lunedì 4 febbraio 2013

Venezia, terra di acque!

Dolcenera - F. De André
Mi sono alzata alle 4.30. 
Ho smesso di dormire alle 3.30 con l'ansia di non sentire la sveglia suonare. 
Mi succede sempre così quando devo partire per accompagnare un gruppo. 
Questa volta è Venezia, al Carnevale. 
E' una settimana che monitorizzo il meteo e che dà ostinatamente pioggia. 
Decido di credergli per una volta e mi vesto come Totò e Peppino in partenza per Milano. Non sicura di essermi coperta abbastanza, infilo guanti e cappello in borsa.
Vado all'appuntamento con il bus. 
Alle 5.30 ricevo due telefonate e la mia lista di presenti si accorcia vertiginosamente causa influenza. 7 caduti in battaglia. 
Alla fine, il mio già sparuto gruppo, si è ridotto a 16 persone. 
Mia cognata Rosa mi ha detto: vengo con te così ti faccio compagnia. 
Mentre scrivo, penso che se non fosse venuta, probabilmente adesso ricorderei questa giornata come un vero disastro.
Siamo arrivati a Venezia ed una pioggia sottile era già lì ad aspettarci. 
Ma che sarà mai, ho anche l'ombrello. 
Lascio il gruppo allo stato brado in Piazza S. Marco e con Rosa ci avviamo il più lontano possibile da quel luogo, già super gremito di gente stipata sotto i portici. 
Il cappello viene accuratamente calato in testa, fa freddo!
Dobbiamo arrivare a Campo S. Polo. 
Decidiamo di usare una strategia geniale: andiamo a caso. 
Ho una guida di Venezia ma con una mano devo tenere l'ombrello e con l'altra sfogliare il libretto diventa impossibile, così cerco di ricordare l'ultima volta che sono stata a Venezia e la guida ci ha portato fin là. 
Prima di tutto dobbiamo arrivare al Rialto. 
Possibile che tutto il mondo sia a Venezia proprio oggi? 
Camminare lungo le calle larghe poco più di un metro incrociando in senso contrario masse di coreani con ombrelli da combattimento, è un delirio. 
Naturalmente, come nella migliore tradizione, ci perdiamo. 
Rosa scatta foto compulsivamente: la vicinanza con i coreani è stata letale. 
Però la capisco. Io mi guardo intorno e nonostante la pioggia incessante, non mi capacito di tanta bellezza. E' qualcosa di ipnotico ed emozionante. Mi aspetto da un momento all'altro, di incrociare Casanova a braccetto con l'ultima sua conquista. 
Tiro fuori la reflex e cerco di fare qualche scatto con l'ombrello a ciondoloni sulle spalle. Nella testa mi romba la canzone Dolcenera, 
"acqua che non si aspetta
altro che benedetta
acqua che porta male sale dalle scale sale senza sale sale 
acqua che spacca il monte che affonda terra e ponte"
e l'acqua è davvero sopra e sotto. Non smette anzi aumenta. 
Arriviamo in Campo San Polo estenuate. E' quasi l'ora di pranzo e se non troviamo un posto dove sederci all'asciutto, poi sarà troppo tardi, perché tutti avranno la nostra stessa necessità. 
Giriamo e continuiamo a perderci. Ci infiliamo in labirinti di straduzze in cui si più passare una alla volta, non c'è un anima in giro e neanche l'ombra di un osteria. Disorientate ci rendiamo conto di passare più volte dallo stesso posto. Ci guardiamo, le facce livide. Cominciamo a ridere convulsamente. 
OK. Adesso basta. Impegniamoci. 
Vedo un cartello: Rialto. Torniamo verso il ponte, magari è più facile trovare un buco. Ma siamo esigenti: vogliamo sederci, vogliamo avere il tempo di asciugarci, mangiare con calma, chiacchierare. E di fronte ci si para Ponte S. Polo ed il ristorante sul ponte. Entriamo. 
Non vedo più niente, gli occhiali sono appannati. Siamo bagnate come pulcini. Ci accompagnano al tavolo più lontano dall'ingresso (grazie a Dio). Ci spogliamo e finalmente siamo sedute tranquille. 
Sento un pizzico sulla natica destra. Mi alzo con un balzo e vedo sporgere da sotto la paglia della sedia, un frammento di vetro grosso come una moneta da un euro, con due punte rivolte verso l'alto. Cacchio mi sono tagliata! Porto la mano alla mela e con orrore sento uno sbrano nel pantalone lungo almeno 10 cm. Mi tocco e non ci credo: ho la chiappa al vento. Mi giro e faccio vedere la cosa a Rosa e vedo la sua faccia sbiancare. Nonostante tutto neanche un graffio: che culo! 
Tolgo il vetro dalla sedia, lo do alla cameriera che mi guarda mortificata e le mostro il danno. Spero di non dover fare lo show anche per il proprietario!
Sono tendente al furioso ma cerco di calmarmi. Ho la maglia lunga, il piumone lungo...posso tornare a casa senza dare spettacolo. Ma adoravo quei pantaloni... 
Rosa ed io ci attacchiamo al quartino di prosecco che ci hanno messo sul tavolo. Beviamo per scaldarci e per farmi passare la rabbia. 
Dopo dieci minuti ridiamo come sceme. Mangiamo, parliamo, guardiamo il pienone del ristorante, e ci sentiamo bene al calduccio. Non vogliamo pensare a come trascorreremo il tempo fino alle 17.00. Per adesso abbiamo vinto noi.







Nonostante i miei stivali preferiti siano ancora ad asciugare, sono sopravvissuta al freddo ed alla pioggia. 
Rientrata a casa ho avuto l'irresistibile voglia di preparare dei biscottini tradizionali che ho visto ovunque nelle vetrine delle pasticcerie veneziane. 
Ho letto che sono tipici del periodo carnevalesco ma non ho idea di che sapore abbiano per cui probabilmente questi miei non avranno nulla a che vedere con quelli originali. 
Però sono buoni e anche parecchio bellini. Ecco i miei Zaleti. 
Ingredienti per c.ca 30 biscotti:
200 gr di farina bianca 00
250 gr di farina di mais tipo fioretto
130 gr di uvetta sultanina
100 gr di zucchero
2 cucchiaini di lievito in polvere
120 gr di burro morbido
2 uova
la scorza grattugiata di un limone (io arancia)
mezzo bicchiere di grappa
Mettete l'uvetta in ammollo nella grappa per c.ca 30 minuti. 
Miscelate le farine e mescolatele con lo zucchero ed il lievito setacciato, quindi impastate il tutto in una ciotola capiente aggiungendo il burro ammorbidito, le uova leggermente sbattute, la scorza grattugiata dell'arancia e per ultimo l'uvetta ben strizzata. Aggiungete anche un paio di cucchiai di grappa. Otterrete un composto morbido.
Su una teglia foderata con carta da forno, con due cucchiai ho fatto delle quenelle di pasta e le ho posizionate a c.ca 2 cm di distanza l'una dall'altra. Ho fatto cuocere per c.ca 18 minuti in forno a 180° e fatto raffreddare su una gratella. 






venerdì 1 febbraio 2013

MTC DI GENNAIO 2013: IL PICITORE!

What a wonderful world - Louis Amstrong 
PICI CON LE SARDE A MARE - Stefania - Cardamomo & co.

Mentre scrivo questo post, mi tremano le mani. 
Che vogliate crederci o no, sono profondamente emozionata, di un'emozione figlia di un senso di gioia difficile da descrivere. 
L'origine di questa gioia siete voi. 
Ormai sono due anni pieni che partecipo a questa incredibile tenzone e dovrei saperlo come funziona, ma questa volta e questa tornata sarà per me impossibile da dimenticare. 
E non perché la ricetta l'abbia scelta io. 
Non perché sia stata travolta da una vittoria inaspettata.
La ragione siete voi. Semplicemente voi.
189 ricette
Lasciatemi dire incredibili, tutte animate da un'entusiasmo, una creatività, una bellezza che travalica la voglia di giocare. 
Sapere ed avere la prova che questi pici vi abbiano divertito e vi siano piaciuti tanto, è uno dei regali più belli che questa avventura nell'etere mi abbia dato fino ad oggi.
Vorrei davvero ringraziarvi ad una ad una, ho tentato di farlo leggendo i vostri post e le vostre stupende creazioni. Lo faccio ancora qui, adesso.
La scelta è stata difficile, difficilissima. Perché alcuni piatti erano davvero di grandissimo livello, di grandissima cucina.  
Il mio post introduttivo alla ricetta ha raccontato la storia di una pasta semplice, povera, essenziale, e del mio amore, della mia assoluta fascinazione nei confronti di quei piatti in cui è il poco o il niente a creare sapore. 
Sono partita da lì. 
Dal togliere anziché dall'aggiungere. 
Dalla necessità di mascherare una povertà di vita e di mezzi attraverso quel poco che la natura concede in momenti di difficoltà. 
Nel piatto di Stefania io ho trovato questo
Sintetizzato alla perfezione. 
Un ramo di finocchietto selvatico, piccole illusioni di ricchezza date da quei pinoli e dall'uvetta secca, magari di zibibbo parlando di terra di Trinacria. 
Ed una lotta estrema per arrabattarsi. 
Che è quella che affronta ogni celiaco quotidianamente. 
Ho visto nello sforzo di Stefania, così come in tutte le ricette delle amiche celiache, il simbolo della fatica di chi un tempo cucinava senza niente. 
La grande intelligenza di un popolo sta dentro i piatti della sua cucina. 
L'ironia e l'intelligenza raccontate da queste "sarde scappate" che hanno lasciato il posto a tutti i profumi pronti a festeggiarle. 
Cosa non si sono perse per una morte tanto gloriosa.
Ringrazio Stefania perché questa sua ricetta, buttata lì quasi senza crederci, è un piatto magnifico. Così come è magnifico lo spirito con cui affronta ogni sfida dell'MTC, quasi fosse una sfida di vita (ed un po', davvero lo è).
L'onore è tutto tuo cara Stefania, sei la Picitrice!