mercoledì 14 febbraio 2018

Biscotti all'avena e miele: quando si scrivevano lettere d'amore.

Scrivimi - N. Bonocore
A volte mi chiedo se mia figlia proverà mai l'emozione di ricevere una lettera d'amore.
Che diamine, certo che si: nel mondo si scrive ancora (almeno così pare).
Io sto parlando di una vera lettera: di carta preziosa chiusa dentro una busta sigillata, affrancata e spedita con timore e palpitazione, nell'ansiosa attesa di una risposta che potrebbe arrivare fra giorni oppure mai...
Chi ha superato i 40 forse sa di cosa parlo.
Forse conosce il piacere dell'attesa, la gioia di raggiungere l'amato vicino o lontano su delle ali di carta reggendosi stretta ad un filo di inchiostro.
Scrivere una lettera, ma soprattutto scrivere una lettera d'amore è un atto attraverso il quale dovremmo passare tutti nella nostra vita.
Ma dovremmo farlo come si deve: non dietro l'anonimato di una tastiera su cui viaggiano veloci le nostre dita, quasi dimenticandosi che le parole hanno un'anima.
L'anima delle parole non sta solo nel loro senso e nella nostra capacità di renderle vive, ma anche nella loro forma sulla pagina, quella che la nostra mano munita di penna, riesce a dare loro.
Il segno, la grafia, le lettere vergate di fretta o con meditata attenzione...ogni segno parla di noi. Racconta la nostra passione, i nostri dolori, il dubbio, la speranza.
Credo di aver scritto centinaia di lettere anche solo per il semplice piacere di vedere scivolare l'inchiostro sulla carta, di osservare la mia scrittura tonda, ordinata, chiara.
Ho comprato fogli, quaderni, scelto buste, penne colorate, matite morbide con cui tracciare disegni fra le righe; ho frugato fra i banchi delle cartolerie scegliendo ceralacca rossi carminio ed un timbro fiorato con una P al centro; ho collezionato sticker, ex libri, adesivi di ogni forma e colore che appiccicavo ostinatamente sul retro delle buste a proteggerle dall'apertura di mani estranee.
Ho una scatola gigantesca piena di lettere scritte a mio marito, allora ancora "il mio ragazzo", e le sue riposte, che segnano gli anni del nostro fidanzamento e dei momenti in cui stiamo stati lontani.
Non le ho mai rilette perché non credo di poter reggere l'emozione: anche solo sentirne l'odore mi fa girare la testa.
Lasciamo stare S. Valentino: proviamo ancora a scrivere una lettera a chi amiamo, in qualsiasi momento.
Non consegniamola a mano, spediamola.
Per me aprire una busta è sempre stato come scartare un regalo: medesima eccitazione ma sempre maggior piacere dello scoprire un oggetto qualsiasi.
Magari i nostri figli avranno voglia di imitarci.
Prima di parlare di questi deliziosi biscotti, voglio rivolgere un pensiero ad una persona mancata esattamente un anno fa e che conobbi grazie alla rete.
Silvia era una blogger appassionata e vitale con cui ho avuto occasione di condividere dei bei momenti legati alla comune passione per il cibo.
Ci siamo scambiate mail, messaggi, chat anche vivaci e non sempre ci siamo trovate d'accordo ma lo scambio è sempre stato denso di ironia e rispetto reciproco, come dovrebbe sempre essere nella normalità. La sua personalità gigantesca ed avida di vita veniva spesso scambiata per egocentrismo ma io vedevo il lei solo un gran desiderio di essere apprezzata e riconosciuta.
Il suo desiderio di dedicarmi un post sul suo blog La Masca in Cucina, mi riempì di sorpresa mista ad imbarazzo (come sempre mi succede quando ricevo attestati di stima).
La sua scomparsa repentina mi ha colpito come uno schiaffo in pieno viso, incredula che una persona così vulcanica e vivace potesse mai soccombere alla malattia.
Il mio pensiero va a lei spesso ma oggi voglio mandarle un ciao speciale anche da qui!
Ciao Silvia, ad maiora!
Tornando ai biscotti, questa è una personale interpretazione dei frollini orzo e miele di Alice , il cui blog cresce ogni giorno di ricette meravigliose e foto mozzafiato.
Le ho chiesto se potessi utilizzare una parte di farina di avena che avevo in dispensa, tagliandola con farina 0 e lei mi ha risposto tranquilla: "perché no".
Ho aumentato le sue dosi originali di mezza dose perché in casa siamo in tre e 16 biscotti non durano neanche il tempo di dire: pronti!
Non aspettatevi i soliti frollini croccanti: la presenza del miele rende la frolla più morbida.
Non sono dolci ma l'aroma del miele, se vi piace, li rende davvero buoni nella loro semplicità.

Ingredienti per c.ca 40 biscotti
150 g di farina 0
150 g di farina di avena
135 g di miele (io ho usato del miele sardo di agrumi molto profumato ma voi scegliete il vostro preferito, magari non di castagno, un po' amaro).
135 g di burro
1 uovo grande
1 cucchiaino di estratto di vaniglia naturale
1 pizzico di sale

  • Setaccia e miscela le due farine quindi mettile nella ciotola di un mixer con la lama. Aggiungi il sale. Taglia a dadini il burro quindi fai sabbiare usando la velocità pulse in modo che il burro non si surriscaldi. Quando si saranno formate briciole sottili, l'impasto sarà pronto ad accogliere il miele.
  • In una ciotola versa l'uovo e sbattilo leggermente. Aggiungi la vaniglia ed il miele (se risultasse troppo duro, fallo scaldare appena per renderlo più fluido). Con una forchetta amalgama miele ed uovo quindi versa il tutto nella ciotola del mixer ed dai il via all'impasto fino a quando non si formerà una palla. 
  • Versa il tutto su una spianatoia: l'impasto sarà piuttosto morbido. Avvolgilo nella pellicola, appiattiscilo un po' con le mani e metti in frigo a riposare (io l'ho tenuto 2 ore). 
  • Una volta pronto, infarina leggermente il piano di lavoro e stendi l'impasto ad uno spessore di 5 mm. Taglia i biscotti con lo stampo che preferisci: io ho utilizzato un foglio di silicone decorato che avevo già utilizzato per questa ricetta, ed ho coppato i biscotti a forma di cuore. 
  • Disponi i biscotti su una teglia coperta di carta da forno, distanziati ma non troppo (non cresceranno in cottura) e mettili in frigo, almeno per 30 minuti. 
  • Mentre aspetti, accendi il forno e porta a temperatura di 180°.
  • Inforna a 180° per 10 minuti quindi abbassa a 170° e prosegui per altri 7/8 minuti. Rispetto ai biscotti di Alice, ho tenuto la cottura leggermente più lunga perché tostandosi maggiormente, il sapore del miele emerge in maniera più evidente e la frolla diventa più croccante. Dovranno prendere un bel colore dorato
  • Una volta pronti, toglili immediatamente dalla placca e falli raffreddare su una gratella. Conservali in una scatola di latta o a chiusura ermetica. 
  • Non sono biscotti dalla spiccata croccantezza ed amabilmente dolci. Sono perfetti con il te o la mattina a colazione...peccato che io me li stia finendo da soli! 




lunedì 12 febbraio 2018

Cake arancia, vaniglia e cioccolato morbidissimo: un cake per tutte le stagioni!

Breakfast in America - Supertramp
La difficoltà di mantenere in vita un blog di cucina, non è tanto trovare delle ricette degne da realizzare e pubblicare.
Quella è la parte più semplice.
La difficoltà vera è riempire quel vuoto comunicativo in cui spesso precipito specialmente nei momenti di "riavvolgimento su me stessa".
Il problema di questo spazio, è che la cucina è solo un pretesto.
Un magnifico pretesto escogitato a scopo terapeutico, dove la parola ha più importanza di un dosaggio, il confronto prevale sulla procedura e lo sfogo liberatorio sulla lievitazione.
Mi capita spesso di tornare a leggere vecchi post, trascinata dalla curiosità di capire cosa vi abbia spinto ad andare a cercare quella ricetta piuttosto che un'altra.
Finisco con l'indugiare sul mio scritto, sull'emozione di quel momento.
Mi sorprendo a volte di tanta schiettezza; altre, provo quella stessa emozione. 
Spesso mi chiedo come abbia trovato l'ispirazione per scrivere quella pagina.
In quei casi, la frustrazione è dietro l'angolo.
Così comincio a pensare che la mia vita sia talmente priva di sorprese che le parole finiscono con l'essere sempre le stesse.
Forse la ragione è molto più semplice di quanto non voglia credere: è lunedì.
Un'altra settimana è passata, Sanremo, Dio piacendo, è finito, il Carnevale sta per andarsene e di S. Valentino non ce ne accorgeremo neanche.
Non avevo considerato tutte queste belle cose tutte insieme.
Allora, buon lunedì a tutti.
Sto per dirvi una cosa assoluta: questo dolce è MAGNIFICO!
Dopo aver provato decinaia e decinaia di ciambelloni, cake, tortine alla ricerca della morbidezza ed umidità perfetta, convinta ogni volta di averla trovata, sono incappata su lei, la mitica Donna Hay e mi sono innamorata.
La realtà è che stavo cercando un cake al limone come dico io: sofficissimo, profumato, dal dichiarato aroma di agrume ed umido al punto giusto. Magari anche senza burro.
Soprattutto, cercavo un dolce da poter fare a occhi chiusi, senza bisogno di montare, di sciogliere, di preoccuparmi della temperatura degli ingredienti...insomma, un dolce a prova di dummies, la cui ricetta ti resti in mente al primo colpo.
ED ECCOLA QUA!
Una ciotola, una frusta e semplici ingredienti per una base di dolce estremamente versatile, visto che io l'ho subito provata in 3 diverse varianti (personali).
Questa marmorizzata è la preferita di mia figlia.

Ingredienti per uno stampo da cake da 30 x 10,8 (o da ciambella 24/26 cm) 
180 ml di olio di semi di girasole o mais
60 ml di succo di arancia non trattata + la sua scorza grattugiata
2 uova grandi
1 cucchiaino di estratto naturale di vaniglia
280 g di yogurt greco (è necessario uno yogurt denso, quello bianco classico non da' lo stesso risultato)
300 g di zucchero semolato fine
300 g di farina 00 setacciata
25 g di cacao amaro setacciato
50 ml di latte
2 cucchiaini di lievito per dolci
mezzo cucchiaino di bicarbonato setacciato
  • Accendi il forno a 170° e imburra e fodera lo stampo da cake con carta da forno. 
  • In una ciotola capiente versa l'olio, la scorza ed il succo di arancia, le uova, lo yogurt, la vaniglia e lo zucchero quindi con una frusta a mano mescola con cura in modo da ottenere un composto cremoso ed omogeneo. Non ti preoccupare se le uova e lo yogurt saranno freddi di frigo. Non ci sono rischi che il composto crei problemi in cottura. 
  • Adesso setaccia bene la farina con lievito e bicarbonato direttamente sulla ciotola, incorporandola sempre utilizzando la frusta così che non si formino grumi. Mescola fino a che non ottieni un composto liscio e lucido. Non sarà tanto denso ma simile alla consistenza di una crema.
  • Versa la metà del composto in una ciotola ed in questa versa il cacao setacciato ed il latte. Sempre con la frusta, mescola in modo da ottenere un bel composto scuro e lucido. Il latte è necessario perché il cacao assorbe molti liquidi ed il composto tende ad indurire con la sua aggiunta. Il latte ripristina i liquidi assorbiti riportando l'impasto alla consistenza originale. 
  • Utilizzando 1 cucchiaio grande per ogni ciotola, comincia a versare cucchiaiate di impasto chiaro alternandole a quello scuro, magari cercando di formare una sorta di scacchiera su due colonne. Formerai un primo strato e quando la base sarà ben coperta, con una bacchetta cinese o un coltello, fai dei ghirigori sugli impasti in modo da creare dei disegni dei due colori. 
  • Procedi quindi a terminare il resto dell'impasto con lo stesso procedimento senza dimenticare di fare i tuoi ghirigori. 
  • Prendi in mano lo stampo, smuovilo leggermente per livellare l'impasto e metti subito in forno per 55 minuti c.ca. Fai la prova dello stecchino che dovrebbe uscire pulito. 
  • Una volta tolto dal forno, lascia raffreddare all'aperto per una decina di minuti, quindi aiutandoti con la carta da forno, toglilo dallo stampo e fallo raffreddare completamente su una griglia, in modo che non si formi condensa. 
  • Servi a temperatura ambiente. Si conserva morbido ed umido per giorni se coperto con pellicola o alluminio. Perfetto per la colazione o il te ed assolutamente delizioso. 
VARIANTE AL LIMONE 
  • L'originale di Donna Hay prevede la scorza grattugiata e 60 ml di succo di un limone non trattato. Tutto il resto è identico (tranne la parte del cacao che ovviamente ometterete). La versione al limone è personalmente la mia preferita, ma mia figlia mi impone la versione marmorizzata, dato il suo amore per il cioccolato. In ogni caso questo cake è adorato da tutta la famiglia. Facile, veloce, riuscita perfetta. Non perdetevelo. 



lunedì 5 febbraio 2018

Polpette alla poverella: ricordi di ricchezza e povertà.

La casa - S. Endrigo
Chissà che faccia farebbe la mia nonna materna Gina, se oggi fosse ancora qui e la invitassi in un ristorante per mangiare "la cucina povera".
Mi guarderebbe con quei suoi occhi color di brace e forse, anzi di certo, mi direbbe: "ti te si tut matt" nel suo dialetto lacustre stretto.
Perché di povertà i nostri nonni, ne hanno avuta a pacchi.
Dopo la guerra, se avevi del terreno e lavoravi la campagna, potevi considerarti fortunato.
I miei nonni materni, di cui spesso ho parlato in questo blog, il retaggio di povertà se lo sono portati dietro per tutta la vita, in maniera quasi orgogliosa.
Il primo esempio era quel bagno fuori casa.
"Non si poteva fare pipì, perché non c'era il vasino lì".
Il vasino noi ce l'avevamo sotto il letto, casomai ti scappasse durante la notte, ma prima di andare a dormire, dovevamo costeggiare l'orto al buio, girare intorno alla casa, verso la valle, accompagnati dal suono del ruscello e fronteggiare quel bugigattolo che chiamavamo "bagno".
E che ogni volta ci terrorizzava.
Aveva la dimensione di una cabina telefonica e non conteneva null'altro che un wc con la catena (che prelevava l'acqua della valle - unica concessione alla modernità).
In compenso era abitato da qualsiasi insetto della campagna, in preferenza ragni grossi come tarantole, millepiedi e formiche, che condividevano quello spazio in una lotta estenuante per la sopravvivenza.
Quei pochi istanti trascorsi nel bugigattolo, erano un continuo scrutare gli angoli alti, il pavimento e soprattutto, parlare a voce stentorea con mia sorella che faceva la vedetta fuori e che avrebbe poi dovuto prendere il mio posto all'interno. Seguiva la cronaca dettagliata degli ospiti e della loro vivacità: "il ragno in alto dorme, ha appena mangiato; il millepiedi di ieri non c'è più però attenta alle formiche volanti". E via andare, ogni giorno la stessa storia.
Ne riparliamo tutt'oggi, con un misto di panico e nostalgia e finiamo col riderne di gusto.
Per lavarsi poi, usavamo i catini di zinco della nonna e siccome al lago andavamo soprattutto l'estate, ci lavavamo all'aperto, con l'acqua lasciata scaldare al sole.
Per noi bambine e poi ragazze, questo è sempre stato un aspetto che rendeva le vacanze sul Garda, il più grande elemento di autenticità e avventura.
La reticenza dei nonni nel voler arrendersi alla modernità, era commovente.
Il primo vero bagno, completo di tutti i sanitari, è arrivato quando ormai il nonno non c'era già più e forse nonna non ha avuto neanche molte opportunità di usarlo.
Ma la casa al lago aveva perso quell'unico elemento che la rendeva diversa da tutte e noi, la nostra personale sfida quotidiana.
Parlando di cucina povera, la mia nonna Gina ne sapeva fin troppo.
Ho già raccontato dei suoi involtini di verza imbattibili, della sua abilità nel preparare uno spiedo formidabile quando ormai la carne non era più un ingrediente proibito, la polenta cotta nel gigantesco paiolo di rame appeso sul fuoco del camino.
Trascinata da questo fiume di nostalgia, ho preparato queste polpette "alla poverella".
Il nome me lo sono inventato di sana pianta.
L'ispirazione però mi è arrivata da una strepitosa ricotta di pecora del Caseificio Il Fiorino, un caseificio pluripremiato situato nel cuore della Maremma grossetana, a Roccalbenga.
Ho ricevuto un bellissimo box con una selezione dei loro prodotti di punta, con l'invito a realizzare dei piatti in cui poterli valorizzare.
In un primo momento, l'intenzione era quella di utilizzare la ricotta in una ricetta dolce: la Fior di ricotta, di latte di pecora, ha infatti un gusto dolce, pieno, quasi pannoso e sarebbe stato facile farla finire in un bel guscio di frolla o in un dolce al cucchiaio.
Ma poi ho cambiato direzione.
Ho pensato a mia nonna che non buttava via nulla ed ho giocato con la tradizione toscana che ama la ricotta in molti suoi piatti.
Ci ho messo dentro un po' del sud che ho fatto mio attraverso mio marito, un po' della mia terra, ed un po' di lei, di questa nonna burbera e severa che spesso torna nei miei pensieri.
Venendo alle polpette, il carattere è dato dalla presenza significativa del Pecorino Toscana Dop Stagionato, a latte crudo, sempre Il Fiorino, medaglia di bronzo al World Cheese Award 2017.
Avevo bisogno di dare una spinta di sapore a delle polpettine che, grazie anche alla presenza del pomodoro, hanno una nota dolce di base.
Il pecorino invece, grazie alla sua intensa sapidità ed alle significative note erbacee, conferisce pienezza all'insieme e lo armonizza.
E veniamo alla ricetta.

Ingredienti per 4 persone 
300 g di ricotta di pecora freschissima - io ho utilizzato quella del Caseificio Il Fiorino
200 g di spinaci (il peso da cotti)
150 g di pane Toscano Dop raffermo, ammollato e ben strizzato
60 g di Pecorino Toscano Dop stagionato - per me quello a latte crudo del Caseificio Il Fiorino
Olio extravergine d'oliva Chianti Dop
1 cucchiaio di farina setacciata
1 uovo grande
1 nulla di noce moscata
1 piccola cipolla
Sale - pepe nero macinato fresco

Per la salsa
300 g di passata di pomodoro (la mia è fatta in casa)
1 spicchio d'aglio
olio extravergine qb
Sale qb
  • Mettete la ricotta su un setaccio appoggiato sopra una ciotola. Lasciatela così per almeno un'ora o più, in modo che perda il siero in eccesso. 
  • Preparate gli spinaci: lavateli abbondantemente quindi lessateli nell'acqua che tratterranno su di se, ma cercate di mantenerli al dente. Una volta cotti, strizzateli bene quindi versate 2 cucchiai d'olio su una larga padella, affettate finemente la cipolla e fatela passire a fiamma dolce, aggiungendo poca acqua se necessario. Quando la cipolla sarà trasparente, aggiungete gli spinaci ed insaporiteli per qualche minuto, aggiustando di sale. Fateli raffreddare quindi tritateli al coltello.
  • In un'ampia ciotola versate gli ingredienti: la ricotta, il pane ben strizzato e sbriciolato con cura, gli spinaci tritati, il pecorino grattuggiato, la farina, pepe, sale e noce moscata, un filo di extravergine e mescolate tutto con cura in modo da ottenere un composto omogeneo e sostenuto. Se l'impasto vi dovesse sembrare troppo morbido, potete aggiungere un paio di cucchiai di pan grattato. 
  • Con il composto formate delle polepette grandi come una pallina da ping pong e tenetele da parte. 
  • In una larga padella che possa contenere tutte le polpette, preparate la salsa: versate un paio di cucchiai di extravergine ed uno spicchio d'aglio schiacciato e fate profumare l'olio a temperatura dolce in modo da non bruciare l'aglio. Quando l'olio sarà ben caldo, aggiungete la passata e mescolatela facendola cuocere c.ca 5 minuti. Aggiustate di sale. 
  • A questo punto aggiungete le polpette delicatamente e coprite con un coperchio sostenuto da un cucchiaio di legno. Fate cuocere una decina di minuti a fuoco medio, senza toccarle ma insaporendole via via con il pomodoro. Durante la cottura smuovete la padella facendola ruotare sul fuoco in modo che le polpette rotolino, usando una certa delicatezza. 
  • Servite immediatamente, con il proprio sughetto, con un filo d'olio ed una bella spolverata di pecorino. Non fate mancare il pane. 
  • In alternativa, possono essere cotte al forno a 180° per 15/20 minuti, nella loro salsa già spolverate di pecorino. 
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