lunedì 7 marzo 2011

DO YOU KNOW MOLISE? CAVATELLI!

“Mamma e che malinquenie
u bbèlle è che arrive sempre e quest’ore
Paree u professore e nen capisce.
Me ne revaie na casa enconre chiù tri’ste.
‘Stonche p’entrà…de colpe me passe:
so sparite?
Mo capisce, è esse
Scine è esse: a ddòre du rragù”
(Pasquale Di Lena)
Il Molise è una regione italiana posta tra l’Abruzzo e la Puglia.
No, non sono impazzita e non voglio neanche fare una lezione di geografia alle mie amiche di blog, ma una parentesi consentitemela: del Molise non sa quasi niente nessuno e questo è un dato di fatto.
Così permettetemi di trasferire quel poco che so e quel tanto che amo di questa terra piccolissima eppure così generosa. Se ho la fortuna di sentirmi in parte anche Molisana, è grazie alla famiglia di mio marito. Sua madre, Carmela, detta da noi tutti “Nonna Mèla” (appellativo guadagnatosi subito dopo la nascita di mia figlia, che non riusciva a pronunciare il suo nome), è nata a Larino, importante paese in provincia di Campobasso, a c.ca 25 km dalla costa e dalla più famosa Termoli, dove qualcuna di voi sarà probabilmente stato al mare. Ha sposato un pugliese che ha accettato di buon grado la cittadinanza onoraria e vive tutt’ora nel suo paese natale a cui è legata in maniera totalizzante.
Attraverso lei e suo fratello, zio Pasquale, uomo di grande cultura e devotamente innamorato della sua terra (l’autore della la bellissima poesia con cui ho aperto il post), ho lentamente cominciato a scoprire questa parte d’Italia praticamente dimenticata. Ed ogni volta che ci torno, mi rendo conto di quanto sia ancora vera e come sia difficile trovare dei luoghi in Italia così fortemente radicati alla propria tradizione e cultura del territorio.
Il Molise è un piccolo scrigno pieno di gioielli e quelli più preziosi sono legati al cibo. Non perché io sia leggermente fissata sull’argomento, ma perché, e ve lo posso garantire, ci sono dei piatti assolutamente fantastici, semplici, basici, ma incredibilmente potenti nella loro capacità evocativa di un passato ancora presente. 
Vorrei invitarvi a viaggiare e fermarvi in piccoli borghi dai nomi che sembrano usciti da un romanzo di Tolkien: Pietrabbondante, Agnone, Civitacampomarano, Casacalenda, Montorio, Guglionesi, Guardialfiera, Campomarino…e via discorrendo. Nemmeno la più fervida fantasia di uno scrittore poteva creare nomi così affascinanti e pieni di poesia. Non siete d’accordo? Sono piccoli paesi dove ancora regna l’uso di salutarsi quando ci si incontra (anche se non ci si conosce) e non è questo segno di grande civiltà? Dove le porte di casa restano aperte, i bambini giocano per strada, un lutto non passa inosservato e chi soffre potrà non cucinare per giorni perché i vicini assisteranno in silenzio e generosamente.
Potrei parlare per ore di questa bella terra e lo farò in altri post perché c’è veramente tanto da dire, ma questa volta lascerò parlare un piatto, per il quale non ringrazierò mai abbastanza Nonna Mèla per aver condiviso con me la sua conoscenza e maestria nel prepararlo. Si tratta dei famosi cavatelli. Da non confondere con i cavatelli pugliesi che, per carità hanno il proprio perché, ma questa è un’altra storia.
I cavatelli molisani sono diversi a seconda del luogo da cui provengono e della famiglia che li prepara, ma in genere a Larino e dintorni si fanno piccoli come l’unghia di un mignolo e come dice zio Pasquale, se sono perfetti devono entrare 10 in un cucchiaio. E’ una semplice pasta di semola di grano duro, povera e essenziale: acqua e farina. Il condimento è in genere una salsa di pomodoro con sentore lieve di aglio e basilico, e nei giorni di festa nel sugo possono far la loro apparizione delle sontuose cozze o dei pezzi di carne di manzo che sono stati lasciati cuocere a lungo nella salsa.
La meraviglia del cavatello sta nella sua delicatezza: quando si scava lo gnocchetto di pasta con la punta del dito, si compie un piccolo miracolo. Si da origine ad una minuscola conchiglia, un delicato petalo arricciato che raccoglie il sugo ed i sapori di casa ed è in grado di ammutolire anche il più cinico dei detrattori alimentari. E’ inutile dire che le mani delle donne molisane sanno creare dei piccoli capolavori ma potete riuscirci anche voi, con un po’ di pazienza ed esercizio: la mia bimba di 9 anni li prepara a velocità supersonica e pretende di mangiare solo quelli che prepara lei!
Ingredienti per 4 persone
350 gr di semola di grano duro
Acqua (quanta ne prende la farina)
Salsa di pomodoro fatta in casa (se possibile)
Basilico – Uno spicchio d’aglio
Olio extra vergine Gentile di Larino.
Sale qb.
Mettete la farina a fontana e aggiungete poco a poco l'acqua e pizzicate la farina in modo che questa venga assorbita e da un composto morbido che è in origine, cominci a prendere consistenza e corpo. Quindi prendete a lavorare la pasta a forza di braccia utilizzando i polsi come quando lavorate la pasta all'uovo. Lavorate a lungo fino a che non otterrete una bella pasta liscia ed elastica che lascerete riposare una 15na di minuti sotto una ciotola di vetro. 
Tagliate un pezzo di pasta che terrete sempre coperta per evitare che si secchi, e arrotolatela fino a ricavare una striscia sottile come un mignolo da cui taglierete poi tanti gnocchetti di forma romboidale. 
Comincia adesso il divertimento: con la punta delle dita (scegliete voi il preferito, io uso l'indice, il medio o il pollice) prendete uno gnocchetto e premete trascinandolo sulla spianatoia fino ad tterrete una piccola conchiglia. 
Alla fine gustatevi i cavatelli che cuoceranno in un battibaleno e quando saliranno in superficie della vs. bella pentola, scolateli, serviteli e...sognate. 


Con questa ricetta partecipo con piacere al Contest "Paste Regionali" del Molino Chiavazza
ed al contest 150 anni di Unità d'Italia di Meris 




sabato 5 marzo 2011

Basta un ragù per fare festa: lasagnette con ragù di coniglio.

Proprio ieri sera mia figlia, di rientro poco prima di cena dalla lezione di danza, mi fa tutta agitata – “ Oh mamma, perché non rispondi al cellulare quando io e babbo ti chiamiamo? Ti ho chiamato un monte e tu non rispondevi…volevamo ordinarti la cena!”
Eh? Ordinarmi la cena? E che poco poco da quando tengo questo blog  mi hanno scambiato per un vagone ristorante?
A parte lo stupore iniziale dopo aver realizzato il contenuto della protesta, non ho potuto che scoppiare a ridere come una pazza, con un senso di tenerezza ed anche felicità. Proprio qualche minuto prima avevo parlato con mio marito il quale aveva espresso la sua preferenza per una cena leggera, passato di verdure o simile, ma lei in macchina con il padre, aveva cominciato a fare la lista di quello che avrebbe voluto mangiare, nell’ordine: spaghetti con il tonno, rotolo di frittata ripieno di stracchino e spinaci saltati in padella. Idee chiare, coincise, accattivanti. Mi sono piombati in casa tutti e due con la stessa pretesa e non ho potuto contraddirli. Però adoro quando sono così propositivi.
Oggi storia simile: - Mamma, perché non ci fai mai il ragù? Arghhh…
Vi è mai capitato di svegliarvi la domenica mattina intorno alle 9.30/10.00 (che meraviglia) ed andare in cucina pregustando già una colazione slow, sontuosa, piena di pani tostati, burro, marmellate, biscottini, formaggi, cappuccino fumante e venire investiti (orrore) dall’odore del soffritto per il ragù che fa il suo ingresso prepotente dalla finestra, proveniente dalla casa degli inquilini di fronte? Ecco, questa è l’idea che ho io del ragù! Non è che non mi piaccia cucinarlo, anzi, quando è pronto lo adoro, ma l’idea di cominciare così presto la mattina, quando le mie narici desiderano solo profumi derivanti da lieviti, caffè o te aromatici, mi destabilizza.
Ci ho rimuginato un po’ su e mi sono autoconvinta, pensando che alla fine il ragù si cuoce da solo, vuole il suo tempo ed io posso continuare a fare altre cose senza preoccuparmi più di tanto. E ragù sia.
Ragù di coniglio. Ho utilizzato una ricetta tradizionale umbra, dove il coniglio viene spesso cucinato in ragù e che arricchisce una carne così tenera e delicata, spesso poco considerata.
Ingredienti per 4 persone
- c.ca ½ kg di coniglio tagliato a pezzi
-          400 gr di pomodori maturi tipo piccadilly o (se non disponibili freschi) un vasetto di polpa di pomodoro (io ce l’ho fatta in casa e spesso uso quella)
-          carota, sedano, cipolla, aglio per il soffritto
-          aceto bianco (o di mele se preferite)
-          olio extra vergine d’olia
-          brodo vegetale
-          sale, pepe qb
-          250 gr di lasagnette all’uovo (io ho usato quelle di Capofilone)
-          pecorino
Dopo aver lavato bene il coniglio, lasciatelo a bagno per almeno un’ora nell’acqua e aceto quindi sciacquate, asciugate bene
Dopo aver preparato il trito per il soffritto, mettetelo in un tegame capiente e soffriggetelo in olio extra vergine quindi quando è imbiondito aggiungete il coniglio e fatelo rosolare bene su tutti i lati a fuoco vivace. Aggiungete i pomodori privati di buccia o la polpa di pomodoro, salate e pepate, quindi abbassate la fiamma e continuate la cottura a lungo, coprendo il tegame ed aggiungendo quando necessario del brodo vegetale caldo. La carne del coniglio dovrà staccarsi da sola dall’osso. A quel punto il ragù sarà pronto. Togliete dal tegame i pezzi di carne, disossateli e tagliate grossolanamente la polpa quindi rimettetela nel fondo di cottura, aggiungete ancora un mestolino di brodo e cuocete ancora 10/15 minuti.
Nel frattempo lessate la pasta in abbondante acqua salata, quindi scolatela, saltatela nel tegame e servite con una bella grattata di pecorino ed un filo di olio di Trevi o Montefalco.
Basta un ragù per fare festa!