“Mamma e che malinquenie
u bbèlle è che arrive sempre e quest’ore
Paree u professore e nen capisce.
Me ne revaie na casa enconre chiù tri’ste.
‘Stonche p’entrà…de colpe me passe:
so sparite?
Mo capisce, è esse
Scine è esse: a ddòre du rragù”
(Pasquale Di Lena)
Il Molise è una regione italiana posta tra l’Abruzzo e la Puglia.
No, non sono impazzita e non voglio neanche fare una lezione di geografia alle mie amiche di blog, ma una parentesi consentitemela: del Molise non sa quasi niente nessuno e questo è un dato di fatto.
Così permettetemi di trasferire quel poco che so e quel tanto che amo di questa terra piccolissima eppure così generosa. Se ho la fortuna di sentirmi in parte anche Molisana, è grazie alla famiglia di mio marito. Sua madre, Carmela, detta da noi tutti “Nonna Mèla” (appellativo guadagnatosi subito dopo la nascita di mia figlia, che non riusciva a pronunciare il suo nome), è nata a Larino, importante paese in provincia di Campobasso, a c.ca 25 km dalla costa e dalla più famosa Termoli, dove qualcuna di voi sarà probabilmente stato al mare. Ha sposato un pugliese che ha accettato di buon grado la cittadinanza onoraria e vive tutt’ora nel suo paese natale a cui è legata in maniera totalizzante.
Attraverso lei e suo fratello, zio Pasquale, uomo di grande cultura e devotamente innamorato della sua terra (l’autore della la bellissima poesia con cui ho aperto il post), ho lentamente cominciato a scoprire questa parte d’Italia praticamente dimenticata. Ed ogni volta che ci torno, mi rendo conto di quanto sia ancora vera e come sia difficile trovare dei luoghi in Italia così fortemente radicati alla propria tradizione e cultura del territorio.
Il Molise è un piccolo scrigno pieno di gioielli e quelli più preziosi sono legati al cibo. Non perché io sia leggermente fissata sull’argomento, ma perché, e ve lo posso garantire, ci sono dei piatti assolutamente fantastici, semplici, basici, ma incredibilmente potenti nella loro capacità evocativa di un passato ancora presente.
Vorrei invitarvi a viaggiare e fermarvi in piccoli borghi dai nomi che sembrano usciti da un romanzo di Tolkien: Pietrabbondante, Agnone, Civitacampomarano, Casacalenda, Montorio, Guglionesi, Guardialfiera, Campomarino…e via discorrendo. Nemmeno la più fervida fantasia di uno scrittore poteva creare nomi così affascinanti e pieni di poesia. Non siete d’accordo? Sono piccoli paesi dove ancora regna l’uso di salutarsi quando ci si incontra (anche se non ci si conosce) e non è questo segno di grande civiltà? Dove le porte di casa restano aperte, i bambini giocano per strada, un lutto non passa inosservato e chi soffre potrà non cucinare per giorni perché i vicini assisteranno in silenzio e generosamente.
Potrei parlare per ore di questa bella terra e lo farò in altri post perché c’è veramente tanto da dire, ma questa volta lascerò parlare un piatto, per il quale non ringrazierò mai abbastanza Nonna Mèla per aver condiviso con me la sua conoscenza e maestria nel prepararlo. Si tratta dei famosi cavatelli. Da non confondere con i cavatelli pugliesi che, per carità hanno il proprio perché, ma questa è un’altra storia.
I cavatelli molisani sono diversi a seconda del luogo da cui provengono e della famiglia che li prepara, ma in genere a Larino e dintorni si fanno piccoli come l’unghia di un mignolo e come dice zio Pasquale, se sono perfetti devono entrare 10 in un cucchiaio. E’ una semplice pasta di semola di grano duro, povera e essenziale: acqua e farina. Il condimento è in genere una salsa di pomodoro con sentore lieve di aglio e basilico, e nei giorni di festa nel sugo possono far la loro apparizione delle sontuose cozze o dei pezzi di carne di manzo che sono stati lasciati cuocere a lungo nella salsa.
La meraviglia del cavatello sta nella sua delicatezza: quando si scava lo gnocchetto di pasta con la punta del dito, si compie un piccolo miracolo. Si da origine ad una minuscola conchiglia, un delicato petalo arricciato che raccoglie il sugo ed i sapori di casa ed è in grado di ammutolire anche il più cinico dei detrattori alimentari. E’ inutile dire che le mani delle donne molisane sanno creare dei piccoli capolavori ma potete riuscirci anche voi, con un po’ di pazienza ed esercizio: la mia bimba di 9 anni li prepara a velocità supersonica e pretende di mangiare solo quelli che prepara lei!
Ingredienti per 4 persone
350 gr di semola di grano duro
Acqua (quanta ne prende la farina)
Salsa di pomodoro fatta in casa (se possibile)
Basilico – Uno spicchio d’aglio
Olio extra vergine Gentile di Larino.
Sale qb.
Mettete la farina a fontana e aggiungete poco a poco l'acqua e pizzicate la farina in modo che questa venga assorbita e da un composto morbido che è in origine, cominci a prendere consistenza e corpo. Quindi prendete a lavorare la pasta a forza di braccia utilizzando i polsi come quando lavorate la pasta all'uovo. Lavorate a lungo fino a che non otterrete una bella pasta liscia ed elastica che lascerete riposare una 15na di minuti sotto una ciotola di vetro.
Tagliate un pezzo di pasta che terrete sempre coperta per evitare che si secchi, e arrotolatela fino a ricavare una striscia sottile come un mignolo da cui taglierete poi tanti gnocchetti di forma romboidale.
Comincia adesso il divertimento: con la punta delle dita (scegliete voi il preferito, io uso l'indice, il medio o il pollice) prendete uno gnocchetto e premete trascinandolo sulla spianatoia fino ad tterrete una piccola conchiglia.
Alla fine gustatevi i cavatelli che cuoceranno in un battibaleno e quando saliranno in superficie della vs. bella pentola, scolateli, serviteli e...sognate.
Con questa ricetta partecipo con piacere al Contest "Paste Regionali" del Molino Chiavazza
ed al contest 150 anni di Unità d'Italia di Meris
ed al contest 150 anni di Unità d'Italia di Meris







