi in pieno e che fa sobbalzare i pensieri e fermare il cuore; è un'immagine che passa, qualcosa che mi sembra di riconoscere e che di corsa mi riporta a te.
E' una parola, un suono, una canzone, un profumo.
E' un fruscio che avverti nella casa silenziosa; un soffio di vento con i vetri chiusi.
Il ricordo di un sogno che ritorna al mattino.
Oggi nascevi papà.
La prima telefonata del giorno era per te, che non volevi saperne ma il tuo sorriso dietro la cornetta, tradiva la gioia di sentirti celebrato.
Non so davvero come vivrò questa giornata, pensando che non potrò fare quella telefonata, che non ti preparerò una torta, che il tuo compleanno coincide beffardamente con sei mesi di vuoto di te.
La vita è più forte di ogni dolore, tristezza, disperazione.
Lei va avanti per la sua strada e trascina tutto dietro di sé.
Forse è grazie a questo che sono qui a parlare con te, a parlare di te, perché l'unica cosa che mi rende meno doloroso questo vuoto, è ricordarti, è raccontarti.
Mi succede così spesso.
Con chi mi chiede "come stai".
Non voglio dire come sto, non è importante.
Voglio parlare di te. Parlare di te è averti qui, è sentirti con me.
Sei anni fa scrivevo una cosa per te. Non ricordavo di averlo fatto.
Avevo preparato una torta per il tuo compleanno, un lievitato quando ancora non capivo nulla di impasti e lievitazione, ma orgogliosa perché era forse uno dei primi risultati non disastrosi tra i miei mille tentativi.
Oggi ti dedico lo stesso dolce. L'ho preparato convinta di dovertelo portare.
Mentre impastavo ho lasciato la mente correre indietro nel tempo, ai giorni felici della nostra vita alla Bagnaia. 
Il mio ricordo di te è profondamente legato a quel luogo ed alla tua figura sempre in tenuta da cavallo.
Quando si è bambini e poi ragazzi, non ci si rende conto di quanto speciali siano i nostri genitori.
Ovviamente l'amore è il sentimento che governa il nostro sguardo, ma papà è mamma sono così: i nostri eroi normali.
Solamente da adulti, quando la vita passata si srotola sotto i nostri occhi come una specie di mappa piena di segni tracciati dal tempo, che ci accorgiamo quando quegli "eroi normali", siano in verità eroi molto speciali, unici ed inimitabili.
Il mio papà era un cavaliere, bello, forte e senza paura.
Lo è stato ogni giorno della sua vita, anche quando la paura lo ha blandito e messo a dura prova.
Non potrò stringerti ed augurarti buon compleanno oggi, ma il mio cuore è così pieno di te da far male.
Ciao papà.
Mio padre non amava i dolci troppo "dolci" ma aveva una vera e propria passione per la zuppa inglese.
Non disdegnava le crostate che accettava sempre volentieri ma si illuminava come un bambino quando riceveva un sacchettino pieno di Cantucci che centellinava con gusto dopo cena,  insieme ad un bicchierino di vino dolce. I biscotti secchi, si, con quelli non sbagliavi mai.
Questa torta di rose gli sarebbe piaciuta ma in realtà ha per me un senso simbolico e metaforico.
Volute soffici, avvolgenti come un abbraccio, quello che mi manca.
Ho cercato una ricetta che nella malinconia, mi regalasse un po' di lieve felicità.
Ed ho trovato quella di Federica, la blonde del mio cuore, che non racconta solo belle storie sul suo blog, ma dispensa anche grandissime ed affidabili ricette.
Questa torta è soffice, leggera, profumata e resta tale per giorni dopo la cottura.
Sono i fiori più belli per il mio papà. Grazie Fede.
Ingredienti per una tortiera di 26/28 cm di diametro 

120 ml di latte a temperatura ambiente
12 g di lievito di birra fresco
300 g di farina forte (w330 o manitoba)
200 g di farina 00
3 uova (io grandi) a temperatura ambiente
50 g di zucchero semolato fine
1 cucchiaio di maraschino (o grappa o brandy - io l'ho sostituito con la scorza grattugiata di un limone e 1 cucchiaino di estratto di vaniglia)
100 g di burro morbido a dadini

Per la farcia delle rose
100 g di zucchero semolato
40 g di burro pomata.
zucchero a velo per rifinire
  • Sbriciola il lievito e fallo sciogliere nel latte intiepidito mescolando.
  • Versa le farine setacciate, lo zucchero, le uova, gli aromi ed il latte con il lievito nella ciotola dell'impastatrice e con il gancio a foglia comincia ad impastare. Impasta c.ca 5 minuti, l'impasto si staccherà dalle pareti senza difficoltà. 
  • Adesso togli la foglia e sostituisci con il gancio. A velocità media, comincia ad aggiungere il burro a piccoli fiocchi e aggiungi il fiocchetto successivo solo quando il precendente sarà stato incorporato. 
  • Una volta esaurito il burro, aumenta la velocità ed impasta almeno 8/10 minuti, fino a che non otterrai un impasto ben aggrappato al gancio, lucido ed elastico. Dovresti con facilità ottenere il velo. 
  • Togli il gancio, lascia l'impasto nella ciotola. Copri con pellicola od un panno umido e fai lievitare in luogo tiepido per 1h30. 
  • Una volta passato questo tempo, l'impasto sarà praticamente raddoppiato. Rovescialo sulla spianatoia leggermente infarinata. Sgonfialo e stendilo in un quadrato di 40 cm di lato. 
  • Mescola vigorosamente lo zucchero con il burro per la farcia, fino ad ottenere una crema spalmabile e stendila aiutandoti con una spatola, sull'intera superficie della pasta, senza lasciare spazio sui bordi. 
  • Con una rotella per pizza o un coltello ben affilato, taglia delle strisce di 4 cm l'una, cercando di essere il più preciso possibile per ottenere delle rose della stessa dimensione. Otterrai 10 strisce che dovrai arrotolare su se stesse e posizionare nello stampo imburrato e foderato di carta forno, distanziandole almeno 1 cm l'una dall'altra perché cresceranno sia nella seconda lievitazione che in cottura. Io sono riuscita a posizionare solo 8 rose nel mio stampo. Le restanti due le ho cotte dentro due stampi grandi da muffin. 
  • Adesso fai lievitare nuovamente al caldo, coperto da pellicola per 1h30 c.ca 

  • Preriscalda il forno a 165/170°. Una volta pronto, spennella la superficie con poco latte e spolvera il tutto con zucchero a velo. Fai cuocere per 35/40 minuti controllando che la superficie non si scurisca troppo (nel caso copri con un foglio di alluminio). 
  • Togli dal forno e fai raffreddare una decina di minuti prima di sformare e lasciare raffreddare completamente su una gratella. 
  • Servi a temperatura ambiente spolverato di zucchero a velo e conserva ben coperta da pellicola o in una busta per alimenti. Si mantiene morbida fino a 3 giorni ed è perfetta fatta a fette  tostata. 


lunedì 12 marzo 2018

Tiramisù con uova pastorizzate.

This is me - The Greatest Showman - Keala Settle
E' indubbio che Tiramisù sia una delle parole più googlate nell'ambito gastronomico.
Così come è indubbio che il Tiramisù sia il dolce italiano universalmente più noto e amato.
Tanto per togliermi uno sfizio ho fatto una ricerca in rete per rendermi conto delle dimensioni del fenomeno ed ho trovato oltre 45 milioni (45 MILIONI) di risultati a mia disposizione.
Una roba da far tremare le vene ai polsi.
Ho surfato un po' tra immagini e ricette trovando variazioni al tema di grande fantasia, a volte un po' troppo grande in verità.
Purtroppo ho un difetto inguaribile: sulla tradizione sono tendenzialmente talebana.
Mi piace reinterpretare i classici così, per gioco, ed in questo caso potrei trarre ispirazione da numerose proposte del Tiramisù tradizionale per stupire gli amici che da me si aspettano sempre qualcosa di nuovo.
Nella realtà del mio gusto personale, però, torno sempre alle origini della ricetta, cerco di esserle fedele con il dovuto rispetto e l'affetto che si merita.
Sul Tiramisù però ho sviluppato un piccolo senso di disagio.
Intendiamoci: lo adoro.
Se al termine di una cena in ristorante non ci sono grandi alternative sui dolci, è lì che mi dirigo.
L'ho preparato innumerevoli volte e sempre con successo; l'ho insegnato ad amici americani, insomma potrei prepararlo ad occhi chiusi.
Ma da quando un intero paese della mia provincia, che per la sagra annuale più importante aveva servito Tiramisù preparato dalle mani delle abili massaie locali, è finito all'ospedale con intossicazione da salmonella, la mia voglia di Tiramisù è decisamente scemata.
L'idea di utilizzare uova crude per preparare la crema al mascarpone non mi entusiasma più.
Così mi sono messa a studiare la soluzione più semplice, che come in molti sanno è la pastorizzazione delle uova.
In questo caso, ho pastorizzato i tuorli ed invece di preparare una meringa italiana con gli albumi ed incorporarla al composto finale, ho semplicemente sostituito questi ultimi con della panna fresca.
Non gridate anatema.
Non sarà il vero e sacrosanto tiramisù, ma la crema di mascarpone è leggera e voluttuosa e sfiderei chiunque a riconoscere la differenza.
La preparazione è facile e veloce, l'importante è essere muniti di un termometro per dolci (da zucchero) senza il quale diventa difficile individuare la temperatura dello sciroppo di zucchero che sarà necessario a pastorizzare le uova.
Quindi non abbiate paura. Il tutto è estremamente facile.

Ingredienti per 4/6 persone (monoporzioni)
Per la crema al mascarpone
250 g di mascarpone freschissimo
3 tuorli da uova medie
70 g di zucchero semolato
40 g di acqua
150 ml di panna fresca

Per la finitura
Una decina di savoiardi
2 Tazzine di caffe espresso non zuccherato, freddo
Cacao amaro e riccioli di cioccolato fondente qb
  • Togli il mascarpone dal frigo e portalo a temperatura ambiente. 
  • Prepara lo sciroppo di zucchero in una casseruola a fondo spesso. Versa l'acqua e lo zucchero e porta ad ebollizione controllando la temperatura con il termometro. Dovrà arrivare a 121°C. Sulla superficie si formeranno grosse bolle trasparenti che converranno verso il centro. Controlla perché ci sei quasi. 
  • Mentre lo sciroppo bolle, versa i tuorli nella ciotola della planetaria munita di frusta e quando lo sciroppo arriverà a c.ca 115°C, dai il via al montaggio dei tuorli.
  • Al raggiungimento dei 121°, con grande cautela prendi la tua casseruola e versa a filo lo sciroppo aumentando al massimo la velocità della frusta. Otterrai una sorta di zabaione gonfio e chiaro. Interrompi il montaggio solo quando sentirai al tocco della ciotola, che questa sarà fredda. 
  • Versa il mascarpone in una ampia ciotola di acciaio e mescolalo con energia per renderlo cremoso quindi aggiungi una bella cucchiaiata della montata di uova ed incorporala con vigore all'insieme e successivamente inserisci il resto aiutandoti con una spatola mescolando dal basso in alto.
  • Una volta ben amalgamato il tutto, monta la panna a picchi soffici, e con la stessa delicatezza aggiungila alla crema di mascarpone, amalgamando bene il tutto. 
  • Se preferisci, prima di assemblare il dolce, potrai far riposare la crema in frigo per una mezz'oretta. 
  • Per la preparazione delle monoporzioni, io ho utilizzato un sac a poche usa e getta a cui ho tagliato la punta formando un foro di 1 cm di diametro. 
  • Versa un poco di crema sul fondo delle coppette. Aggiungi i savoiardi spezzati imbevuti leggermente nel caffé e ricopri con uno strato di crema fino a 1 cm dal bordo della coppetta. 
  • Fai così con tutte le porzioni. 
  • Decora la superficie formando dei ciuffi morbidi di crema. Fai riposare in frigo un paio d'ore. 
  • Prima di servire, rifinisci con una spolverata di cacao amaro e riccioli di cioccolata fondente. 


giovedì 8 marzo 2018

Scones con uvetta facilissimi.

Woman - John Lennon
Tieni sempre presente che la pelle fa le rughe,
i capelli diventano bianchi
i giorni si trasformano in anni. 

Però ciò che è importante non cambia;
la tua forza e la tua convinzione non hanno età.
Il tuo spirito è la colla di qualsiasi tela di ragno.

Dietro ogni linea di arrivo c'è una linea di partenza.
Dietro ogni successo c'è un'altra delusione.

Fino a quando sei viva, sentiti viva.
Se ti manca ciò che facevi, torna a farlo.
Non vivere di foto ingiallite...
insisti anche se tutti si aspettano che abbandoni.

Non lasciare che si arrugginisca il ferro che c'è in te.
Fai in modo che invece che compassione, ti portino rispetto.

Quando a causa degli anni non potrai correre, cammina veloce.
Quando non potrai camminare veloce, cammina.
Quando non potrai camminare, usa il bastone.
Però, non trattenerti mai! 

(M. Teresa di Calcutta).
Non c'è bisogno di altre parole per ricordarsi che si è una donna ogni giorno.
Anche se nella lettura di questo indimenticabile scritto, c'è l'invito a diventare un essere umano migliore, uomo o donna che sia.
A rispettare, accudire e spingere tutto il proprio potenziale verso un migliore se stesso: quell'individuo in grado poi, di migliorare tutto ciò che lo circonda.
Il mio pensiero va a tutte quelle donne che ogni giorno si impegnano per raggiungere questo obbiettivo ed agli uomini che non le impediscono di farlo ma tifano per loro. 

Ancora una ricetta da Mag about food di gennaio per la rubrica Passiamole in rivista.
Gli scones britannici, che sono un incrocio tra piccoli panini, biscotti morbidi, focaccine...non saprei definirli, tranne che sono una gran figata perché si fanno in un attimo e sono fantastici serviti all'ora del te, con confetture ed ottimo burro. 
Qui di seguito la ricetta tratta da Food to Love di Gennaio 2018.

Ingredienti per 16 pezzi
375 g di farina autolievitante
1 cucchiaio di zucchero semolato
1 cucchiaino di sale
30 g di burro
80 g di uvetta sultanina
2 cucchiaini di scorza di limone grattugiata
180 ml di latte
125 ml di acqua (c.ca)
Preriscaldate il forno a 240°/220° ventilato. Imburrate una tortiera quadrata da 19 cm di lato
  • Metti la farina, zucchero e sale in una ciotola. Con la punta delle dita strofina il burro con la farina. Aggiungi l'uvetta e la scorza di limone e mescola.
  • Fai una fontana al centro della farina, aggiungi il latte e quasi tutta l’acqua. Con un coltello incorpora lentamente la farina nei liquidi per ottenere un composto soffice ed appiccicoso. Aggiungi l’acqua solo se necessario a migliorare la consistenza
  • Impasta velocemente la pasta su una superficie infarinata. Pressa con delicatezza l’impasto ad uno spessore uniforme di 2 cm. Immergi un tagliapasta rotondo di 4,5 cm di diametro nella farina e taglia quanti più pezzi riesci dall’impasto.
  • Sistema gli scones fianco a fianco, uno a contatto dell’altro, dentro la tortiera. Con delicatezza reimpasta i ritagli continua a coppare la pasta. Sistema gli ultimi scones nella teglia e spennellali con un po’ di latte.
  • Cuoci per c.ca 15 minuti facendo attenzione perché la temperatura è molto alta e potresti avere bisogno di minor tempo. 
  • Da servire ancora tiepidi con burro, marmellata oppure lemon curd o clotted cream (chi ha la fortuna di trovarla). 



martedì 6 marzo 2018

Pie di funghi e porri: gioie e dolori della rete

You're so vain - Carly Simon. 
La prima cosa che uno dovrebbe sapere quando decide di affacciarsi sull'universo "rete", è che una volta aperta, da quella porta può entrare chiunque.
Spesso si intraprende questa avventura in maniera incosciente, ottimistica ed inconsapevole.
Se non si hanno ambizioni professionali, come nel mio caso, lo spazio sulla rete resta esclusivamente un luogo di condivisione che dovrebbe basarsi sull'onestà e affidabilità di quanto si scrive.
Ma anche e soprattutto di educazione e rispetto per chi ci legge, pochi o molti che siano.
Mi rendo conto di essere una persona ancora profondamente ingenua nonostante l'età.
C'è sempre quella ragazzina fiduciosa nell'altro che bisbiglia nelle orecchie "ma dai, non è possibile che quella persona sia così".
Finisce con l'intaccare un intuito ben regolato che esercito dalla nascita.
Venendo a bomba, la rete è un luogo di grande libertà, di opportunità ed idee ma come ben sappiamo, anche un ricettacolo di individui che, non avendo una vita piena o pur avendola, sfogano frustrazioni personali ed invidia dietro l'anonimato.
Mi chiedo quante centinaia di migliaia di blog sul cibo ci siano oggi in rete.
In questo maremagnum di ricette e personalità, ognuno può scegliere quello che più gli piace, seguirlo, confrontarsi attraverso i commenti, porre domande o critiche sempre nel rispetto della civile convivenza, considerando che dietro questa tastiera c'è una persona vera.
E se non gli piace quello che legge, può sempre andarsene con un click, come spesso faccio io.
In un mondo perfetto, probabilmente in quello che mi sono costruita nella testa, la gentilezza, l'intelligenza e l'ironia dovrebbero essere le qualità che caratterizzano il lettore del cuore.
Come ho detto: in un mondo perfetto.
La realtà è molto diversa, e lo sanno in molti come me, che quotidianamente si lasciano amareggiare da interventi a gamba tesa di sedicenti esperti che ovviamente nascondono la propria arroganza dietro avatar e falsi account.
Da fare, in questo caso c'è poco: non ci si difende dalla cattiveria gratuita in quanto non se ne capisce la ragione e non capendone la ragione, il dolore è più acuto.
E' una grande abilità quella di colpire protetti da una maschera perché non si dà possibilità di replica: di fronte abbiamo un emerito nessuno.
Oggi pubblico una ricetta uscita su Mag about Food dello scorso gennaio, per la rubrica Passiamole in Rivista.
Vi consiglio vivamente di seguire il Magazine targato Mtc perché è sempre ricco di articoli molto intriganti ed ogni giorno c'è una rubrica diversa.
Una ricetta molto versatile dalla rivista Delicious, che vista la stagione, potrebbe essere modificata utilizzando degli ottimi carciofi, patate e del formaggio nostro, tipo del Pecorino Toscano di media stagionatura.

Ingredienti
50 g di burro
olio extravergine per spennellare
500 g di porro tritato finemente
2 cipolle grandi tritate finemente
1 spicchio di aglio schiacciato
600 g di funghi misti tritati grossolanamente
75 ml di Sherry demi sec
Una manciata di dragongello tritato
100 g di cheddar maturo grattugiato (potete tranquillamente utilizzare del parmigiano 30 mesi)
1 cucchiaio di Mostarda di Digione (non omettetela)
3 uova medie di allevamento a terra
8 fogli di pasta fillo

  • In una larga padella sciogli 25 g del burro ed un goccio d'olio fino e scalda fino a che il burro non comincia a formare la schiuma. Aggiungi le cipolle ed il porro e soffriggi per 10/15 minuti fino a che non si saranno ammorbidite e cominceranno a caramellare. Aggiungi l'aglio e cuoci per un minuto quindi rimuovi tutto con un mestolo forato e tieni da parte 
  • Sciogliete il resto del burro nella padella e versate un altro goccio d’olio quindi alzate la fiamma medio alta e friggete i funghi fino a che non siano morbidi e dorati. Aggiungete adesso il composto di cipolle e porri, versatevi lo Sherry e fate sfumare per un minuto quindi aggiungete il dragoncello e aggiustate di sale e pepe. Tenete da parte e fate raffreddare completamente. Aggiungete il formaggio e la mostarda soltanto una volta freddo.
  • Contemporaneamente, bollite le uova per 4/5 minuti (dipende quanto cremosi volete i tuorli) quindi rimuovetele con un mestolo forato e mettetele in una ciotola di acqua ghiacciata. Una volta fredde, sbucciatele e tenete da parte.
  • Accendete il forno a 220°/200°C per forno ventilato. Stendete 2 fogli di pasta fillo sulla lunghezza della teglia (io ho usato una teglia 20x30) in modo che le estremità sbordino, spennellandoli di olio via via che li sistemate, quindi posizionate altri 5 fogli trasversalmente lasciando sempre che i fogli sbordino, continuando a spennellarli mentre li sistemate.
  • Una volta che la teglia è completamente coperta, riempite la base la metà del composto usando un cucchiaio. Sulla lunghezza, fate 3 rientranze superficiali a distanza regolare, aiutandovi con il retro del cucchiaio ed in ognuna sistematevi un uovo (steso, non in piedi). Copri con il resto dell'impasto di funghi e porri quindi avvolgici sopra la pasta fillo sporgente. Prendi il foglio rimanente ed accartoccialo grossolanamente usandolo per decorare la superficie della torta. Spennella il tutto con olio quindi cuoci la torta per 20 minuti c.ca fino a che la parta non sarà dorata e croccante. Lascia raffreddare il tutto nella teglia per 5 minuti quindi trasferiscila su un tagliere aiutandoti con la carta da forno. Servi immediatamente.


giovedì 1 marzo 2018

Budini salati di cardo e pecorino, giorni di neve e benvenuto Marzo.

Giorni di neve - C. Baglioni 
Nell'infinita imprevedibilità del clima in questa epoca (e questo sarà un argomento di cui sentiremo parlare sempre più spesso ahinoi), il nuovo anno ci ha regalato brevi giorni di freddo intenso e neve grazie al passaggio di tale Sig. Burian.
Nome che per noi toscani ha immediata riconoscibilità, grazie al suono così vicino alla parola "buriana".
La buriana è caos allo stato puro, ed è un po' quello che è successo nelle ultime 72 ore da nord a sud della penisola.
La neve, che osservo silenziosa da dietro i vetri della mia finestra, se ne andrà in un batti baleno, lavata da una pioggerella insistente e determinata.
Confesso che avrei desiderato qualcosa di diverso: una nevicata epocale, come quelle che arrivavano quando ero ragazzina e che duravano giorni.
Giorni in cui finivamo ai domiciliari perché da casa mia i mezzi non passavano, il pulmino non si avventurava nella tenuta e mia sorella ed io eravamo felici come ragni pinoli.
Vivere in un centro ippico isolato in ettari di campagna e boschi, aveva i suoi pregi e difetti ma con la neve, i difetti superavano ampiamente l'entusiasmo stellare di noi ragazzine.
Mio padre e mia madre combattevano con tubature ghiacciate ed una caldaia che cedeva le armi, mentre noi eravamo impegnate nell'esplorazione di ettari di neve intonsa e di un paesaggio irriconoscibile avvolto nel silenzio.
I miei giorni di neve da ragazzina sono forse uno dei ricordi più felici della mia infanzia ed adolescenza. Disabituate ad un fenomeno così frequente quando eravamo a Milano, in Toscana diventava motivo di grande festa.
Non eravamo organizzate minimamente, non avevamo vestiti per l'occasione, né scarpe adeguate.
Ci infilavamo gli stivali di gomma, due paia di calzini, calzemaglie e pantaloni pesanti, una giacca neanche impermeabile, guanti di lana e via, a sfidare il candido incanto.
Il nostro obbiettivo era la collinetta delle bandiere, che diventava la nostra personale pista di bob a due: usando dei sacchi per la spazzatura, battevamo la neve creando delle piste a gimkana e poi ci lanciavamo in discese sedute su quei ridicoli "slittini".
Era il divertimento più grande e ci passavamo delle ore, senza avvertire il freddo o il bagnato che inevitabilmente si insinuava fra i nostri abiti.
Tornavamo a casa fradice e rubizze, con la sensazione di aver conquistato il mondo.
In effetti lo avevamo appena fatto.
Prima che l'inverno ci lasci definitivamente, ho voluto celebrare un ortaggio così poco considerato ma dal sapore meraviglioso: il Cardo gobbo.
Appare sulle nostre tavole intorno a Natale, gratinato o, come lo prepara mia suocera, nella pasta imperiale in brodo.
Poi pare che la difficoltà nel vederlo così presente sia data dall'impegno che serve nel pulirlo.
Intanto bisogna imparare a riconoscere quello buono perché spesso si trovano cespi "passati" e quando si arriva a pulirli, non resta nulla.
Un modo per riconoscerlo è toccarlo, sentirne il peso e la densità. I gambi devono essere tosti, turgidi, il colore chiaro. Si eliminano le estremità e tirando gli estremi con un coltello come avviene per i gambi di sedano, si tolgono i filamenti. Poi si tagliano in pezzi più o meno lunghi e si immergono in acqua acidulata via via che si puliscono. Proprio come i carciofi.
Per me, che sono un'amante dei carciofi, la dolcezza del cardo è qualcosa di irresistibile.
Mia madre sa che li amo al gratin e quando possibile me li prepara.
Io ho voluto metterli in un budino salato, con la complicità di un formaggio biologico straordinario, il Fior di Natura del Caseificio il Fiorino, medaglia di bronzo al World Cheese Award 2017, che nasce dall'utilizzo di caglio vegetale (il fiore di cardo è utilizzato come caglio in molti formaggi).
L'ho assaggiato a temperatura ambiente e l'ho trovato gentile, dolce ma con chiare note erbacee, molto rotondo in bocca ed ho pensato che fosse perfetto per accompagnare il mio budino di cardo.
Ed ecco qui la ricetta che ne è nata
Ingredienti per 4 monoporzioni
250 g di cardo pulito e sbianchito
100 g di pecorino Fior di Natura Il Fiorino
2 tuorli + 1 uovo intero grandi
120 ml di panna fresca
un mazzetto di nipitella tritatata
2 carciofi
olio extravergine per friggere
sale - pepe nero macinato fresco

  • Per prima cosa dovrai preparare i cardi: non sono un ortaggio facile da gestire perché spesso pieni di filamenti e come i loro più nobili cugini, i carciofi, si ossidano con una velocità impressionante. Quindi dopo averli privati delle estremità più dure ed eliminati i filamenti, tuffali in acqua bollente in cui avrai versato un cucchiaio di farina setacciata e il succo di un limone, e cuocili il tempo necessario fino a che non saranno morbidi ma ancora al dente. I tempi di cottura variano quindi verifica assaggiando: possono volerci anche 20/30 minuti. 
  • Scolali e lasciali raffreddare, quindi riducili in dadini grossolani e versali in un bicchiere per mixer a immersione. Aggiungi il pecorino grattugiato, la panna, le uova il sale ed il pepe. Frulla tutto fino ad ottenere un composto non troppo sottile. La consistenza dovrà consentire di riconoscere il cardo sotto il palato. 
  • Accedi il forno a 200°.
  • Versa il composto in una ciotola, aggiungi la nipitella e aggiusta di sale e pepe se necessario. 
  • Suddividi il composto negli stampini precedentemente imburrati quindi sistemali in una teglia in grado di contenerli tutti, sulla cui base avrai appoggiato un paio di fogli di carta scottex. Riempi la teglia con acqua bollente fino a metà degli stampi quindi fai cuocere a bagno maria in forno già caldo per 30/40 minuti, fino a quando non saranno belli gonfi e la superficie dorata. 
  • Mentre i budini cuociono, prepara i carciofi. Puliscili e lasciali a bagno in acqua acidulata quindi tagliali a metà, controlla che non ci sia del fieno da eliminare ed affettali finemente in fettine di 2 mm di spessore. Scalda due dita di olio extravergine in una padella bassa di ferro e friggi i carciofi fino a che non saranno belli dorati e croccanti. Falli scolare su carta assorbente e tienili in caldo.
  • Sforma i budini caldi sui piatti di portata ed accompagnali con il frittino di carciofi. Servi immediatamente. 

lunedì 26 febbraio 2018

Madeira cake per Starbooks

January Rain - David Gray
Stamattina un dolcino facile facile, ma che richiede un po' di attenzione per ottenere un risultato perfetto.
La torta ideale per accompagnare dell'ottimo te, o come dicono gli inglesi, un bicchierino di Madeira.
Se volete saperne di più, naturalmente andate a leggere su Starbooks 
Buona giornata!

martedì 20 febbraio 2018

Kedgeree per lo Starbooks di Febbraio

Waiting in vain - Annie Lennox
Oggi la prima ricetta che presento per Salt is essential, lo Starbooks del mese di Febbraio.
Un libro che ricerca il sapore autentico della cucina, l'utilizzo equilibrato degli ingredienti e l'onesto uso degli stessi. Il Sale del titolo non è il tema del libro, ma è un modo di dire che il pizzico di sale nei piatti non va dimenticato, così come quella certa spezia o lo zucchero se necessario.
Insomma, ogni ingrediente ha il suo ruolo e spesso questo viene stravolto.
Per voi ho provato una ricetta britannica di origine indiana, il Kedgeree.
Come sempre potete saperne di più andando a leggere il post su Starbooks. 
Ed un sano pizzico di sale a tutti!

mercoledì 14 febbraio 2018

Biscotti all'avena e miele: quando si scrivevano lettere d'amore.

Scrivimi - N. Bonocore
A volte mi chiedo se mia figlia proverà mai l'emozione di ricevere una lettera d'amore.
Che diamine, certo che si: nel mondo si scrive ancora (almeno così pare).
Io sto parlando di una vera lettera: di carta preziosa chiusa dentro una busta sigillata, affrancata e spedita con timore e palpitazione, nell'ansiosa attesa di una risposta che potrebbe arrivare fra giorni oppure mai...
Chi ha superato i 40 forse sa di cosa parlo.
Forse conosce il piacere dell'attesa, la gioia di raggiungere l'amato vicino o lontano su delle ali di carta reggendosi stretta ad un filo di inchiostro.
Scrivere una lettera, ma soprattutto scrivere una lettera d'amore è un atto attraverso il quale dovremmo passare tutti nella nostra vita.
Ma dovremmo farlo come si deve: non dietro l'anonimato di una tastiera su cui viaggiano veloci le nostre dita, quasi dimenticandosi che le parole hanno un'anima.
L'anima delle parole non sta solo nel loro senso e nella nostra capacità di renderle vive, ma anche nella loro forma sulla pagina, quella che la nostra mano munita di penna, riesce a dare loro.
Il segno, la grafia, le lettere vergate di fretta o con meditata attenzione...ogni segno parla di noi. Racconta la nostra passione, i nostri dolori, il dubbio, la speranza.
Credo di aver scritto centinaia di lettere anche solo per il semplice piacere di vedere scivolare l'inchiostro sulla carta, di osservare la mia scrittura tonda, ordinata, chiara.
Ho comprato fogli, quaderni, scelto buste, penne colorate, matite morbide con cui tracciare disegni fra le righe; ho frugato fra i banchi delle cartolerie scegliendo ceralacca rossi carminio ed un timbro fiorato con una P al centro; ho collezionato sticker, ex libri, adesivi di ogni forma e colore che appiccicavo ostinatamente sul retro delle buste a proteggerle dall'apertura di mani estranee.
Ho una scatola gigantesca piena di lettere scritte a mio marito, allora ancora "il mio ragazzo", e le sue riposte, che segnano gli anni del nostro fidanzamento e dei momenti in cui stiamo stati lontani.
Non le ho mai rilette perché non credo di poter reggere l'emozione: anche solo sentirne l'odore mi fa girare la testa.
Lasciamo stare S. Valentino: proviamo ancora a scrivere una lettera a chi amiamo, in qualsiasi momento.
Non consegniamola a mano, spediamola.
Per me aprire una busta è sempre stato come scartare un regalo: medesima eccitazione ma sempre maggior piacere dello scoprire un oggetto qualsiasi.
Magari i nostri figli avranno voglia di imitarci.
Prima di parlare di questi deliziosi biscotti, voglio rivolgere un pensiero ad una persona mancata esattamente un anno fa e che conobbi grazie alla rete.
Silvia era una blogger appassionata e vitale con cui ho avuto occasione di condividere dei bei momenti legati alla comune passione per il cibo.
Ci siamo scambiate mail, messaggi, chat anche vivaci e non sempre ci siamo trovate d'accordo ma lo scambio è sempre stato denso di ironia e rispetto reciproco, come dovrebbe sempre essere nella normalità. La sua personalità gigantesca ed avida di vita veniva spesso scambiata per egocentrismo ma io vedevo il lei solo un gran desiderio di essere apprezzata e riconosciuta.
Il suo desiderio di dedicarmi un post sul suo blog La Masca in Cucina, mi riempì di sorpresa mista ad imbarazzo (come sempre mi succede quando ricevo attestati di stima).
La sua scomparsa repentina mi ha colpito come uno schiaffo in pieno viso, incredula che una persona così vulcanica e vivace potesse mai soccombere alla malattia.
Il mio pensiero va a lei spesso ma oggi voglio mandarle un ciao speciale anche da qui!
Ciao Silvia, ad maiora!
Tornando ai biscotti, questa è una personale interpretazione dei frollini orzo e miele di Alice , il cui blog cresce ogni giorno di ricette meravigliose e foto mozzafiato.
Le ho chiesto se potessi utilizzare una parte di farina di avena che avevo in dispensa, tagliandola con farina 0 e lei mi ha risposto tranquilla: "perché no".
Ho aumentato le sue dosi originali di mezza dose perché in casa siamo in tre e 16 biscotti non durano neanche il tempo di dire: pronti!
Non aspettatevi i soliti frollini croccanti: la presenza del miele rende la frolla più morbida.
Non sono dolci ma l'aroma del miele, se vi piace, li rende davvero buoni nella loro semplicità.

Ingredienti per c.ca 40 biscotti
150 g di farina 0
150 g di farina di avena
135 g di miele (io ho usato del miele sardo di agrumi molto profumato ma voi scegliete il vostro preferito, magari non di castagno, un po' amaro).
135 g di burro
1 uovo grande
1 cucchiaino di estratto di vaniglia naturale
1 pizzico di sale

  • Setaccia e miscela le due farine quindi mettile nella ciotola di un mixer con la lama. Aggiungi il sale. Taglia a dadini il burro quindi fai sabbiare usando la velocità pulse in modo che il burro non si surriscaldi. Quando si saranno formate briciole sottili, l'impasto sarà pronto ad accogliere il miele.
  • In una ciotola versa l'uovo e sbattilo leggermente. Aggiungi la vaniglia ed il miele (se risultasse troppo duro, fallo scaldare appena per renderlo più fluido). Con una forchetta amalgama miele ed uovo quindi versa il tutto nella ciotola del mixer ed dai il via all'impasto fino a quando non si formerà una palla. 
  • Versa il tutto su una spianatoia: l'impasto sarà piuttosto morbido. Avvolgilo nella pellicola, appiattiscilo un po' con le mani e metti in frigo a riposare (io l'ho tenuto 2 ore). 
  • Una volta pronto, infarina leggermente il piano di lavoro e stendi l'impasto ad uno spessore di 5 mm. Taglia i biscotti con lo stampo che preferisci: io ho utilizzato un foglio di silicone decorato che avevo già utilizzato per questa ricetta, ed ho coppato i biscotti a forma di cuore. 
  • Disponi i biscotti su una teglia coperta di carta da forno, distanziati ma non troppo (non cresceranno in cottura) e mettili in frigo, almeno per 30 minuti. 
  • Mentre aspetti, accendi il forno e porta a temperatura di 180°.
  • Inforna a 180° per 10 minuti quindi abbassa a 170° e prosegui per altri 7/8 minuti. Rispetto ai biscotti di Alice, ho tenuto la cottura leggermente più lunga perché tostandosi maggiormente, il sapore del miele emerge in maniera più evidente e la frolla diventa più croccante. Dovranno prendere un bel colore dorato
  • Una volta pronti, toglili immediatamente dalla placca e falli raffreddare su una gratella. Conservali in una scatola di latta o a chiusura ermetica. 
  • Non sono biscotti dalla spiccata croccantezza ed amabilmente dolci. Sono perfetti con il te o la mattina a colazione...peccato che io me li stia finendo da soli! 




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