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lunedì 7 settembre 2015

Il Buccellato Lucchese: Settembre profuma di vendemmia.

September - Earth Wind & Fire
Ahhhhh Settembre!
Voglia di lievitati, di rimettere in moto il forno a tutta "callara".
Non so voi, ma per quanto mi riguarda Settembre è il mese della campagna (oltre che un mese infinitamente romantico).
Penso alla vendemmia, agli alberi grondanti di fichi succulenti, ai profumi del bosco dopo le prime pioggie e le spedizioni funghifere che facevo da ragazzina quando ancora vivevo alla Bagnaia.
Ho un passato da contadinella, cresciuta in una azienda agricola, dove si faceva il vino e l'olio e dove durante le vendemmie, mia sorella ed io eravamo le addette al beveraggio.
Portavamo l'acqua fresca presa alla fontana agli operai che lavoravano fra le vigne durante le ore più calde del giorno.
A volte le scorciatoie che intraprendevamo attraverso i campi, ci presentavano incontri ravvicinati non proprio divertenti, come quella volta che siamo state inseguite da un serpente frustone.
Tanta paura e tanto ridere che ancora lo ricordo.
Crescendo, intorno ai 20 anni qualsiasi giovane della nostra provincia, metteva da parte una piccola fortuna facendo la vendemmia.
Se lavoravi per più di una settimana, e spesso in base alla grandezza della azienda in cui venivi preso, i giorni erano tra i 10/14, potevi guadagnare tanto per pagarti l'Università e qualche sfizio, sentendoti finalmente autonomo.
Ma che fatica!
Se proprio devo dirla tutta, la fatica più grande in vita mia l'ho fatta per due cose: la vendemmia ed i traslochi!
Se c'era il sole, mal di niente: un po' di sete, caldo e vespe golose che scacciavi con la mano guantata.
Ma se pioveva...ussignur!
Si vendemmiava anche sotto l'acqua, con gli stivali che affondavano nel fango trascinando chili di terra come nel peggiore degli incubi.
Chinati per recidere i grappoli con lo scopo di riempire più casse possibile, si rientrava a casa la sera abrutiti, distrutti, sporchi di terra fino ai capelli e con un unico pensiero: domani non ci vado!
Poi la sveglia suonava di nuovo prestissimo e tu alzavi, indossavi la tenuta da combattimento e ricominciavi da capo fino al tramonto.
La vendemmia si concludeva con una grande festa: su larghe tovaglie stese sul prato compariva ogni genere di bontà casalinga: salumi, panini superfarciti, torte e ciambelle ancora calde, crostate di more e fichi, fiumi di vino.
Qualcuno tirava fuori la fisarmonica e tutta la stanchezza si volatilizzava inseguendo le note allegre dei maggi e delle canzoni popolari.
Il Buccellato è un dolce, ma anche un pane.
Una ciambella che racchiude tanta storia legata alla meravigliosa città di Lucca.
Le sue origini sono anteriori al XV secolo e ne ho ampiamente parlato in un articolo comparso su A Tavola del settembre scorso.
Se vi capita di passare da Lucca in qualsiasi periodo dell'anno, lo potrete incontrare dietro qualunque vetrina di pasticceria o forno tradizionale, ma è proprio in questo periodo che diventa protagonista sulle tavole cittadine: per la festa Dell'Esaltazione della Santa Croce e del Palio della Balestra.
Il suo profumo di anice è il simbolo stesso della festa ed è proprio questa rustica ciambella che conclude degnamente qualsiasi pranzo celebrativo.
Non può mancare un bicchierino di Elisir di China Massagli per accompagnarlo, ma solo i veri intenditori lo conoscono.
Ecco, oggi vi ho svelato un segreto di Lucca.
Un famoso detto lucchese racconta: Chi viene a Lucca e non mangia il Bucellato, è come non ci fosse mai stato!

Ingredienti per una ciambella di c.ca 700 g (8 persone)
500 g di farina 0
120 g di zucchero + 2 cucchiaini
10 g di lievito di birra
50 g di burro a temperatura ambiente
80 g di uva passa
2 uova + 1 tuorlo
la scorza di 1 limone non trattato
130 ml di latte a temperatura ambiente
1 cucchiaio di semi di anice
un pizzico di sale
Fate ammollare l’uvetta in acqua calda per cc.a 30 minuti.
In un piccolo mortaio, pestate i semi di anice cercando di frantumarli.
Intiepidite il latte sciogliendoci il lievito di birra con 1 cucchiaino di zucchero. 
Mescolate e lasciate attivare per una decina di minuti. Quando si formerà la schiumina in superficie, il lievito sarà pronto.
In una grande ciotola versate la farina setacciata mescolata con l’anice pestato, formate una fontana e rompeteci le uova.
Versate lo zucchero ed il lievito sciolto nel latte. Lontano dal lievito versate un pizzico di sale.
Cominciate ad impastare, prima mescolando con una forchetta, poi aiutandovi con le mani. 
Lavorate l’impasto con energia per almeno una decina di minuti. 
Quando l’impasto sarà liscio ed omogeneo, incorporate l’uvetta che avrete strizzato molto bene ed asciugato con carta assorbente. Continuate ad impastare fino a che non sarà ben distribuita. Se disponete di una impastatrice, potrete fare tutta l’operazione con maggiore velocità.
Formate una palla, mettetela in una larga ciotola oleata con extravergine e fate lievitare coperta con una pellicola, per almeno 2 ore in luogo caldo (nel forno con la lucina accesa è perfetto).
Quando l’impasto avrà lievitato e raddoppiato il suo volume, stendete la pasta su una spianatoia, sgonfiatela e datele la forma di una ciambella, o se preferite, di un grosso filoncino di pane.
Sistemate la ciambella su una placca da forno coperta di carta.
Incidete la circonferenza in alto con una lametta o un coltello affilato con un taglio profondo c.ca 1 cm. (come nella foto
Lasciate lievitare nuovamente per 1h30.
Una volta pronto, sbattete un tuorlo con un cucchiaino di zucchero e spennellate con delicatezza tutto il dolce  più volte.
Infornate a 180° e fate cuocere per c.ca 50 minuti. 
Controllate sempre la cottura e quando la superficie sarà color bronzo dorato, fate la prova della cottura battendo con una mano sotto la ciambella. Se suonerà a vuoto, allora sarà pronto.
Lasciatelo raffreddare su una gratella e servitelo con vino liquoroso ed aromatico.


PS: Buon Anniversario Amore mio! :D

lunedì 16 marzo 2015

Quasi una Garmugia per l'MTC di marzo.

L'amour est un oiseau rebelle - Habanera - M. Callas

Sappiamo tutte benissimo che la stagione primaverile coincide con il riapparire sulle nostre tavole di quelle strane preparazioni a metà strada tra il pasticcio ed il recupero.
Si chiamano Torte Salate, oppure quiche, se volete avere più carisma e sintomatico mistero.
Il mio rapporto con queste preparazioni è sempre stato di amore incondizionato. 
Fin dalla mia prima quiche lorraine, mangiata a 17 anni in casa della famiglia che mi ospitava durante uno scambio culturale a Parigi e poi più avanti, quando ho scoperto il potere del burro nelle basi friabili. Insomma amo questi piatti e li ho sempre preparati con grande entusiasmo perché la realizzazione di una torta salata può essere di grande stimolo creativo se non vi viene il raptus di infilarci dentro tutto quanto langue nel frigorifero.
Forte di questo amore, per il battesimo di mia figlia mi misi in testa che il buffet sarebbe stato di mia sola gestione ed essendo giugno inoltrato, decisi che il menu avrebbe previsto una ricca selezione di quiche, torte salate, pie il tutto accompagnato da formaggi freschi (una ricotta da 2 chili mi arrivò direttamente dai pascoli della Sabina), insalate rigogliose e tanti dolci di casa. 
Tre giorni di lavoro indefesso, con mi madre che presa da pietà, si mise a mia disposizione aiutandomi senza fiatare.
Non avevo fatto i conti con la macchina da guerra di mia suocera. 
La mattina del battesimo, quando mi apprestavo a sistemare il buffet prima dell'arrivo degli ospiti, mi vedo piombare a casa una decina di teglie di lasagne di tutte le razze e religioni: rossa, bianca, verde, e aggiungete i colori che vi piacciono. 
Così tanta roba che sarebbe bastata per altri 3 battesimi e comunioni. Ovviamente senza nessuna richiesta preventiva, ma che volete farci, se io amo cucinare, mia suocera di più.  
Il risultato? Lasagna batte quiche 10 a zero. 
Credo di aver preparato svariati vassoi con le torte avanzate da regalare ad amici ed ospiti prima di andar via. Regalo gradito forse più di una bomboniera. 
Ma le balle ancora mi girano! 
C'è una ricetta toscana, nella fattispecie lucchese, che compare sulle tavole per un brevissimo tempo, quello che corrisponde alla disponibilità di alcune verdure di primavera: favette, pisellini, asparagi, carciofi. Con le primizie dell'orto di cui sopra, si prepara una meravigliosa zuppa di nobili origini e dal sapore indimenticabile: la Garmugia. 
Ne ho parlato a lungo in questo post ed oggi mi è venuta voglia di riportare quest'idea dentro una quiche. 
Siamo lontani dal poter dire Garmugia ovviamente, ma il gioco è nelle citazioni ed io trovo che le verdure di primavera siano meravigliose nelle torte salate. Naturalmente come ormai mi si confà, cerco in queste sfide, di riportare un po' della mia Toscana nel piatto, a partire dall'uso di materie prime autoctone, come la farina Verna per il guscio, rigatino di Cinta per insaporire il tutto e primizie dei coltivatori della mia zona. Comincio così e spero di poter cimentarmi in un altro paio di idee. 
Per la quiche utilizzate la base secondo l'insegnamento di Michel Roux, maestro pasticciere francese autore di numerosi testi tra cui l'imprescindibile Frolla e Sfoglia da cui è tratta questa ricetta. 
La nostra Flavia, vincitrice dello scorso MTC, ha scelto il tema della gara di marzo e non poteva lanciarsi in sfida più stimolante. 
Con piacere torno ad usare questa base che trovo veramente fantastica. 
Ingredienti per una quiche di 24/26 cm di diametro
Per la brisé secondo la ricetta di Michel Roux 
250 g di farina (nel mio caso di grano Verna)
150 g di burro freddo tagliato a dadini
1 uovo medio
1 cucchiaio di latte freddo (nel mio caso 2 )
1 cucchiaino di sale
1pizzico di zucchero
Per il ripieno 
100 g di favette sgusciate e private della pellicina
200 g di asparagi privati della parte dura del gambo
100 g di pisellini novelli
50 g di rigatino di Cinta senese tagliato a fette non sottilissime
1 porro 
Olio extravergine
sale - pepe bianco macinato fresco 
Brodo vegetale se necessario. 
Per l'appareil (la parte liquida che si amalgama al ripieno)
200 ml di panna fresca
100 ml di latte parzialmente scremato
2 uova medie
un ciuffo di menta fresca (c.ca 10 foglioline) tagliate a julienne
50 g di Pecorino Toscano DOP grattugiato
1 nulla di noce moscata
pepe nero macinato fresco - sale
Preparate la brisé.
Formate la fontana con la farina ed al centro mettete burro a pezzetti, l'uovo, il sale e lo zucchero e cominciate a pizzicare con la punta delle dita la farina col burro, in quella che in termini tecnici si chiama "sabbiatura". Se il burro è ancora duro o se l'ambiente è troppo caldo ed avete paura che il burro si sciolga, potete usare la lama di un coltello grande, facendo lo stesso movimento che fate quando tritate delle verdure.
Quando la farina avrà un aspetto bricioloso, aggiungete il latte e cominciate ad impastare molto velocemente, fino ad ottenere una palla. Non è necessario che sia liscissima. L'operazione va fatta velocemente per non "bruciare" il burro. 
Avvolgete la palla nella pellicola, schiacciatela un po' e mettetela in frigo nel tempo che preparate il ripieno.
Affettate sottilmente il porro. 
Fatelo passire in una larga padella antiaderente, fiamma dolce, per 5 minuti.
Aggiungete acqua se necessario.
Una volta morbido, aggiungete i piselli e gli asparagi lavati e tagliati a rondelle, lasciando le punte intere.
Cuocete a fiamma media per 7 minuti, mescolando spesso. Aggiungete del brodo vegetale per facilitare la cottura. 
Quando saranno al dente, aggiungete le favette private di pellicina e cuocete per altri 2 minuti. 
Aggiustate di sale e pepe bianco e fate raffreddare.
Preparate l'appareil mettendo in una ciotola la panna, il latte, le uova, il pecorino grattugiato, la menta a julienne, pepe, sale e noce moscata. Mescolate bene con una frusta e tenete pronta. 
Stendete la brisé su una spianatoia leggermente infarinata ad uno spessore di 3/4 mm. 
Sollevatela con il matterello e disponetela sullo stampo precedentemente imburrato. 
Fate scendere la pasta con delicatezza, aiutandola con i polpastrelli a stendersi bene sul fondo. Lasciate che la pasta sporga dallo stampo.
Con il matterello tagliate la pasta in eccesso. 
Con i polpastrelli fate aderire bene i bordi allo stampo e bucate la base con una forchetta per impedire che si gonfi in cottura.
Fate abbrustolire il rigatino su una piastra ed asciugatelo bene con la carta assorbente. 
Sbriciolatelo.
Versate il ripieno di verdure nel guscio, avendo cura di tenere da parte qualche bella punta di asparago e qualche favetta e aggiungete il rigatino sbriciolato, tenendo da parte anche un po' di questo. 
A questo punto versate l'appareil sulle verdure. 
Rifinite la quiche con le punte e le favette tenute da parte ed aggiungete i pezzettini di rigatino per completare. 
La quiche deve essere buona ma anche bella a vedersi. 
Cuocete in forno preriscaldato a 180° per c.ca 30/35 minuti, fino a che la superficie non sia ben dorata.
Fate raffreddare una decina di minuti prima di sformare e servite calda o tiepida. 

Con questa semplice ricetta, partecipo con piacere all'MTC nr 46 di Marzo dal tema La brisé di M. Roux nelle torte salate e quiche



venerdì 21 marzo 2014

E' primavera: Garmugia! La cucina dell'Extravergine.

Maledetta primavera - L. Goggi
Oggi voglio raccontarvi una storia che nasce tra le mura di orti nascosti in una città fra le più belle d'Italia: Lucca.
Una città che ha nella sua provincia un grandissimo patrimonio di ville e giardini, ed è proprio qui che tutto ha avuto inizio.
La storia di un piatto che viene preparato solo per pochissimo tempo durante l'anno, ovvero in quelle settimane in cui la natura si risveglia e ci regala i suoi primi germogli, il verde delicato delle primizie che hanno il sapore dell'erba che spunta con il primo sole.
Un piatto che è l'inno alla rinascita, al risveglio ed anche una spinta a recuperare energie e salute.
Perché con la primavera sentiamo in noi lo spirito del risveglio, l'energia che risale lungo le nostre membra addormentate dal lungo inverno, il desiderio di volgere il viso al sole per assorbire tutta la sua luce che tanto ci è mancata nei mesi freddi.
La Garmugia è un inno alla primavera.
E' la primavera fatta piatto e racchiude il sapore del nuovo.
Però dovete essere onesti e cercare tra i banchi del mercato, quelle primizie più delicate, tenere, i carciofi più piccoli e tosti, gli asparagi più sottili e croccanti.
Se avete amici con l'orto, pregateli in ginocchio di donarvi il loro primo raccolto.
E poi portategli un piatto di Garmugia e li farete cadere in estasi.
Pare che il nome Garmugia derivi proprio dalla parola germoglio. 
La sua storia è molto antica, e nonostante quello che a noi tutti sembra un piatto modesto e povero, è in realtà una zuppa destinata alla nobiltà toscana del XVII secolo, periodo in cui si cominciano ad avere testimonianze storiche di questo ricetta.
Una zuppa dunque, ma molto speciale. 
Rispetto alle molte zuppe contadine e povere conosciute, in cui l'elemento liquido è molto presente (per sopravvivere bisognava allungare il brodo ovviamente), la Garmugia non richiede di essere cotta in moltissimi liquidi per preservarne la freschezza.
Inoltre contiene elementi che testimoniano la sua origine "ricca": il macinato di vitello e la pancetta, che contribuiscono ad elevare il piatto a qualcosa destinato ai signori o alla buona borghesia, che poteva permettersi la carne.
Si pensa anche che sia l'evoluzione di una minestra popolare a base di semplici verdure primaverili, entrata nelle case nobili dove ha visto la sua trasformazione con l'aggiunta della parte proteica.
Si è sempre considerato la Garmugia il piatto delle puerpere, delle partorienti e delle persone in convalescenza, perché il suo apporto di vitamine e proteine è un vero toccasana.
Ne parla con grande enfasi una donna molto speciale, la Marchesa Maria Luisa Incontri Lotteringhi della Stufa, vissuta praticamente lungo tutto il secolo scorso.
Appassionata di cucina, di letteratura ma anche sportiva (amava la caccia e la pesca) e la più grande esperta di una razza canina, il piccolo levriero, scrisse diversi libri di cucina, alcuni molto famosi, come "Il Girarrosto" e "Come si cucina la selvaggina".
Nel suo celebre Pranzi e Conviti racconta appunto la cucina toscana dal  XVI secolo ai giorni nostri e parlando della Garmugia, la presenta come "una zuppa da servire a chi esce da una lunga malattia o a chi debba affrontare un lungo viaggio".
Contrariamente a molte ricette toscane che vedono la presenza del pane abbruscato in fondo al piatto, la Garmugia vuole che il pane sia messo sopra ed irrorato con ottimo olio extravergine.
Celebrate questa zuppa servendola nelle vostre ceramiche delle feste, come si conveniva alle famiglie nobili.
Niente ciotole, niente scodelle di terracotta, ma eleganti porcellane di Ginori.


Questa ricetta fa parte della nostra periodica rubrica "La cucina dell'Extravergine" in collaborazione con l'Associazione Nazionale Città dell'Olio", per la quale potrete leggere altre 3 splendide ricette delle mie compagne di avventura:
Minestra arzilla di broccoli di Sabina
Ziti al sugo di braciola di Teresa
Pasta con pesto di foglie di carota di Stefania

Ma veniamo alla ricetta
Ingredienti per 4 persone
3 cipolline novelle (io ho usato quelle di Certaldo)
2 carciofi Morelli
100 g di pisellini freschi (conservate le bucce)
100 g di favette sgusciate
100 g di punte di asparagi (conservate i gambi)
100 g di carne macinata di vitello
50 g di pancetta tirata (io ho usato quella di Cinta Senese)
1 l di brodo vegetale
2 fette di pane casalingo, possibilmente senza sale, perfetto quello di Altopascio
Olio Extravergine DOP Aprutino Pescarese dell'azienda Agricola Raulli
Sale - pepe a piacere
Devo la scoperta di questa ricetta ad un amico chef che da tempo segue il mio blog e mi lascia spesso incoraggianti commenti. E' lui che mi ha parlato di questo piatto che non conoscevo e della sua unicità e sono suoi i consigli che vi lascio sulla preparazione di questa meraviglia.
Presto aprirà il suo ristorante a Lucca ed avrò modo di parlarvi di lui approfonditamente.
Grazie Fabio per il tuo entusiasmo! 

Partiamo dal brodo che come in tutte le preparazioni che ne prevedono la presenza, fa la differenza.
Lavate accuratamente le bucce dei piselli scegliendo quelle più integre e tenere.
Tagliatele a pezzetti e mettetele in una casseruola con 1 l e mezzo di acqua.
Aggiungete anche i gambi di asparagi che avrete pelato con un pelapatate e tagliati a tocchetti. Aggiungete una cipolla ed una carota e portate ad ebollizione.
Una volta ridotto il liquido ad un litro, eliminate la carota e la cipolla, e frullate le bucce di piselli e gli asparagi, ottenendo un brodo cremoso ma ancora liquido. Se dovesse essere troppo denso, aggiungete acqua. Aggiustate di sale e filtrate per eliminare eventuali filamenti delle bucce di piselli.
Tenete da parte caldo.
In una casseruola di ghisa, fate passire in 2 cucchiai di olio extravergine le cipolline che avrete affettato finemente.
Tenete la fiamma sempre molto dolce e cuocete c.ca 5 minuti, se necessario aggiungendo un goccio di brodo.
Quando sono belle morbide e quasi trasparenti, aggiungete la pancetta tagliata a striscioline e mescolate fino a che non sarà croccantina e a questo punto aggiungete il macinato di vitello e fate cuocere per altri 5 minuti.
Aggiungete i carciofi puliti e tagliati in fettine non più spesse di 1 cm e fateli cuocere aggiungendo poco brodo. Non devono disfarsi.
Dopo 3/4 minuti, aggiungete le fave (quelle eventualmente può grosse vanno private della buccia esterna) ed i piselli e continuate la cottura con un mestolo di brodo.
Cercate di mescolare il meno possibile affinché le verdure non si spappolino.
Per ultimo vanno le punte di asparagi, quelle più veloci a cuocersi.
Aggiungete il brodo sempre in maniera parca. Le verdure non devono affogarci dentro e nonostante la cottura, restare belle consistenti.
In tutto, con la fiamma bassa, la cottura durerà c.ca 30 minuti.
Una volta pronta, lasciatela riposare mentre preparate i crostini di pane.
Tagliate due fette di pane "sciocco" e riducetele a dadini.
Saltateli in una padella antiaderente, senz'olio fino a che non saranno belli croccanti.
Versate la Garmugia nei piatti, rifinitela con i crostini e irrorate con generosità dell'ottimo Olio extravergine Dop Aprutino Pescarese, di cultivar Toccolana, che grazie alla suo interessante aroma fruttato con sentori di mandorla e pomodoro ed una decisa piccantezza e toni di amaro in bocca, nobiliterà al massimo questa ricetta.

Senza la presenza di crostini di pane, questo è un perfetto piatto Gluten Free che cedo volentieri alla raccolta 110% Gluten Free Day.


giovedì 23 giugno 2011

Cuoricini di maizena e cioccolata Caniparoli: una love story

Love story theme - F. Lai
Ve lo ricordate Love Story? Ci sono incappata proprio due sere fa mentre mio marito ed io facevamo zapping su Sky e mestamente commentavamo il palinsesto della serata. Perchè poi siamo voluti restare lì e riguardare un film di cui si sa ogni cosa specialmente il finale - e non è che dopo 20 anni questo cambia lasciandoci il cuore allegro, no, finisce esattamente come ricordavo, con Jenny morta e Oliver su quella panchina al freddo e al gelo - questo solo Dio lo sa! Ebbene, ce lo siamo visto tutto, con tanto di musica struggente di Francis Lai (che vinse l'Oscar), e che io personalmente trovo quasi insopportabile (da ragazzina mi regalarono un carillon e tutte le volte che lo aprivo, mi veniva in mente 'sta povera crista che muore di leucemia!). Ed incredibilmente è stato come se lo vedessi per la prima volta. Questi due attori sostenuti dalla bellezza sfacciata ed invincibile della giovinezza, in particolare la Ely McGraw (ma ha fatto altri film oltre questo?) così intelligente, matura e fragile fin dal primo fotogramma, erano commoventi nella loro complicità. E' una storia d'amore troppo perfetta per durare tutto il film, viene da pensarlo dopo la prima mezz'ora, e infatti... Neanche la neve ed il freddo che notoriamente sono elementi di tristezza e cattivi presagi in molte storie, un genitore duro come un tavolo di legno massello ed insensibile quanto basta per auspicarsi al più presto una rottura familiare definitiva, riescono a sfuocare la luce di amore totalizzante di cui sono vestiti i due protagonisti. La malattia e conseguente morte di Jenny arrivano veloci, in neanche 10 minuti di film. Oliver probabilmente non ha il tempo di realizzarlo perchè non versa una lacrima, e quando riceve la notizia dal dottore, resta impassibile come se gli avessero appena comunicato che la moglie deve togliersi le tonsille. In questo, credo che la pecca stia nella sceneggiatura e nella minima plasticità del bel viso di Ryan O'Neal. In ogni caso ho provato tenerezza. Una tenerezza struggente nel pensare a come questo film abbia fatto piangere milioni di persone e come altrettanti milioni si siano identificati ed abbiamo sognato una storia d'amore assoluta come quella di Jenny e Oliver. Che ne dite, forse i nostri adolescenti potrebbero mettere da parte Moccia per un paio d'ore e regalarsi almeno una volta nella vita  la visione di questo film?
Io vi regalo invece dei deliziosi cuoricini di maizena ripieni di cioccolata spalmabile Caniparoli. Se vi capita di passare da Lucca, non dimenticate una sosta nella bottega di questa formidabile cioccolateria artigianale, situata proprio su una delle strade principali della città, Via S. Paolino. Un luogo di paradiso, come sempre è la dove si fanno le cose con l'arte di un tempo e la passione sconfinata per un prodotto.
Questi biscottini sono altamente friabili e vanno maneggiati con cura, lasciandoli raffreddare ben bene prima di accoppiarli. Ecco gli ingredienti:
Per una 40na di sandwichini a cuore
- 200 gr di burro 
- 200 gr di farina
- 300 gr di maizena
- 1/2 cucchiaino di bicarbonato
- 1 cucchiaino di lievito
- 150 gr di zucchero
- 3 tuorli
- 1 cucchiaio di cognac
- 1 cucchiaino di estratto di vaniglia
- 1 cucchiaio di scorza grattuggiata di limone
- crema di cioccolata Caniparoli alla nocciola per il ripieno
- amaretti sbriciolati 
Setacciare le farine e mescolarle insieme al bicarbonato e al lievito.
Montare il burro a temperatura ambiente con lo zucchero e aggiungere uno alla volta solo quando ben amalgamati, i tuorli. Quindi aggiungere il cognac e l'estratto di vaniglia continuando a montare.
Incorporare gli ingredienti secchi a poco a poco con una spatola dall'alto in basso, delicatamente fino ad ottenere una massa omogenea. Lasciare riposare in frigo coperta con una pellicola per almeno 1 ora.
Accendere il forno a 180°
Stendere la pasta con delicatezza su una superficie infarinata per uno spessore di 1/2 cm e tagliare con la forma preferita. Mettere su una piastra coperta con carta da forno e cuocere per c.ca 15 min. Quando cominciano a dorare, togliere dal forno e lasciare raffreddare prima di muoverli (tendono a sbriciolarsi da caldi). Una volta freddi, preparate in vostri sandwiches con la cioccolata o con il ripieno preferito e ruotate i bordi in un piattino dove avrete posto gli amaretti sbriciolati per raccoglierne la granella. Se avete un goloso in casa, non li lasciate in giro.