venerdì 6 dicembre 2019

Faraona ripiena con frutta e castagne: il tempo non esiste.

Time after time - C. Lauper 
Un nuovo post? Ma che siamo matti? 
Pubblicare con così incredibile frequenza...non ci si crede davvero. 
Ma questa è la condizione labile dei folli, che non giudicano il tempo, né lo misurano. 
Per loro ieri è oggi e oggi è domani.
Ultimamente sono un po' suggestionata dalla questione "tempo", e non metereologico. 
A partire dall'affermazione definitiva della fisica che "il tempo non esiste".
Ma questo lo sapeva anche Aristotele  quando spiegava che il tempo era solo un modo per misurare come si muovono le cose e che, ovviamente, se non c'è nulla che si muove, non c'è tempo. 

Ormai abbiamo capito che tutto ciò che accade nel nostro mondo, non è organizzato nello spazio né segue "uno spartito musicale a tempo" sotto la guida di un grande direttore d'orchestra. 
Ogni cosa ha il "suo" tempo e la sua modalità per fondersi con altre cose. 
Per me la fisica è un grande mistero. 
Sono una persona che con le materie scientifiche ha litigato per tutta la vita. 
La matematica è la mia spina nel fianco. 
La mia testa di fronte ai numeri, comincia a prendere strade intricate e lascia pezzi per dietro di sé, quindi di fronte ai misteri dell'universo, mi viene un'ansia incredibile. 
Ma questa storia del tempo ha un fascino incredibile perché tutto quello che sapevamo di lui, ovvero la sua semplice codificazione per misurarlo, per il mondo della fisica ormai è inutile. 
Su questi concetti giocano ed hanno giocato da sempre, grandi scrittori, autori, registi ed è incredibile come ogni volta che incappiamo in una storia che riguarda il loop spazio/temporale, restiamo coinvolti emotivamente.
Una delle ultime serie che tocca proprio l'argomento, in un'atmosfera cupa, quasi post-apocalittica, è "Dark", prodotta dall'instancabile Netflix, o Nettflisse, come direbbe la vecchina di Sammoro .
Ecco, sono inciampata in questa storia e non riesco ad uscirne.
Oltretutto si parla di salti temporali tra il presente e gli anni '80, l'epoca della mia adolescenza, e potrete capire il coinvolgimento.
Ma niente a che vedere con le atmosfere divertenti e paradossali di Ritorno al Futuro....qui ci sono dei misteri che fanno accapponare la pelle e personaggi equivoci di esemplare cattiveria.
Se vi piace il genere, non perdetevela.
E soprattutto, lasciamo il tempo al tempo.
Ormai siamo lanciatissimi verso il Natale, quindi non posso che lasciarvi ricette in tema, e questa deliziosa faraona con un ripieno semplice e ricco di gusti stagionali, potrebbe fare la felicità di molti. 
Sul pollo ripieno ed il suo disosso ormai non esistono segreti su questo blog ed ogni tanto mi lascio accaparrare dalla nostalgia e rimetto le mani nella materia.
Ma voi non avrete bisogno di fare tutto il lavoro: una volta tanto potrete chiedere al vostro macellaio di fiducia, di farvi un piccolo favore...

Ricetta per 4 persone

1 busto di faraona disossato di c.ca 1,500 kg
g di prosciutto arrosto sminuzzato sottilmente
6 fette di pane toscano ammollate e sbriciolate
castagne arrostite o lessate 
5 prugne secche denocciolate
5 albicocche secche denocciolate 
30 g di burro 
2 grandi salsicce fresche toscane
30 g di parmigiano grattugiato
2 rametti di rosmarino
5/6 foglie di salvia
qualche rametto di timo
1 bicchiere di birra rossa 
1 cucchiaino di misto spezie La Saporita
Olio extravergine d'oliva
Sale - pepe qb


  • Preparate il ripieno mescolando in una larga ciotola, la salsiccia, il prosciutto, il pane, il parmigiano, la frutta secca, il misto spezie. Mischiate tutto bene con le mani quindi aggiustate di sale e pepe.
  • Riempite la cavità della faraona con il ripieno distribuendolo uniformemente per dare una forma aggraziata al volatile.Condite la pelle con sale e pepe massaggiando bene.
  • Legatelo con filo da cucina per mantenere forma e le cosce strette al busto (altrimenti in cottura si allargano) e decorate con rosmarino e salvia.
  • Distribuite fiocchi di burro sulla superficie della faraona. (A questo punto potrete avvolgere la faraona in un foglio di alluminio e conservarla in frigo se volete cuocerla il giorno dopo. )
  • In una larga pirofila versate 4 cucchiai di olio extravergine.
  • Accendete il forno a 180°. Sistemate la faraona sul fondo preparato. Mettetelo in forno già caldo.
  • Dopo 15 minuti, aprite e irrorate il pollo con la birra proseguite la cottura. Ogni 10 minuti, spennellate la faraona su tutta la superficie con i suoi succhi per mantenere morbida la pelle e non farla seccare.
  • Proseguite la cottura per c.ca 1h15. Dovrete calcolare c.ca 1h di cottura per ogni chilo di faraona ripiena. Se per esempio con il ripieno otterrete un pollo di 1,200 kg, dovrete cuocere per c.ca 1h20 minuti.
  • NON usate il forno ventilato perché seccherà la pelle del vostro volatile rompendola. Quando siete in fondo alla cottura, verificate il colore dei succhi che escono bucando con uno stuzzicadenti una delle cosce. Se schiacciando leggermente con un cucchiaio di legno vedrete uscire del liquido trasparente, la faraona è cotta. Proseguite se vedete che i succhi sono ancora rosati.
  • Quando la faraona sarà pronta, toglietela dalla pirofila ed avvolgetela con carta alluminio. Fatela riposare almeno mezz’ora prima di tagliarla. Servitela a fette su un piatto di portata, irrorata del proprio fondo di cottura.

martedì 3 dicembre 2019

Panpepato Florentine al burro salato: il Panpepato, quello vero!

I saw Mommy kissing Santa Claus - Jackson Five
Sotto l'albero son stato
all'ascolto nella notte
ma dal buio del camino
solo odore di ballotte
Mi incantavo alle lucine 
che brillavano sfacciate,
esprimevo un desiderio
e scartavo cioccolata.
Prima o poi lui scenderà,
ed io son nascosto bene.
I pacchetti lascerà,
stare muto mi conviene.
Ma il silenzio nella casa
mi ha sorpreso a tradimento
lì sdraiato a pancia in giù
proprio sopra il pavimento
La mia mamma mi ha svegliato
piano piano con un bacio,
perché mi ero addormentato
come un gatto sul panpepato.

(Poesia di Natale, ispirata da mia figlia Alice).
Sul tavolo di Natale delle case senesi, due sono i dolci che fanno la differenza e a volte, dividono le famiglie: Panforte e Panpepato.
Il Panforte è per tutti; il Panpepato per gli intenditori.
Il Panforte garba anche ai bambini; il Panpepato è guardato con sospetto e se lo mangi, ormai sei grande.
Il Panforte è dolce, avvolgente, fruttato e mieloso.
Il Panpepato è spezia, cacao, pepe e un viaggio lontano.
Il Panforte è di chi vuole sentirsi a casa.
Il Panpepato degli avventurieri.
Entrambi non hanno nulla a che vedere con quelle rotelle rinsecchite avvolte in carta colorata, che vi è capitato di trovare da piccoli sotto l'albero e che non avete mai provato ad assaggiare.
E quando finalmente lo avete fatto, avete detestato talmente quei dolci che nella vostra testa è rimasta una sola condizione: "Mai più".
Ecco, prima di tutto, se vogliamo parlare di Panpepato, dobbiamo dire una cosa: assaggiate quello vero!
Giolisca, entusiasta pasticcera e Jolly del Forno di Ravacciano, con il suo Panpepato. 
Un viaggio nel vero Panpepato l'ho fatto anche io, grazie alla Cna di Siena che insieme ad uno sparuto gruppo di blogger da tutta Italia, ci ha permesso di incontrare alcuni dei più interessanti artigiani della città, primo fra tutti Il Forno di Ravacciano.
Un'azienda di totale gestione familiare ormai da tre generazioni, che ha iniziato l'attività oltre 50 anni fa con un piccolo forno servendo la clientela locale e che adesso distribuisce i suoi prodotti in tutta la provincia.
L'intera mattinata al forno di Ravacciano, mi ha fatto guardare i dolci della mia città da una nuova prospettiva e con un occhio più affascinato e grato.
L'entusiasmo e l'amore per il proprio lavoro così evidente in  Giolisca e Fabio, giovane coppia anche nella vita, si riversa nella qualità del loro prodotto,  grandemente apprezzato dalla cittadinanza: oltre 50 tipi di pane diversi incluse pizze e focacce, dolci per la colazione, Ricciarelli, Pan co' Santi, Panforte, Cavallucci, Panpepato, torte di compleanno, biscotti, e molto altro.
Nel Calendario del Cibo Italiano, oggi è la giornata del Panpepato: vi invito ad andare a leggere la storia ed i segreti di questo straordinario dolce senese.
Quello che invece abbiamo potuto fare noi, blogger golosi, è stato sperimentare cercando di trasformare uno spicchio di Panpepato, in un nuovo piatto, dolce o salato che sia.
Priva di fantasia e guizzi creativi, la sottoscritta si è limitata a realizzare delle semplici Florentine, dolci di origine francese caratterizzati dal uno strato sottile croccante costellato da frutta secca ed da una glassatura di cioccolato fondente molto amaro a contrastare la dolcezza della cialda.
Ho pensato di sostituire completamente la frutta candita con dadini di Panpepato, lasciando una manciata di Cranberries che conferiscono acidità e freschezza, ma sostituendo le tradizionali mandorle sbianchite, con mandorle salate e tostate insieme ad un bel pizzico di sale Maldon nell'impasto di burro.
Il Panpepato regala un meraviglioso "effetto Natale" al biscotto, grazie al profumo della spezia, in particolare della cannella e noce moscata, ed il sale rende l'insieme decisamente ruffiano, elegante e ultragoloso.
La sorpresa più grande è stata sentire il consorte, giudice implacabile e nemico giurato dei dolci, affermare che è impossibile resistere ad un dolce così.

Ingredienti per 18 Florentine
50 g di burro
50 g di zucchero demerara
50 g di golden syrup
50 g di farina 00 setacciata
50 g di panpepato tagliato a dadini piccoli
30 g di cranberries
25 g di mandorle con pelle tostate e salate, sminuzzate
25 g di mandorle a lamelle
Un generoso pizzico di sale Maldon in fiocchi
200 g di cioccolato al 70%
  • Preriscaldate il forno a 180°. Foderate 3 teglie con carta da forno.
  • Mettete il burro, lo zucchero, il golden syrup ed il sale Maldon in una casseruola a fondo spesso e fate cuocere a fuoco dolce fino a che il burro non sia completamente  sciolto. Fate ruotare la casseruola mentre cuoce, in modo da sciogliere uniformemente anche lo zucchero ed ottenere una consistenza caramellosa. 
  • Mentre questo si scioglie, mettete il resto degli ingredienti, farina, panpepato, frutta secca, in una ciotola e mescolate bene. Togliete il composto di burro dalla fiamma e versatelo sugli ingredienti e con un cucchiaio mescolate con cura per ottenere una massa uniforme e lucida.
  • Con un cucchiaino da caffè, formate le Florentine, ricavando un mucchietto di impasto che sistemerete sulla teglia (6 per ogni teglia) ben distanziato dagli altri. Durante la cottura i mucchietti si allargheranno e diventeranno molto sottili. 
  • Cuocete dagli 8 ai 10 minuti (prestando attenzione al forno - cominciate con 8 minuti - perché si bruciano con facilità). Dovranno diventare di un bel colore caramello dorato 
  • Lasciate raffreddare le Florentine qualche minuto prima di sollevarle con una spatola di metallo e sistemarle su una griglia. Raffreddandosi diventeranno croccanti. 
  • Una volta fredde potrete passare alla glassatura con il cioccolato. Se volete farlo in un altro momento, sistemate le Florentine in una scatola ermetica per non far prendere loro umidità. 
  • Per la copertura, dovrete temperare il cioccolato e potrete farlo con semplicità con il metodo dell'inseminazione. Tritate metà del cioccolato e fatelo sciogliere a bagnomaria controllando con un termometro che raggiunga la temperatura di 50°. A quel punto togliete la ciotola dalla casseruola, aggiungete il resto del cioccolato che avrete tritato molto finemente, e fate abbassare la temperatura a 28°, mescolando con una spatola per facilitare l'operazione. Quando il cioccolato sarà pronto avrà raggiunto quella temperatura, riportatelo a 31° su un bagnomaria molto delicato e sempre mescolando. A quel punto potrete glassare i vostri biscotti. 
  • Con un cucchiaino versate sul retro della Florentine la quantità giusta per coprire la superficie in uno strato di un paio di millimetri. Attendente che si sia leggermente rappreso e con una forchetta, disegnate delle onde o decorate come preferite. 
  • Lasciate raffreddare completamente prima di chiuderli in una scatola e servirli con un ottimo caffè o vino dolce. 

giovedì 28 novembre 2019

Plumcake integrale con nocciole e mirtilli, senza burro: fuga dal Natale.

You're a Mean One, Mr Grinch - Tyler the Creator 
Il Natale è alle porte.
Quest'anno più velocemente di sempre.
Stranamente la stanchezza ed il lavoro che pressa non mi concedono il giusto abbandono all'idea delle feste.
In particolare ciò che quest'anno mi fa sentire molto più vicina al mostriciattolo di Grinchiana memoria, è l'idea delle maratone del cibo.
Con mio grande orrore ho già il calendario di Dicembre pieno di cene e cenini con amici e conoscenti, ma la prova più grande resta sempre e comunque il Natale al Sud.
Ripeto dentro di me che non ce la posso fare.
Se potessi, chiederei rifugio ad una clinica disintossicante dal cibo ed andrei avanti a liquidi.
Attualmente ho solo voglia di grandi mangiate di verdure, zuppe e vellutate e sul versante dolci, cose rustiche, poco dolci, essenziali nel sapore e nel contenuto ma confortanti nell'aspetto.
Preparazioni possibilmente con farine e zuccheri integrali, con il sapore schietto della natura.
Senza avere la pretesa di riprodurre la morbidezza di certi golosissimi plumcake integrali, ho voluto cimentarmi in un dolce lontanissimo dal gradimento della famiglia e sicuramente più vicino al mio in questo momento.
Un plumcake realizzato con una farina integrale che arriva dalla Maremma, comprata a settembre da un piccolo produttore nella zona di Scarlino dove mi è capitato di dormire un paio di notti.
Farina macinata a pietra con un profumo di grano inebriante.
Fulminata dal cake alle nocciole ed orzo della mia cara Alice, ho deciso che mi sarei ispirata alla sua ricetta, eliminando però la parte tostata dell'orzo e virando con maggiore intenzione verso le tostature delle nocciole che tanto amo.
Per non essere monotematica però, ho aggiunto una manciata di mirtilli dell'Abetone che riposavano nel congelatore in attesa di venire utilizzati quanto prima.
Il contrasto è molto interessante: la freschezza acidula del mirtillo con l'avvolgente aroma delle nocciole tostate è una piacevole sorpresa.
La consistenza del cake è umida, sofficissima e decisamente poco dolce, perfetta per una colazione o una pausa te senza sensi di colpa.
Ingredienti per uno stampo da 1,3 litri
170 g di farina integrale macinata a pietra
100 g di farina 0
3 uova grandi a temperatura ambiente
150 g di zucchero Muscovado di canna
110 g di olio di semi
1 cucchiaino di pasta di nocciole (facoltativo)
100 ml di latte di nocciola
2 cucchiaini di lievito in polvere
120 g di nocciole tostate Tonda Gentile
80 g di mirtilli piccoli dell'Abetone
  • Accendi il forno a 180°. 
  • In una ciotola setaccia le farine con il lievito e tieni da parte. 
  • Trita le nocciole grossolanamente: io le ho lasciate a pezzi molto grossi, sia per la farcitura che per la decorazione perché a me piace sentirle sotto i denti.
  • Versa lo zucchero muscovado nella ciotola della planetaria. Verifica che non abbia grossi grumi visto che ha la tendenza a formarli, in caso cerca di sbriciolarli fra le dita e fai fare un giro di frusta in modo da ammorbidirlo. Aggiungi le uova e monta a velocità media per almeno 10 minuti, per ottenere un composto di bel color caramello chiaro e spumoso. 
  • Ingloba a filo sempre montando, l'olio di semi in cui avrai mescolato la pasta di nocciole e continua a montare per 1 minuto dopo averlo inserito tutto. 
  • Togli la ciotola dalla planetaria e comincia ad aggiungere un terzo della farina aiutandoti con una spatola di silicone, intervallandolo con metà del latte di nocciole. Continua così alternando gli ingredienti e finendo con la farina. 
  • Aggiungi adesso metà delle nocciole e due terzi dei mirtilli ed incorpora delicatamente con la spatola. 
  • Versa il composto in uno stampo da plum cake della capienza indicata, foderato con carta da forno e fai cuocere per c.ca 40 minuti. Fai la prova stecchino che deve uscire pulito ed asciutto. 
  • Una volta pronto, aiutandoti con la carta forno, trasferisci il plumcake su una gratella e fai raffreddare prima di servire. Si conserva a lungo morbido se coperto da una campana o pellicola. 




mercoledì 27 novembre 2019

Roll di tacchino ripieno per Starbooks

If I only had a heart - Il Mago di Oz 
Ultima ricetta del mese del Starbooks.
Se per Natale non avete la possibilità di preparare il tradizionale tacchino ripieno, questa versione mignon è l'idea perfetta. Veloce, semplice e anche molto carina nel piatto.
Per leggere la ricetta e le note, vi lascio il link alla pagina ufficiale del post di Starbooks , dove troverete i dettagli.
Nel frattempo, buona giornata. 

venerdì 22 novembre 2019

Stollen per Starbooks

Wonderful wonderful day - Sette spose per sette fratelli
Nuova ricetta Starbooks sulla scia del libro Happy Christmas di Delia Smith.
Un tradizionalissimo Stollen nella sua versione con farcitura di marzapane e tanta frutta come piace ai popoli nordici dalla Germania al Trentino Alto Adige.
Se siete appassionati di questo genere di dolce, potrete leggere la ricetta sul post ufficiale di Starbooks.
E siccome è venerdì, un buon week end a tutti, amici.

martedì 19 novembre 2019

Filetto in Crosta per Starbooks

Blue Velvet - Isabella Rossellini 
Dal bellissimo " Happy Christmas"di Delia Smith, con la banda Starbooks stiamo testando numerose ricette in grado di intrigare chiunque decida di sfogliare quel libro.
Certamente non un volume di primo pelo visto che la pubblicazione risale esattamente a 10 anni.
Eppure resta un libro "nuovissimo" per chiunque ami approcciare ricette internazionali con cui contaminare il proprio menù di Natale.
Il libro è pieno di consigli sull'organizzazione della dispensa, delle preparazioni anticipate, di quelle dell'ultimo minuto e dei regalini commestibili che tanto ci piacciono.
Una vera e propria guida al miglior Natale da portare in tavola.
La ricetta che propongo oggi è stata un mio desiderio proibito per lungo tempo, fino a che non ho deciso di prendere il coraggio a due mani e buttarmi nell'impresa: il filetto in crosta, in una versione "semplificata" del famosissimo Wellington.
La ricetta e tutte le dritte per prepararlo al meglio, solo su Starbooks.
E scoprirete se mi è piaciuto ;)
Buona giornata amici.




martedì 29 ottobre 2019

Pane con noci e fichi: la mia estate indiana.

Indian Summer - Stereophonics 
Oggi per me sarà una giornata molto lunga, quasi infinita.
Levataccia all'alba, viaggio fino all'aeroporto di Firenze da cui partirò verso le nove con scalo in Svizzera, per arrivare a destinazione dopo un totale di quasi 15 ore.
A destinazione mi aspetta immediatamente la registrazione all'evento di lavoro per cui sto viaggiando (saranno le 8 di sera - ovvero le nostre 2 di notte) ed avrò assunto la conformazione fisica di uno di quegli animaletti con gli occhi fuori dalle orbite e le spalle incassate.
Il giorno successivo, 14 ore di evento e forse la speranza di sopravvivere al Jet Leg ed arrivare al 31 ottobre ancora viva.
Passerò Halloween a NY, il che ancora non mi è molto chiaro, anzi mi procura non poca ansia visto che ogni amico americano che ho incontrato in questi giorni mi ha prospettato il delirio.
In ogni caso tornare nella "città che non dorme mai" dopo neanche 5 mesi, mi crea tantissima eccitazione e stavolta avrò il tempo di visitarla con maggiore calma e soprattutto dedicarmi del tempo per i miei interessi.
Il mio viaggio coincide con quella che gli americani chiamano "Indian Summer", quel breve periodo notoriamente caldo e soleggiato che si verifica i primi giorni di Novembre, e che assomiglia molto alla nostra Estate di S. Martino.
Immagino già il foliage con colori infiammati di Central Park a contrasto del cielo azzurro.
A volte non credo di rendermi pienamente conto della fortuna che ho nel fare un lavoro come il mio:  cercherò di darmi dei pizzicotti ogni tanto.
L'unica cosa che mi procura un moto di tristezza, è non poter condividere certe esperienze con la mia famiglia: viaggiare con loro è sempre molto più divertente ed avventuroso e so già che mi mancheranno da matti quando mi emozionerò di fronte a qualche meraviglioso scorcio autunnale.
Avevo voglia di un pane rustico, perfetto da mangiare da solo ma soprattutto pronto da poter tostare ed accompagnare con del paté o formaggi erborinati e confetture.
Avevo assaggiato qualche tempo fa un pane con noci e fichi, ma la loro presenza non era assolutamente invasiva. Si percepivano entrambi con delicatezza ed aiutavano qualsiasi farcitura, che fosse dolce o salata.
Tagliato a fette spesse e tostato era la fine del mondo, così ho pensato di lavorarci sopra e cercare di ottenere un risultato che fosse anche lontanamente simile a quella meraviglia.
Confesso che non è simile come mi aspettavo, ma davvero buonissimo e se tenuto dentro un sacchetto di carta avvolto da una busta di plastica, resta morbido per giorni.
Ingredienti per 2 stampi da pane in cassetta da 1 litro
250 g di farina di farro
100 g di farina forte w 330
150 g di noci tostate + 80 g
150 ml di latte
80 ml di olio extra vergine Chianti Dop
50 ml di acqua
50 g di semi di girasole
80 g di fichi secchi
12 g di lievito di birra
un cucchiaino di malto d'orzo
10 g di sale
  • Mettete a mollo i fichi in acqua calda per almeno 1 ora 
  • Tritate con un mixer pulse, i 150 g di noci fino a ridurle a farina. Cercate di non scaldare la frutta secca per non far uscire l'olio essenziale. 
  • In una planetaria, miscelate tutte le farine. In una ciotola, sciogliete il lievito nel latte tiepido ed il malto, ed attendete che il lievito si attivi con la famosa schiumina. 
  • Formate una fontana nella ciotola della planetaria e versatevi al centro il latte con il lievito, l'acqua a temperatura ambiente, l'olio extravergine. Cominciate ad impastare con il gancio a velocità media e non appena la farina avrà incorporato i liquidi, aggiungete il sale e continuate ad impastare per c.ca 10 minuti, fino a che l'impasto non sarà incordato e la ciotola lucida sui lati.
  • Togliete l'impasto dalla ciotola e mettetelo su una spianatoia. Allargatelo con le mani ed aggiungete 2/3 dei semi di girasole, le restanti noci tritate grossolanamente al coltello, ed i fichi ben strizzati e tagliati a fettine sottili quindi tritate grossolanamente. 
  • Impastate incorporando il tutto, con la tecnica dello stretch and fold, per almeno 5 minuti.
  • Mettetelo in una larga ciotola oleata e fate lievitare in un luogo tiepido (anche dentro il forno con la lucina accesa) coperto con la pellicola per almeno 1h30 
  • Una volta raddoppiato l'impasto, dividetelo in due pani e sistematelo negli stampi foderati con carta da forno e fate lievitare nuovamente per almeno 1 h. 
  • Terminata la seconda lievitazione, spennellate la superficie con olio extravergine e cospargete il tutto con i semi di girasole. 
  • Accendete il forno a 200° 
  • Fate cuocere per 10 minuti quindi abbassate la temperatura a 190° e continuate per altri 20/25 minuti. Se vedete che la superficie tende a scurirsi, coprite con alluminio. Togliete quando avrete un bel colore dorato e battendolo sulla superficie, suonerà vuoto. 
  • Togliete dagli stampi e fate raffreddare su una gratella. 

giovedì 17 ottobre 2019

Pollo alle prugne e melagrana.

Il nuovo libro Starbooks del mese di Ottobre è "From the oven to the Table" della nostra amata Diana Henry.
Già al titolo capite bene che nessuna delle ricette proposte può prescindere dall'utilizzo del forno, ma ognuna di queste ha un livello di difficoltà nella realizzazione molto basso, quindi estremamente appetibile per chiunque.
Inoltre l'autrice ha una particolare passione per la carne di pollo (un'indiscutibile affinità con la sottoscritta), per cui troverete molte ricette con questo volatile.
Per voi ho scelto un pollo alle prugne e melagrana, assolutamente spettacolare, ma per scoprire la ricetta, dovrete andare a leggere sul post ufficiale di Starbooks
Buon giornata amici.


lunedì 30 settembre 2019

NY Pretzel: chiedi chi erano i Beatles

A day in the life - The Beatles 
Più di una volta su queste pagine, ho dichiarato il mio amore per il cinema.
Il cinema quando è bello, è in grado di farti sognare e soprattutto, mettere in moto i pensieri e le emozioni.
Non serve che sia un grande film.
Basta l'idea ed una scrittura abile, quello che ho trovato in un piccolo film di Danny Boyle che ho visto questo week end: Yesterday.
Che io sia una "ragazza" Beatles non è un segreto. Molti dei post in questo blog hanno una canzone dei Fab Four come colonna sonora.
La mia play list è un viaggio di devozione nella loro musica e scusate se mi lancio in una affermazione assolutista: nessuno come loro!
Tornando al film che è soprattutto e certamente un omaggio alla grandezza di questa band immortale, la trama è breve: per qualche misteriosissima ragione, il protagonista si risveglia dopo un incidente che avrebbe potuto ucciderlo, e scopre suo malgrado, che nessuno nel mondo sa chi siano i Beatles.
E non si tratta di una amnesia globale.
No: i nostri eroi John, Paul, George e Ringo non sono mai esistiti come Beatles.
La loro musica non è mai nata e loro sono persone normalissime che non hanno lasciato alcun segno nel mondo (non vi sentite male al pensiero?).
Tranne per il protagonista, un musicista spiantato che approfitta della situazione spacciando come proprie le loro canzoni.
E che, come volevasi dimostrare (e come sostengo io ogni giorno), sono eternamente fresche e attuali e immensamente belle da avere un subitaneo successo planetario.
Ma la promessa di ricchezza e fama non consolano il protagonista dalla consapevolezza della perdita. Così come per tutto il film è forte il senso di nostalgia e smarrimento del giovane musicista (ma anche di chi guarda).
Il suo rispetto per i capolavori dei Beatles lo porteranno ad un gesto inaspettato e qui mi fermo perché potrete scoprirlo andando a vedere il film.
Quello che invece mi ho molto apprezzato è l'idea.
Tutti sappiamo come ognuno di noi, nel proprio piccolo, sia in qualche modo un elemento che "modifica" il destino di molte altre persone.
Gli artisti, il talento, la genialità quando è espressa al massimo della propria potenza può segnare solchi così profondi nella storia dell'umanità in grado di guidarne la strada e modificarla per sempre.
Danny Boyle usa la sua band del cuore per fare questo gioco di "sottrazione", ma potremmo fare lo stesso usando un Leonardo Da Vinci, un Michelangelo, un Mozart...Cosa sarebbe la nostra vita oggi, senza di loro?
Vi ricorda qualcosa?
A suo tempo, Troisi e Benigni ebbero un'idea simile per il loro film più bello: boicottare la scoperta dell'America e sedurre una ragazza con una canzone.
Guarda caso, quella canzone si chiamava Yesterday.
La ricetta di oggi è un rientro nel mondo dei lievitati che amo tanto.
Avrei voluto scrivere un post diverso, parlarvi di NY dove sono stata non tanto tempo fa e dove tornerò a breve, ma ho circa un trilione di foto da aggiustare e talmente tanto da dire che non ne ho avuto il coraggio.
I NY pretzel di Gellatly sono lievemente diversi da quelli originali che troviamo nei baracchini ovunque in città e lungo Central Park.
Sono più "panosi", fragranti all'esterno e morbidi all'interno, con quel quid piccantino che ti spinge ad inzupparli in una salsa o farcirli con del buon formaggio o salume.
La procedura di lucidatura è diversa da i pani o pretzel tirolesi o bavaresi. L'acqua non contiene bicarbonato quindi non si ottiene quel colore bronzo lucido tipico di questo procedimento.
Qui la bollitura prevede la presenza di zucchero ed il colore che otterrete non è più intenso di quello che vedete in foto. Ma garantisco per la bontà.

Ingredienti per 8/9 pezzi
12 g di lievito di birra fresco
45 g di olio extravergine d'oliva
4 belle cucchiaiate di salsa piccante tipo Tabasco
455 acqua fredda
750 g di farina forte (io ho usato una Petra per pane e lievitati)
14 g di sale fino
olio per ungere
60 g di zucchero semolato (si può sostituire con il miele piacendo)
albume sbattuto per lucidare
fiocchi di sale (io Maldon)
  • In una larga ciotola sciogliere il lievito, l'olio e la salsa piccante nell'acqua. Aggiungete la farina ed il sale e con un cucchiaio di legno, mescolate fino a che gli ingredienti non siano combinati e stiano insieme.
  • Versate il tutto su una spianatoia e lavorate l'impasto con il metodo "stretch and fold", ovvero stirate con la destra l'impasto davanti a voi e riavvolgetelo su se stesso continuando così per almeno 8 minuti, per fare in modo che il glutine si attivi adeguatamente. A quel punto date all'impasto la forma di una palla e mettetelo in una ciotola oleata. Coprite con pellicola e lasciate lievitare almeno 1 ora in luogo tiepido. 
  • Tagliate l'impasto in 8 o 9 pezzi di c.ca 140 g ciascuno, pirlateli dando loro la forma di una pallina e copriteli disponeteli sulla spianatoia leggermente infarinata coprendoli con un panno pulito, a riposare per almeno 5 minuti.
  • Riscaldate il forno a 240° e preparate 2 teglie con carta da forno leggermente oleata. 
  • Adesso rotolate le palline per ottenere dei cordoncini lunghi almeno 70 cm e date loro la forma classica del Pretzel (v. in foto). Sistemateli sun una teglia infarinata coprendoli con un canovaccio pulito, e lasciateli riposare altri 5 minuti. 
  • Mentre i pretzel riposano, fate bollire 4 litri d'acqua in una larga pentola a fondo spesso. Quando bolle, buttate lo zucchero, attendete un attimo che si sciolga e riducete la fiamma in modo da potare l'acqua a sobbollire dolcemente. 
  • Con delicatezza sollevate due o 3 pretzel alla volta e immergeteli nell'acqua. Mettetene pochi alla volta per poter agire con maggiore tranquillità. Fate sobbollire i pretzel c.ca 10 secondi per lato quindi scolateli con una schiumarola e sistemateli distanziati, sulle due teglie. 
  • Sbattete l'albume con una forchetta e spennellatelo con cura sui pretzel poi cospargete il sale in fiocchi generosamente. 
  • Fate cuocere per 14/15 minuti fino a che non saranno color nocciola dorata. Toglieteli dal forno e fateli raffreddare su una griglia. 
  • Serviteli con salumi, formaggi e della buona senape davanti ad un bel film con NY protagonista! 

venerdì 20 settembre 2019

Crema di porri e sedano rapa con Za'atar

Don't let me down - Across the Universe versione - The Beatles
C'era una volta lo Za'atar: non era un bandito che rapinava grassi signori per donare il bottino a gentil donzelle in pericolo, e neanche un navigatore dei 7 mari sempre pronto al richiamo delle sirene.
Non era per altro, una terra lontana coperta di alberi rigogliosi perennemente in fiore, un profumo dolce nell'aria misto al salmastro, tavole imbandite di frutta tropicale più deliziosa del miele.
Niente di tutto questo.
Lo Za'atar era una spezia magica, sconosciuta agli uomini del nord del mondo.
Ma un giorno, uno chef fantasioso della Città Santa, decise che non poteva più tenere per se questo segreto e cominciò a mettere lo Za'atar su pane, pasta e carne e tutti sentirono che era cosa buona e santa.
Allora molti lo imitarono e lo misero anche sulle minestre e se volete sapere come va a finire la storia, andatevi a leggere la ricetta su Starbooks! 
E buona giornata.


giovedì 12 settembre 2019

Melanzane ripiene alla casereccia

Shake Shake Shake Senora - Harry Belafonte
Il primo vero ricordo che ho delle melanzane ripiene è legato al mio primo viaggio in Molise.
La "vacanza" a casa dei suoceri a conoscere la nonna del mio allora fidanzato (ed oggi marito), in una terra di cui avevo sentito a malapena parlare.
Nonna Angela era una donna piccola, alta poco più di un metro, silenziosa, segnata dall'asma e da una vita di sacrifici, con una testina bianca coronata da una crocchia intrecciata.
Non credo di averla mai vista indossare qualcosa che non fosse nero, ma il suo lutto non era una formalità, piuttosto il modo per ricordare quotidianamente i suoi morti.
Il primo incontro con lei fu complicato: io ero intimidita, lei parlava solo in dialetto, con un fil di voce.
Negli anni che è stata in vita, credo di non avere mai capito fino in fondo quello che stesse dicendomi.
Il mio sguardo implorante passava dalla sua bocca al viso di mio marito con la speranza di poter essere aiutata nella comprensione, ma l'unica cosa che era chiarissima a tutti, erano i suoi piatti.
Nonna Angela era una donna pragmatica: la prima frase che mi disse fu:"che vu' magna'?"
Seguita poi, ogni volta che c'era occasione (quindi sempre) da un:"e magna ma' ".
La sua cucina onesta e saporita, raggiungeva l'apice con la lasagna bianca in brodo in inverno e con melanzane ripiene d'estate, di cui ricordo ancora il sapore e che, nonostante gli sforzi, mia suocera non riesce ad eguagliare.
Erano melanzane piccole e ovali che da noi non si trovano.
Lei le svuotava completamente, con una maestria tale da lasciare la buccia talmente sottile da sembrare un velo.
Le riempiva fino all'orlo della propria polpa insaporita dal pane e da chissà quali delizie (ed una buona quantità di aglio tagliato a pezzetti),  le legava con un filo sottile affinché il ripieno non uscisse e le cuoceva a lungo, dolcemente nel pomodoro.
L'intingolo che ne restava era in grado di farti sterminare un intero filone di pane fresco senza rendertene conto, mentre le melanzane, perfettamente integre, erano tenere e fondenti, una delizia da stato di grazia.
Non ho neanche mai provato a pensare di riprodurle, la trovo una sfida impossibile.
Ma se ho imparato ad amare la melanzana,  è certamente grazie a lei ed alla sua cucina.
Ancora per poco potremo trovare quest'ortaggio principe della cucina estiva e prima di poter rassegnarsi alla rinuncia, facciamo scorta nelle nostre papille gustative.
Una ricetta alternativa potrete trovarla sempre su questo blog, questa volta preparata con melanzane variegate, in genere più tenere di quelle viola.
E veniamo alla ricetta: ingredienti semplici, ma eccellenti, come il caciocavallo di Agnone e dell'ottimo pane casereccio.
MELANZANE RIPIENE ALLA CASARECCIA

Ingredienti per 4 persone
4 melanzane oblunghe non troppo grandi
150 g di pane casereccio raffermo, privato della crosta
100 g di prosciutto arrosto in una sola fetta
100 g di caciocavallo di Agnone grattugiato
100 g di scamorza dolce
6/7 pomodorini secchi sotto sale
1 spicchio d’aglio
una manciata di prezzemolo
olio extravergine
sale – peperoncino in polvere
  • Accendete il forno a 190°.
  • Lavate ed asciugate le melanzane.
  • Mettete il pane raffermo ad ammollare in acqua tiepida per 10 minuti.
  • Dividetele esattamente in due parti senza privarle del picciolo. Scavatele incidendole lungo la circonferenza con uno spelucchino o un coltellino ricurvo ed aiutandovi con un cucchiaio, svuotatele della loro polpa (tenendola da parte). Fate in modo che le barchette ottenute non abbiano uno spessore superiore ai 3- 4 mm, perché uno spessore troppo grande richiede tempi di cottura molto lunghi. Inoltre fate attenzione a non bucare la pelle durante lo svuotamento.
  • In una larga padella fate rosolare lo spicchio d’aglio con 3 cucchiai di extravergine ed i pomodorini sotto sale ridotti a filetti (che avrete dissalato passandoli sotto acqua corrente), quindi aggiungete la polpa della melanzana che avrete sminuzzato grossolanamente al coltello. Fatela insaporire bene mescolando e lasciate cuocere per 10/15 minuti fino ad ottenere una specie di purea. Aggiustate di sale (non dovreste averne bisogno perché i pomodorini danno sapidità), aggiungete il peperoncino in maniera misurata (basta giusto un pizzico per non aggredire il ripieno), ed il prezzemolo precedentemente tritato. Tenete da parte mentre strizzate bene e sbriciolate il pane in una ciotola.
  • Aggiungete il prosciutto arrosto tagliato a dadini piccoli, il caciocavallo grattugiato (tenete da parte una manciata per rifinire), la scamorza sminuzzata grossolanamente e per finire la polpa di melanzana e mescolate tutto con cura.
  • Riempite le barchette di melanzana con il composto,  sistematele su una teglia coperta di carta da forno; rifinite con il formaggio grattugiato quindi condite con un filo d’olio ed infornate coprendo le melanzane con un foglio di alluminio per il primi 45 minuti.
  • Passato questo tempo, eliminate il foglio e continuate la cottura fino quando tutto sia perfettamente gratinato e dorato e le melanzane ben morbide.
  • Servite immediatamente.

lunedì 9 settembre 2019

Torta di prugne con Armagnac e noci: se solo me ne fregasse qualcosa.

Lady don't mind - Talking Heads
Ok, per pubblicare questa ricetta ci ho messo esattamente due anni.
La ragione non è né la mancanza di tempo, né la qualità della ricetta che se devo pronunciarmi, è assolutamente strepitosa.
Il problema è un altro, di cui mi imbarazzo solo a confessarlo - ma adesso lo faccio - con un impeto di liberatorio menefreghismo: il problema sono le foto.
Non mi sono piaciute e non mi piacciono tutt'ora. 
Sono mal fatte, piene di errori a partire dall'esposizione, il fuoco e la nitidezza ed una lista lunga che non starò qui ad elencare per rispetto alla vostra intelligenza. 
Questo per farvi capire come 'sta faccenda delle foto abbia e stia condizionando buona parte del mio impegno nei confronti del blog.
Perché se da una parte scrivere non mi mette fatica, non mi crea ansia né tensione, fotografare si, tantissimo. 
Intendiamoci: amo la fotografia, follemente. 
Ma fotografare il cibo è un'altra cosa. 
Tanto sono rilassata e giocosa quando scatto in viaggio e con gli amici, tanto sono schizofrenica e incazzosa quando fotografo il cibo. 
Mi stanco dopo dieci minuti. 
Tutto sto togli e metti, e sposta e gira perché la luce cambia, e scherma e alza, e pulisci perché il pannello è piombato sul piatto, e ricomponi il piatto perché il pannello ha spatasciato la fetta, e li mortacci de sto treppiede dove inciampo quaranta volte al minuto....
Uccidetemi.
Scarico sul computer la fatica del mio lavoro e 90 volte su 100 non ce n'è una che mi piaccia seriamente. 
Al che, ho in archivio una quantità di ricette meravigliose e buonissime che mai vedranno la luce su questo blog. 
Perché stavolta allora ho pubblicato? 
Semplicemente per cogliere l'occasione di sdoganare la mia insofferenza al dover produrre foto belle per attirare l'attenzione qui sopra,  così da farvi scattare la voglia di cucinare, per rispetto di chi legge o guarda o semplicemente cerca una buona ricetta ben presentata. 
Non è quello che tutti dicono? Nel foodblogging quello che più conta è una bella foto. 
Ecco, se solo me ne fregasse qualcosa. 

E' tempo di prugne quindi quale migliore occasione di provare un dolce davvero speciale?
Prima che decidiate di buttarvi nella preparazione di questa torta, alcune piccole raccomandazioni:
- Le prugne: devono essere preparate un giorno prima affinché assorbano l'aroma del liquore. Lasciatele in ammollo tutta la notte e sarà perfetto.
- Il dolce è fantastico servito tiepido e lo stesso giorno che lo preparate. Dura tranquillamente fino a 3 giorni ma abbiate occhio di riscaldarlo un poco prima di servirlo.
- La ricetta è tratta dal libro Sweet di Ottolenghi e Helen Goh, ormai un feticcio di questo blog.

Ingredienti per uno stampo a ciambella da 23 cm di diametro

250 g di prugne denocciolate e ridotte in quarti
100 ml di Armagnac (o Brandy)
la scorza di una arancia non trattata finemente grattugiata
300 g di farina 00 setacciata
1 cucchiaino di lievito per dolci
1 cucchiaino di bicarbonato
1/2 cucchiaino di sale
200 g di burro non salato a temperatura ambiente + extra per imburrare
200 g di zucchero
1 cucchiaino di estratto di vaniglia
2 uova grandi a temperatura ambiente
230 g di panna acida (crème fraiche) tolta dal frigo 30 minuti prima di usarla
zucchero a velo per rifinire

Per il crumble di noci
40 g di light brown sugar (si può sostituire con del muscovado)
2 cucchiaini di cannella in polvere
40 noci tritate grossolanamente
un pizzico di sale
  • Mettete le prugne in una ciotola con l'Armagnac (o il brandy) e la scorza d'arancia. Coprite la ciotola con pellicola e lasciate riposare a temperatura ambiente durante la notte, mescolando un paio di volte prima di utilizzarle. 
  • Preriscaldate il forno a 200°. Imburrate lo stampo ed infarinatelo. 
  • Preparate il crumble combinando tutti gli ingredienti e tenete da parte. 
  • Setacciate la farina, il lievito e bicarbonato ed il sale in una larga ciotola e tenete da parte.
  • Montate il burro con lo zucchero con una frusta elettrica o nella planetaria fino a che non avrete un composto soffice, leggero e gonfio.  Aggiungete la vaniglia quindi le uova, una alla volta, battendo bene per incorporare ed aggiungendo la seconda solo quando la prima è ben amalgamata. Ripulite le pareti della ciotola con la spatola ad ogni aggiunta. 
  • Adesso è tempo di inserire la farina e la panna acida. Dovrete farlo in tre tempi, alternando farina e panna, cominciando e finendo con la farina, in modo che l'impasto si stabilizzi e prevenga l'effetto "cagliata"
  • Togliete la ciotola dal mixer ed aggiungete le prugne con il loro sciroppo alcolico, incorporandole delicatamente con una spatola .
  • Versate metà dell'impasto nello stampo quindi cospargete il crumble di noci e ricoprite con il rimanete. Fate cuocere per 50/55 minuti e fate la prova stecchino, che dovrà uscire ben asciutto. 
  • Fate raffreddare 10 minuti su una griglia quindi capovolgetelo sul piatto di servizio. Spolveratelo di zucchero a velo solo al momento di servire. 


giovedì 5 settembre 2019

Torta verde con zucchine trombetta: i soliti propositi.

Hello again - Nei Diamond 
Che stranezza, che emozione, che imbarazzo.
Ricominciare a scrivere sul blog dopo tanto tempo.
Mi sono chiesta se qualcuno passi ancora da queste parti o se, vista la "Vacancy" dell'amministratrice di condominio, abbia deciso di cambiare compagnia definitivamente.
Poi mi è caduto un occhio sul contatore visite ed ho avuto un tuffo al cuore leggendo dei sei milioni di visualizzazioni superate.
Non me lo so spiegare...come dice il buon vecchio Tizzi.
Sono dinamiche che non capisco e che non ho mai voluto sondare, visto che questo blog è scevro da strategie marketing, SEO e ammennicoli vari.
Male, dirà qualcuno.
E forse è così: un giorno, tanti anni fa ho anche sognato che scrivere di cibo e cucinare potesse diventare una professione investendoci tempo e tanta energia, ma per un motivo o l'altro, il primo del quale era che un lavoro vero e bellissimo io ce l'avevo già, ho fatto una scelta che con molta probabilità è stata quella giusta.
Così non so proprio perché io senta ancora il bisogno di tornare qui, di scrivere, di lanciare parole nell'etere.
Schizofrenia galoppante, probabilmente.
Anzi, dirò di più: faccio progetti di ammodernamento della casa (questa), penso a ricette che vorrei condividere e a cose che vorrei raccontare, insomma ho ancora voglia di confrontarmi con questo spazio volatile che è il web.
Il problema come sempre, resta uno: il tempo da dedicargli.
Che essendo pochissimo, viene oggi distribuito tra famiglia e qualche altra passioncina che al momento non ho voglia di trascurare.
Nove anni fa, quando ho avuto la malsana idea di buttarmi in questa avventura, avevo 9 anni in meno, più energia e meno saggezza.
Vediamo se riuscirò a non lasciar morire d'inedia il mio povero Andante con gusto.
Al momento ci sono quasi riuscita.
La torta verde.
Non è un nome a caso: fa parte della tradizione delle torte salate liguri e primariamente deve il suo nome al ripieno originario, che è in genere di erbette di stagione.
Ma la mia amica Fausta, me l'ha fatta assaggiare la prima volta a casa sua con il ripieno di queste zucchinette strepitose, così buone e delicate da poter essere mangiate crude condite semplicemente con olio e sale.
Lei le aveva messe nella torta che abbiamo mangiato per cena, ancora leggermente tiepida di forno: una vera poesia. Ricordo di avere fatto un paio di bis, sia mai che non capisse che mi piaceva.
Così quando il consorte è tornato dalla Liguria con un cartoccio di questi serpenti verdini, il desiderio immediato è stato quello di replicare la ricetta di Fausta, con un pensiero speciale a questa amica che il Blog mi ha regalato fin dal primo momento e che tengo stretta nel mio cuore.
D'altronde Fausta mi ha insegnato un'altra ricetta a cui sono affezionatissima, ed è la Stroscia, anche questa legata al suo territorio ed uno dei dolci più buoni e semplici che si possano assaggiare, per lo meno secondo i miei gusti.
Nella torta verde ho aggiunto un poco di ricotta come variante personale, ma non è assolutamente necessaria, perché il ripieno di sole verdure è già comunque buonissimo.
Vi invito a provarla: si può anche congelare e gustare più avanti per riportare un po' d'estate nel piatto.

Ingredienti per 6/8 persone
Per la sfoglia
220 g di farina 0
3 cucchiai d'olio extravergine Riviera Ligure Dop
1 cucchiaino raso di sale
110 g di acqua (da valutare quanto ne assorbirà la vostra farina - il composto deve essere malleabile ma non molle).

Per il ripieno 
800 g di zucchine trombetta tagliate a rondelle
1 cipolla bionda media
4 uova
40 g di parmigiano grattugiato
40 g di pecorino toscano grattugiato
200 g di ricotta fresca
30 g di riso crudo (potete usare l'Originario o il Roma o quello che avete)
maggiorana, o basilico o prezzemolo o l'erba aromatica che più amate.
Olio extravergine e sale qb
Sale Maldon in fiocchi per rifinire
  • Preparate la sfoglia: su una spianatoia impastate gli ingredienti aggiungendo l'acqua poco alla volta in modo da ottenere una pasta morbida ma non appiccicosa. Formate una palla, metttetela in una ciotola oleata, coprite con pellicola e lasciatela riposare mentre preparate il ripieno 
  • Tritate la cipolla finemente e fatela passire dolcemente in una larga padella con 3 cucchiai di olio extravergine. Quando sarà trasparente e morbida, aggiungete le zucchine, alzate leggermente la fiamma e cuocetele mescolandole bene per insaporirle, fino a che non saranno belle trifolate e dorate. Aggiustate di sale e mettete da parte.
  • In una grande ciotola versate le uova e sbattetele, aggiungete i formaggi, la ricotta, le zucchine le erbe aromatiche ed il riso (non abbiate paura, si cuocerà durante il passaggio in forno assorbendo l'umidità eccessiva) e mescolate bene tutto 
  • Una volta pronto il ripieno, stendete la sfoglia. Dovrete dividerla in tre parti uguali e su una spianatoia leggermente infarinata, cominciate a tirarla sottilmente. Io dopo una prima stesa, procedo con le mani, come si fa con la pasta matta per lo strudel, allargando con delicatezza la sfoglia sul dorso delle mani, dal centro verso i bordi. Bisognerà insistere un po' più sui bordi che sono la parte che resta notoriamente più spessa.  Adagiate la prima sfoglia in una teglia oleata da pizza e fate in modo che la sfoglia sbordi di qualche centimetro. Spennellatela con olio extravergine quindi sovrapponetevi la seconda sfoglia che avrete steso come la precedente. Questa non dovrà fuoriuscire quindi ritagliate il bordo in modo che quest'ultima sia grande quando la teglia. 
  • Riempite il guscio con il ripieno e stendetelo bene. Coprite il ripieno con il resto della sfoglia: vedrete che ne avanzerà di più di quanta ve ne serva per una sola sfoglia. Potrete sicuramente ricavare un altro paio di sfoglie sottili. Non preoccupatevi se saranno irregolari, la prima può anche solo coprire il ripieno mentre la seconda dovrà avere dei margini leggermente più grandi per poter essere sigillata con quella della base. L'importante è che, come quando si usa la pasta fillo, tra le due sfoglie ci sia sempre una spennellatina di olio. 
  • Adesso chiudete il guscio, unendo i bordi delle due sfoglie e sigillandole formando un cordoncino arrotolato su se stesso. Se il bordo è tanto, regolatelo voi tagliandolo con le forbici. Il cordoncino non dovrà essere troppo spesso, altrimenti la cottura risulterà non uniforme. 
  • Spennellate finalmente con altro olio extravergine e cospargete con fiocchi di sale. Con la punta delle forbici effettuate dei piccoli tagli in superficie, qui e là per far fuoriuscire il vapore in cottura. 
  • Cuocete in forno preriscaldato a 180° per 30/45 minuti, fino a che la superficie non sia ben dorata e gonfia. Servite tiepida ma anche a temperatura ambiente. Perfetta per un antipasto ma anche come un gustoso piatto unico. 


giovedì 11 luglio 2019

VAMOS A LA PIADA: Piadina con melone, primo sale e mousse di finocchiona

Vamos a la playa
Dico.
Non ce la si può fare.
Un cristiano normale non può stare tutto il giorno davanti ad un computer che naturalmente sviluppa un discreto calore, lavorando in cucina perché unico spazio disponibile in casa, senza aria condizionata ed un'esposizione al sole dalle h. 12.00 alle 19.00, tapparelle abbassate per illudersi che possano sbarrare il passaggio dei raggi solari...Dio, guardandomi da fuori mi pare d'essere metà Quasimodo e metà Caronte, un Quasimonte insomma (bestia mitologica metà agente di viaggio, metà donna rincoglionita dai colpi di calore). 
Ci si mette anche la menopausa, quella poi, te la raccomando.
In certi momenti, emano più calore io della mia macchina quando apro la portiera alle quattro del pomeriggio.
Mi strapperei la pelle di dosso.
Ci sono giorni che mi dimentico anche di mangiare.
Non ce la si fa.
Ma chi ha fame con questo alito di drago che ti sfiora la noce del collo?
Per disperazione, ieri sera mi sono mangiata un melone gelato di frigo con il cucchiaio da minestra: una scena penosa, un cercopiteco era più aggraziato di me.
Arrivo alla sera distrutta pensando che un tempo, forse mille anni fa, amavo l'estate.
Adesso l'estate mi piace solo al tramonto.
E quando ricomincerò a dire che fa un freddo porco.
E' già, ultimamente riempiamo le nostre conversazioni parlando del tempo.
Dovremmo capirne la ragione, se dipende dal nostro interlocutore o dal fatto che non abbiamo più niente da dire. Il che sarebbe molto triste.
Così torno a parlare di cibo, di qualcosa che ci salva dalla depressione spinta per una fantasia uccisa dal solleone.
Oggi, nella Giornata Nazionale della Piada o Piadina celebrata dal Calendario del Cibo Italiano , troverete in rete decine di ricette di cui la protagonista è proprio lei, la meravigliosa Piadina, in un festival di farciture e interpretazioni estreme.
Questo grazie alla generosità di un'azienda artigianale della riviera romagnola, che dal piccolo chiosco lungo mare, è passata alla produzione su grandi numeri, mantenendo inalterata la logica del prodotto della tradizione, utilizzando grani locali e antichi, prodotti rigorosamente territoriali come il Sale di Cervia e innovando il prodotto con l'inserimento di ingredienti selezionati come l'olio extravergine che caratterizza alcune delle piade in commercio. Non ultimo, la presenza del lievito madre della casa, presente in tutte le piade dell'azienda.
Parlo di Fresco Piada, l'azienda che oggi partecipa con il Calendario, al Flash Mob dedicato ad uno degli street food più amati nel mondo.
Vi invito a visitare il suo sito, perché è il bellissimo racconto di come si possa ancora fare prodotti artigianali con strumenti avanzati, utilizzando materie prime d'eccellenza e del territorio, mantenendo la presenza dell'artigiano e la sua manualità, protagonista di tutto il processo produttivo, ottenendo un grande prodotto distribuito freschissimo e senza l'uso di conservanti.
La selezione delle piade Fresco Piada è davvero incredibile: io ho avuto l'imbarazzo della scelta ma per provarla ho cominciato con La Ritrovata con Lievito madre e Sale di Cervia, realizzata proprio come ancora si fa nei piccoli chioschi della riviera, con la presenza del lievito naturale che garantisce una morbidezza e fragranza della piada per lungo tempo.
Ovviamente considero questa mia proposta, una non ricetta, realizzabile in un attimo una volta reperiti gli ingredienti.
Assolutamente estiva, fresca ma appetitosa, per me che amo il melone e i salumi della mia terra, ho sostituito il solito prosciutto che ben si sposa al melone, con una mousse di finocchiona, per avere un elemento cremoso nel ripieno.
La mia è una semplice piadina con Melone, Primo Sale e Mousse di Finocchiona.
L'unica cosa che dovrete preparare è la mousse. Utilizzate la stessa quantità di ricotta freschissima privata del suo siero per lo stesso peso di finocchiona. Frullate il tutto.
Tagliate a fettine sottilissime il melone dopo averlo privato della buccia così come il primo sale.
Scaldate bene la piada come insegnano nel sito di Fresco Piada quindi farcite: mousse, primo sale a fettine, un filo d'olio e pepe nero e per finire il melone.
Servite subito e GNAM!

mercoledì 19 giugno 2019

Il Galatoboureko ed il sapore di Cipro

I have a dream - Abba 
Con l'arrivo di Giugno, si comincia a sognare il prossimo viaggio.
Pur non essendo un'amante del mare come vacanza, specialmente quando si hanno le ferie a ferragosto, sono però profondamente innamorata del mare come luogo dell'anima ed un piccolo sogno che spero di poter esaudire è visitare Cipro, grande isola che segna il confine tra Oriente ed Occidente e che fa sognare soltanto pronunciandone il nome.
Il libro Starbooks del mese di giugno è un omaggio a quest'isola, attraverso la sua cucina. Georgina Hayden ci racconta della sua infanzia osservando le mani della nonna materna cucinare piatti meravigliosi.
Io ho scelto di provare un Galatoboureko, o letteralmente "dolce di crema" in cui la pasta fillo arrotolata come piccoli sigari, richiude un cuore di crema profumata.
La ricetta dettagliata è sul post di oggi  che vi invito a leggere, perché è pura poesia.
Buona estate amici.



martedì 11 giugno 2019

Faraona bardata con patate novelle: lo ZEN e la maleducazione.

Coming around again - Carly Simon
La mattina di un sabato di giugno.
Sola, in agenzia.
So già che non passerà nessuno: qui tutti hanno già cominciato ad andare al mare quindi potrò lavorare nella totale tranquillità.
Metto la mia musica preferita in lieve sottofondo e predispongo l'animo ad uno zen rilassato e sorridente.
Sono le dieci ed una giovane coppia simpatica si affaccia alla porta: devono firmare delle carte per dei visti. Li faccio accomodare, ma ricontrollando i documenti, mi accorgo che c'è un piccolo errore e mi accingo a correggere.
In quello stesso istante arrivano una signora over 70 e quello che deve essere il figlio, un quarantenne col borsello che comincia a girare nervoso alle spalle dei ragazzi, con fare scocciato.
Io chiedo con gentilezza di cosa hanno bisogno e mi sento rispondere che devono solo lasciare la quota regalo per una lista di nozze.
Guardo i ragazzi di fronte a me chiedendo il loro permesso per servire velocemente queste persone e loro acconsentono sorridendo.
Il mio spirito zen comincia a subire dei contraccolpi.
Il quarantenne col borsello, con il tono di chi "finalmentehaicapitochedeviservireprimanoi" esordisce: "Ecco, bene, così si fa tutti prima", in un senese sguaiato.
Io guardo stranita i ragazzi, loro guardano me complici e tratteniamo a stento una risata (tutti prima chi?).
Mentre sto per stampare la ricevuta del pagamento, divento protagonista di un siparietto che lascia a bocca aperta i clienti seduti vicino a me:
" E dove lo farebbero questo viaggio di nozze?" - si lancia sguaiato il ragazzone vintage.
"Vanno in Giappone! Un tour davvero meraviglioso" - rispondo entusiasta per la scelta dei clienti.
L'entusiasmo dura il tempo di un attimo, spianato dalla risposta del tipo che con "Ma che c'è bisogno di andà in Giappone co' tutte le belle hose da vede' che abbiamo in Italia? Io mi domando e diho".
Evito di iperventilare, stendo le braccia lungo i fianchi, prendo un lungo respiro ripristinando il sorriso e rispondo serena: "Sa, il viaggio di nozze è un viaggio per la vita. A meno che non decida di sposarsi 6 o 7 volte, cosa che lei avrà la fortuna di non sperimentare, fare un grande viaggio una volta nella vita, è diritto sacrosanto di chi lo decide."
"Sarà, ma pe' me è una spesa inutile" e lancia un'occhiata tronfia alla madre che lo fissa silenziosa.
Mi verrebbe da ricordargli che se non ci ha fatto caso, si trova in una agenzia di viaggi, luogo in cui ci sono persone che lavorano per pagarsi la pagnotta e che viaggiare è ciò che da' il senso a questo lavoro, ma poi, stremata dalla maleducazione dell'ignorantone, lo saluto con "Contento lei, arrivederci e grazie".
Una volta spariti dalla mia visuale, i ragazzi del visto mi guardano e mi chiedono: "Vi fanno un vaccino per affrontare simili serpenti?"
Ridiamo tutti come matti ed il mio zen ritorna disteso dove lo avevo lasciato.
Gioie e dolori del lavoro al pubblico.
Lo sa bene chi come me incontra persone ogni giorno e non per piacere.
La maleducazione impera e la pazienza di quei pochi sopravvissuti al culto della gentilezza, è ormai talmente sfibrata da essere pronta per il macero. Amici gentili: resistete. Siamo una razza in estinzione.
Dopo quasi due mesi torno a pubblicare.
La voglia me l'ha data questa ricetta, che arriva da una bella collaborazione con la distribuzione SIMPLY ETRURIA che nella mia regione ha molti negozi.
Ho preparato la faraona per il numero Speciale Toscana del mese di giugno e gli amici della mia zona potranno leggerla lì, insieme ad un altro piatto molto speciale che pubblicherò a breve.
Per me è stata l'occasione di provare una carne che personalmente non avevo mai cucinato e che se gestita come si deve, dà grandi soddisfazioni.
Ecco qui la ricetta. Semplicissima.

Ingredienti per 4 persone
1 faraona toscana di c.ca 1,800
100 g di rigatino del chianti a fette sottili
1 lattina di birra rossa a temperatura ambiente
1 spicchio d'aglio
rametti di rosmarino, un mazzetto di salvia
1 carota,  costa di sedano, 1 piccola cipolla
Olio extravergine d'Oliva Chianti Classico Dop
Sale, pepe, qb
2 kg di patatine novelle ben lavate e con la buccia.

  • Pulite la faraona, private la pelle di eventuali residui di piume quindi riempite la cavità con rosmarino, salvia, uno spicchio d'aglio in camicia. Spennellate la pelle con olio extravergine e massaggiate tutto il volatile con sale a cui avrete aggiunto un trito finissimo di rosmarino, salvia e pepe. Una volta condita la pelle, bardate la faraona con le fettine di rigatino partendo dal petto ed arrotolandole poi sulle cosce. Legate le estremità delle cosce per non farle allargare in cotture, e fermate il rigatino con dello spago da cucina legato intorno al petto. Inserite un paio di rametti di rosmarino sotto lo spago.
  • Sistemate la faraona bardata in una teglia sufficientemente larga e cosparsa con abbondante olio extravergine. Pulite le carote, il sedano e la cipolla e tagliate il tutto a rondelle non troppo spesse e versatele nella teglia intorno alla faraona. 
  • Mettete in forno preriscaldato a 180° C statico, coperta con un foglio di allumino e date 20 minuti con il timer. Nel frattempo tagliate in due le patate novelle e sistematele in una pacca da forno oleata, che possa contenerle tutte su uno strato, sul lato del taglio, salando bene il tutto ed aggiungendo una manciata di foglie di salvia e rosmarino. Mette in forno con il pollo. 
  • Passati i primi 20 minuti, versate sulla faraona un bicchiere e mezzo di birra e salate leggermente gli odori. Proseguite la cottura senza il foglio di alluminio. Ogni 15 minuti bagnate la faraona con il fondo di cottura.
  • Girate le patate e proseguite la cottura girandole ogni 15 minuti in modo che si dorino su tutta la superficie. 
  • La durata della cottura della faraona dipende dal peso. In genere si parla di 1 h per chilo di peso ma la faraona ha carne piuttosto tenace quindi è possibile che dobbiate cuocerla più a lungo. Fate la prova cottura su una delle cosce (la parte più ostinata): bucatela con uno stuzzicadenti e se esce liquido trasparente, allora è cotta. Toglietela dalla teglia e mettetela sul piatto di portata coprendola con l'alluminio. 
  • Prendete le verdure del fondo di cottura con il liquido e frullatele con un mixer a immersione. Servite la salsa con la carne.
  • Sistemate le patate ormai dorate sul piatto di portata e servite tutto ben caldo. 


mercoledì 24 aprile 2019

Una torta salata vegetariana per i ponti di primavera: Easter egg and spring veg tart

Starry Night - Lianne La Havas 
Lo Starbooks non si ferma e dribbla tra feste e ponti di primavera.
Pare che non mi debba fermare neppure io perché continuerò a lavorare anche mentre voi, amici, starete partenza per un super ponte tra 25 aprile e 1 maggio.
Sono invidiosa, lo so!
In ogni caso, se il tempo smetterà di fare i capricci e vi darà occasione di preparare il vostro cestino per un bel pin nic magari al mare, fate un pensiero su questa meravigliosa tart vegetariana, davvero, davvero buonissima.
Invece, se resterete a casa come me, provatela lo stesso: vi sembrerà di essere in vacanza!
Una buona giornata amici. Per la ricetta non vi resta che leggere questo post. 


venerdì 12 aprile 2019

Guida di Siviglia da Azulejos a Tapas: huevos a la flamenca

Sevilla - Sevillana da Suite Espanola - Albeniz 
Sto aspettando di scrivere questo post da un secolo, esattamente dallo scorso Ottobre, dopo essere rientrata da un viaggio per lavoro in Andalusia ed essere tornata con la testa frastornata di meraviglia, come sempre mi succede quando rivedo quei luoghi.
Sarà che ormai la conosco bene; sarà che quella parte di Spagna mi riporta a momenti di pura felicità trascorsi da ragazzina in fiore con la mia famiglia.
Sarà per tutto quel sole, quella luce potente.
La bellezza di una terra piena di contraddizioni profonde a partire da quella costa ormai più simile ad un alverare che alla parola "mare" e quell'interno desertico, silenzioso ed essenziale, quasi estraniante di una rudezza che stringe il cuore.
Vi racconto i miei pensieri sparsi che vorrei spalmare su singoli post perché un viaggio di 8 giorni è già faticoso da dire, figuriamoci da scrivere.
Se deciderete di fare un long week end a Siviglia, scegliete tutto l'anno tranne l'estate.
Invece di optare per la solita Parigi, l'immarcescibile Londra, la old fashioned Praga...pensate al sud.
Siviglia è stupenda in autunno ed in inverno non fa neppure freddo.
Molti si dannano perché se non fanno tutto il giro della regione, credono che una sola città alla volta sia una perdita di tempo. Beata ignoranza.
L'Andalusia è la regione più grande di Spagna; le distanze tra una città e l'altra sono significative ed i collegamenti non sempre velocissimi, e per vederla come si deve ci vorrebbero almeno 10 giorni (e non gli 8 risicati che spesso noi agenti di viaggio dobbiamo adattare alle richieste dei più).
Siviglia in particolare, è una di quelle città in cui tornerei mille volte, perché le cose da vedere e fare sono talmente tante che un paio di notti bastano a malapena a rendersi conto di quanta meraviglia ci sia da scoprire.
Io ci sono arrivata in un pomeriggio di inizio Ottobre, con la bellezza di 31°C all'ombra.
Scendendo su Malaga, mi sono sciroppata un viaggio di oltre 2 ore per arrivarci, ma alle porte della città mi aspettava un tramonto talmente incredibile che tutta la stanchezza è svanita come il sole dietro le colline.
Vorrei cercare di raccontarvela seguendo un alfabeto lievemente zoppicante.
La mia Siviglia dall'Azulejos a las Tapas!
Ballatoi smaltati sui ponticelli di Plaza de Espana
A COME AZULEJOS: adoro questa parola!
Intanto si pronuncia "Asulehos" aspirando al H, cosa che a noi toscani riesce parecchio bene.
Così, incontrando un José o un Juan o ordinando del Jamon, non scivolerete su quella J (il cui nome è Jota) come se foste dei francesi imbarazzati, ma aspirerete ben bene e sarete rispettati dai locali.
Tornando ai nostri Azulejos, ne incontrerete tanti a Siviglia.
Piastrelle meravigliosamente decorate con motivi ornamentali di vario genere, che compaiono su facciate di edifici, porte, ballatoi, pareti e anche nella Plaza de Toros.
A Plaza de Espana ne verrete travolti ed avrete difficolta a scegliere il vostro preferito in quanto l'immensa piazza ne è interamente decorata.
Sono di origine araba, come molte delle meraviglie che contemplerete in questa città.
L'azzurro su bianco è il colore più utilizzato ma la policromia è sempre presente.
B COME BARRIO DE SANTA CRUZ: anche detto la "Juderia", ovvero il quartiere ebraico.
Un labirinto (e credetemi se lo chiamo così) di strade strette intervallate da piccole piazze, micro giardini nascosti da corti interne, Tapas bar, Boutique Hotel e negozietti che vi tenteranno ad ogni angolo.
Un luogo in cui vorrei perdermi ogni giorno.
Le strade strette sono una difesa contro il gran caldo estivo e non vi è casa che al suo ingresso non abbia una piccola corte con fontanella sempre spillante: il rumore stesso dell'acqua è qualcosa che ristora la mente e calma il cuore (quest'usanza è naturalmente araba).
Trascorrerci un'intera mattinata è inevitabile, ma tornarci, specialmente la sera, vi sembrerà necessario.
Santa Cruz ha il pregio di essere sede dei più importanti monumenti di Siviglia, dall'Alcazar de los Reyes (la dimora Reale), alla Giralda, che vedrete sbucare improvvisamente una volta lasciando il quartiere, all'Archivio de las Indias, luogo in cui si conservano i documenti di gran parte delle colonizzazioni spagnole in sud America.
Ma a mio avviso, i luoghi più romantici ed indimenticabili, sono l'incantevole Plaza Dona Elvira, circondata da alberi di arancio (che sono sparsi nei giardini di tutta la città) e panchine smaltate e l'Antico Ricon del Beso, un angolino su Calle Gloria, in cui troverete una targa perfetta da immortalare con un bacio.

C COME CATEDRAL: Vi basti sapere che la Cattedrale di Santa Maria di Siviglia è la terza più grande al mondo, dopo S. Pietro a Roma e St Paul a Londra.
Ma entrandovi, avrete realmente l'impressione che sia immensa.
Il senso di smarrimento è dietro l'angolo, quindi tenete botta, armatevi di una guida o di auricolari e state ben svegli perché di mano leste pronte ad alleggerirvi borse e zaini mentre voi cadete in deliquio come Santa Teresa, ce ne sono in abbondanza.
Contenete l'emozione, che vi garantisco ci sarà, e godetevi uno dei monumenti della cristianità più belli al mondo.
Si paga un ingresso che include anche l'accesso alla Giralda, la torre campanaria che, insieme al giardino degli aranci, è l'unica parte araba restante della grandissima moschea su cui oggi sorge la Cattedrale.
Al suo interno non perdete la Cappella Ovale ed il Monumento funebre a Cristoforo Colombo, i cui resti riposano nell' imponente sarcofago in bronzo sostenuto da 4 araldi che rappresentano le quattro corone di Spagna: Leon, Castiglia, Navarra e Aragona.
Sapevate che Cristoforo Colombo riposa qui?
D COME DOMANI: Che è quando dovrete cominciare a programmare un viaggio per venire in questa città!

E COME ESPOSIZIONE UNIVERSALE: Che c'azzecca con Siviglia, mi direte voi? Beh, se Siviglia è in parte la meravigliosa città che è oggi, è anche grazie a ben due EXPO, chiamiamoli così, che ne hanno arricchito e modificato l'architettura originaria.
La prima, del 1929, fu chiamata Esposizione Ibero-americana in quanto comprendeva quasi tutti i paesi dell'America Latina.  La seconda, più recente, solo nel 1992.
Gli incredibili "padiglioni" realizzati nella prima esposizione, sono in realtà edifici veri e propri rimasti a ricordare la grandezza del progetto e ad abbellire gran parte della Via Cristoforo Colon e il Paseo de Las Delicias.
Per riuscire a vederne la maggioranza, vi consiglio di prenotare un tour panoramico hop on-hop off in bus (a piedi è praticamente impossibile) e fermarvi tutto il tempo che volete ad ammirare i vostri preferiti.
La famosa Plaza de Espana, visitata ogni anno da migliaia di visitatori, è quello che durante questo evento, rappresentava la Spagna: un progetto ambizioso che oggi è divenuto il simbolo stesso di una città (un po' come la Torre Eiffel per Parigi).
Situato nel Parco di Maria Luisa, sarà il luogo in cui lascerete il cuore.
Il mio consiglio è di andarci di prima mattina, quando ancora non è invasa da orde di turisti orientali, o dopo le 18.00, nella luce dorata del tardo pomeriggio.
F COME FLAMENCO,  FICUS BENJAMIN E FERIA DE AVRIL: Parto dall'ultima, la Feria de Avril, che insieme alla Semana Santa è il momento in cui Siviglia mostra tutta la sua sevillanità.
Il popolo della città esce in costume tradizionale, il centro storico è costellato di migliaia di bancarelle che vendono tutto l'artigianato locale, abiti per il flamenco (los trajes de flamenca), cibo e cavalli, che sono simbolo di orgoglio locale.
Si apre la prima Corrida dell'anno e la musica, a suon di Sevillanas y Rumbas, si diffonde in ogni angolo della città.
Il miglior Flamenco si può godere nel quartiere di Triana. Diffidate dei Tablao acchiappaturisti.
Se potete, fatevi consigliare da un locale, ma in ogni caso i detentori della tradizione sono El Arenal e Los Gallos.
Ultima nota: i Ficus Benjamin. Le nostre simpatiche piante di appartamento qui hanno un'occupazione completamente diversa.
Il clima e la luce hanno dato vita a delle piante dalle dimensioni eccezionali, mastodontiche.
Se ci farete caso, potrete scoprire che l'incredibile chioma frondosa dell'albero sotto il quale è sistemato il tavolino su cui state consumando un caffè, è proprio lui, il vostro ficus che qui vive una seconda vita da supereroe.
G COME GIRALDA: Lei la torre più famosa di Siviglia, è croce e delizia di ogni visitatore.
A pianta quadrata, 104 metri per 34 rampe che vi consiglio di percorrere senza alcuna fretta, affacciandovi ad ogni finestra, è il realtà il Minareto della moschea che oggi vede al suo posto la Cattedrale.
Dalla cima la visione non è il massimo in quanto le aperture sono piccole e coperte da griglie, ma la cosa affascinante è osservare come questa cambia durante la vostra salita.
Non essendoci scale, è accessibile a tutti ma la presenza di turisti rende l'ascesa (e discesa) piuttosto impegnativa.
In ogni caso lo sforzo vale la pena.
Giardino degli aranci dalla Giralda. 
Balconi nascosti
Triana e Plaza de Toros dalla Giralda 
H COME HUEVOS A LA FLAMENCA: è la ricetta di oggi, piatto tipico di Siviglia e molto semplice da preparare: un soffritto di cipolla con cui insaporire dell'ottima salsa di pomodoro a cui potrete aggiungere le verdure preferite e di stagione, in particolare piselli, asparagi, peperoni, ecc, che poi verserete in un recipiente di coccio ed aggiungere delle uova freschissime.
La cottura delle uova avverrà in forno a 180° per c.ca 15 minuti, fino a che l'albume non sarà addensato (attenti a non cuocere il tuorlo).
Si serve nel coccio con tanto pane.
M COME MACARENA: La Vergine della Macarena è la più venerata nella città di Siviglia.
Protettrice dei Toreri, viene portata in processione nei giorni della Settimana Santa (ovvero proprio in questi giorni, tra la notte di giovedì e venerdì).
La celebre Chiesa della Macarena, si trova nel quartiere omonimo, fuori dai tradizionali tour turistici, quindi dovrete arrivarci in maniera autonoma, ma la visita vi darà molta soddisfazione in quanto oltre alla bellissima chiesa, potrete scoprire il cuore dell'antico quartiere, a Calle San Luis, con botteghine e ristoranti deliziosi e dare una occhiata al Parlamento di Andalusia, che si trova poco lontano.

O COME OPERA: Se come me amate l'opera, Siviglia è certamente è la città dove perdersi alla ricerca dei luoghi in cui "hanno vissuto" alcuni personaggi indimenticabili come Carmen, la sfortunata sigaraia, la Rosina del più celebre Barbiere e l'indiscusso amante di mille e più donne incarnato da Don Giovanni.
Esistono itinerari guidati, ma arrivarci da soli non è impossibile.
Il cosiddetto "Balcone di Rosina", dove Figaro consigliò al Conte di Almaviva di arrampicarsi per raggiungere la sua amata, si trova in Plaza Alfaro, proprio all'accesso di Santa Cruz.
Dovrete girare intorno all'edificio per osservarlo in tutta al sua bellezza, perchè viene parzialmente nascosto dalle piante del giardino.
il Balcone di Rosina


La Carmen invece (uno dei personaggi d'opera da me più amati), potrete incontrarla nei giardini di fronte alla Real Maestranza, la Plaza de Toros, proprio nel luogo che pone drammaticamente fine alla sua vita, ma la sua presenza potrà essere colta passando di fronte alla Real Fabrica de Tabaco dove lavorava, oggi Università di Siviglia o attraversando il Vicolo dell'Agua (Calle Agua) a Santa Cruz, dove trascorreva le sere ballando il flamenco.

P COME PLAZA DE TOROS: o Real Maestranza, è una delle più importanti di Andalusia e Spagna ma non la più antica (quella si trova a Ronda di cui vi parlerò in un altro post).
Ha una forma ovale ed è immensa, con oltre 14mila posti a sedere.
Ma in questi giorni, sotto Pasqua, non troverete un biglietto a pagarlo oro. I Sevillani non perdono questo momento per niente al mondo.
Non è necessario partecipare alla Corrida per apprezzare l'eleganza di questo edificio, le cui facciate sono dipinte in bianco e giallo oro, colori tradizionali di molti edifici sevillani.
All'interno vi consiglio di visitare il Museo della Real Maestranza, non fosse solo che per ammirare i costumi dei toreri e le immagini storiche in cui appaiono Reali e molti personaggi dell'epoca. E farvi una foto con Carmen (v. O come Opera).

R COME REAL FABRICA DE TABACO: Vedi O come opera

S COME SEMANA SANTA: Insieme alla Feria de Abril, il momento più importante della vita di Siviglia. Comincia esattamente la Domenica delle Palme e si chiude il giorno di Pasqua ed è un susseguirsi di processioni, eventi, folklore e meravigliosa devozione.
Se volete saperne di più, il sito Vivi Andalucia  è fonte di molte interessanti informazioni e potrete approfondire la vostra curiosità. Sappiate però che se decidete di visitare Siviglia in questo periodo, dovrete programmare con largo anticipo ed aspettarvi prezzi un po' più alti della norma.

T COME TAPAS: A Siviglia c'è un'incredibile scelta di ristorazione di qualità ma anche il più piccolo buchino che a voi sembrerà troppo buio o insignificante è in grado di riservare vere sorprese. Intanto sappiate che di base non si pranza, si "tapea", e non c'è orario né quantità.
Se dopo una camminata sarete accaldati (in pratica sempre), ed avete voglia di qualcosa di fresco, diciamo una cervezita (una birretta), potete stare tranquilli che con il costo della birra, per altro ridicolo, vi serviranno sempre un paio di tapas.
In genere dell'ottimo prosciutto Jamon Serrano, leggermente sudato perché a Siviglia i prosciutti stanno appesi al soffitto in qualsiasi momento dell'anno, anche a 40 gradi, oppure dell'Adobo (che altro non è che pesce panato e fritto senza spine) o un'infinità di altre alternative e varianti che dipendono dalla fantasia e gentilezza del gestore. Ma è tradizione, quindi potrete sempre mangiare spendendo cifre bassissime: i miei pranzi composti da una decina di tapas condivise con altri commensali, non hanno mai superato i 10 euro, birra inclusa. In ogni caso non perdetevi un assaggio delle acciughe fritte, i loro "boquerones", una roba che non dimenticherete facilmente.
E siccome avrete modo di scoprirne molte per conto vostro, vi lascio invece qualche dritta per alcuni dei bar e taverne più antichi della città, dove il solo fermarsi per un caffé vi faranno fare un tuffo nella storia, con interni così belli da innamorarsi: 1) El Rinconcillo (1670): qui dovete assaggiare la tapas più tipica di Siviglia, ceci e spinaci. 2) Bodeguita Casa Morales (1850): nel tempo ha apportato alcune innovazioni al menu tradizionale che comunque resta sempre presente.  3) La Teresas (1870): ricco di storia, ha il miglior Jamon Hiberico della città e si trova nel cuore di Santa Cruz. 4) El 3 de Oro (1917): per anni è stato il luogo di incontro di Toreri e calciatori. Bellissimi interni e decor e cucina mediterranea. Perfetto anche per la cena.
Jamon Serrano a Las Teresas
Boquerones e tapas felici

Ho dimenticato di parlarvi di lui, il Guadalquivir, il fiume che attraversa questa potente città e che vi servirà per orientarvi quando vi muoverete da un lato all'altro durante le vostre visite.
Un punto di riferimento utile è la famosa Torre de Oro, l'antica zecca e magazzino aureo della città.
Da qui per altro potrete prendere un battello per un mini crociera di un'ora che vi consentirà di osservare la città dal basso, seguendo le anse del fiume, esperienza che a me piace sempre, specialmente al tramonto quando si accendono le luci della sera.
Ovviamente questa è la "mia Siviglia", che offre molto molto di più.
Vi invito a dare un'occhiata Al sito ufficiale dell'Ente del Turismo Spagnolo e al sito di Vivi Andalucia - ricchi di informazioni e consigli su cosa fare, vedere e naturalmente a scrivermi se avrete bisogno di una mano.