The first Noel - Lionel Richie
Visto che siamo ufficialmente entrati nello spirito natalizio e contrariamente a quanti pensano che il Natale sia l'undicesima piaga d'Egitto, io non ce la faccio a trattenere un senso di euforica agitazione, di confusa aspettativa, ho deciso che da qui al 25 dicembre racconterò solo storie felici.
Così abbiate pietà di me, per lo zucchero che troverete nelle ricette e nei miei post.
La piccola Emma stava seduta al tavolo della cucina e scriveva concentrata su un foglietto, tenendo ben stretta la matita nella mano di bimba. Dopo un'ultima lettura, si alzò ed andò dalla mamma che stava preparando la cena in cucina.
Le consegnò il foglietto con uno strano sorriso e gli occhi attenti e vide la madre leggere concentrata: "Per averti apparecchiato la tavola quando sono venuti i nonni: 1 euro"; per aver messo in ordine la mia cameretta e tutti i giocattoli: 1 euro; per aver preso 9 al compito di italiano: 2 euro; per avere annaffiato le tue piantine: 50 centesimi; per essere uscita a comprare il pane: 50 centesimi. Totale da pagare: 5 euro."
La mamma finì di leggere e guardò sua figlia sorridendo. Pensieri le vorticavano nella testa. Allora prese una penna, girò il foglio e cominciò a scrivere: "I Nove i mesi che ti ho portato nel mio grembo aspettando che nascessi: gratis; Tutte le notti che non ho dormito per allattarti e cullarti mentre piangevi spaventata: gratis; Tutte le volte che sono rimasta accanto a te mentre avevi la febbre ed il raffreddore: gratis; Tutte le preoccupazioni che mi hai dato quando facevi i capricci o disubbidivi: gratis. I giocattoli, le bambole, le caramelle, le torte di compleanno, le feste, i vestitini carini, i baci, le carezze e gli abbracci: se faccio la somma di tutto cara Emma, il mio amore per te è gratis."
E consegnò il foglio alla bimba.
Emma leggeva e la sua espressione cambiava. Alzò gli occhi verso la mamma e con i lucciconi le disse: "Oh mamma, ma io ti voglio tanto bene davvero".
Prese la sua matita e tracciando una riga sulla sua nota scrisse: "TUTTO PAGATO".
Se non siete mai stati in Alsazia, trovate l'occasione per farlo.
Magari proprio sotto Natale.
Questa regione francese si trova al confine con la Germania, a ridosso della Foresta Nera. Da Strasburgo in un attimo si più arrivare a Freiburg ed i paesaggi che attraverserete per visitarla, sono costellati da vigneti, castelli e borghi incantevoli. Al solo pensiero mi viene voglia di tornarci di corsa.
Colmar è ufficialmente la città con le più belle luminarie d'Europa.
Un gioiello di case a graticcio costruite su canali eleganti che attraversano il centro storico.
Una imponente cattedrale gotica sul cui tetto, se siete fortunati come me, potete anche scorgere il nido di una cicogna.
La strada principale piena di deliziosi negozi tra cui numerose panetterie le cui vetrine traboccano di Kuglehopf o Kouglof come lo chiamano loro.
Sono praticamente anni che desidero replicare questo dolce molto Natalizio (che però viene preparato in tutto il resto dell'anno), e qualsiasi delle ricette trovate in rete non mi soddisfava o aveva comunque qualche particolare che non riusciva a convincermi.
Sono incappata per caso sul sito di Marcotte (le blogger che hanno combattuto come me contro la dipendenza da Macarons, sanno di chi parlo) ed ho capito che era lei la ricetta che cercavo.
Fragrante, burrosa, con pochissimo zucchero e molta uvetta...un signor lievitato che magari non vi darà la soddisfazione di un Pandoro o un Panettone, ma che comunque richiede tempo e pazienza e non durerà molto sulla vostra tavola.
Non avendo a disposizione farina forte, ho voluto provare ad utilizzare la semola rimacinata Senatore Cappelli e l'intuito mi ha premiata. La semola ha contribuito a reggere la lievitazione ottimamente, ha conferito al dolce un profumo caratteristico ed il sapore riconoscibile della semola. Inoltre, il colore ...beh, valutate voi. Assolutamente buonissimo.
Ingredienti per uno stampo scanalato da 22 cm di diametro.
300 g di farina forte (semola rimacinata Senatore Cappelli senza tagli di altre farine).
35 g di zucchero semolato
1 cucchiaino di miele
6 g di sale
15 g di lievito di birra
125 g di uova
90 ml di latte intero
200 g di burro + per lo stampo
75 g di uvetta sultanina
kirsch (facoltativo - o altro liquore dolce in cui ammollare l'uvetta)
mandorle intere per la decorazione
zucchero a velo per la finitura
Fate riprendere l'uvetta in acqua calda addizionata o meno con il liquore.
Nella ciotola della planetaria versate il latte intiepidito in cui farete sciogliere il lievito di birra con il cucchiaino di miele ed aggiungete 100 g di farina per realizzare un lievitino che farete riposare c.ca 1 ora coperto con un panno umido. Ponete la ciotola in un ambiente caldo (dentro il forno con la luce accesa va benissimo).
Quando il lievitino avrà raddoppiato il proprio volume, aggiungete nella stessa ciotola lo zucchero, le uova leggermente battute, il sale ed il resto della farina.
Con il gancio lavorate l'impasto a velocità media dai 10 ai 15 minuti fino a che la pasta non si staccherà dalle pareti lasciando la ciotola lucida.
A questo punto cominciate ad aggiungere il burro ammorbidito a dadini, pochi alla volta facendoli incorporare bene prima di aggiungere i successivi, e continuate ad impastare fino a che il burro non sarà ben incorporato.
Da questo momento continuate ad impastare: l'impasto risulterà morbido ed appiccicoso ma con il lavoro comincerà a essere liscio e lucido, incordandosi al gancio e staccandosi dalla ciotola lasciandola pulita. Continuate ad impastare e prima di smettere fate la prova del "velo": prendete con due dita una estremità dell'impasto e tirate verso l'esterno: se la pasta è elastica e non si strappa raggiungendo uno spessore di trasparenza come quello di un velo, allora il vostro impasto è pronto.
Aggiungete a questo punto l'uvetta sgocciolata, impastate qualche istante per incorporarla e distribuirla bene, quindi togliete la ciotola dalla planetaria, copritela con un panno umido e fatela lievitare almeno un'ora.
Imburrate lo stampo e disponete una mandorla in ciascuna scanalatura alla base.
Togliete l'impasto dalla ciotola: sarà estremamente morbido ed un po' appiccicoso. Consiglio di cospargervi le mani di un goccio d'olio prima di maneggiarla.
Prendetela con delicatezza e allungatela in maniera da avere una sorta di rotolo da sistemare nello stampo circolare. Spingete bene l'impasto nello stampo quindi lasciate nuovamente riposare il tutto per un'ora sempre nel forno al calore sviluppato dalla luce accesa e coperto sempre da un panno umido.
La pasta dovrà raddoppiare di volume ed arriverà ad emergere dal bordo del vostro stampo.
Infornare a 180°C e far cuocere per 30/35 minuti (la mia era cotta perfettamente a 35 minuti, ma fate comunque la prova stecchino e valutate in base alle calorie sviluppate dal vostro forno).
Rovesciate la torta su una griglia e fatela intiepidire.
Cospargete di zucchero a velo e se vi piace, lucidiate le mandorle con una goccia di miele.
Se la consumate il giorno dopo, ricordate di scaldarla lievemente per riprendere la fragranza data dal burro.
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lunedì 9 dicembre 2013
lunedì 18 marzo 2013
Fideuà con il "Pesce dimenticato" e molluschi per l'MTC. Y mis recuerdos de Catalunia
Barcelona - Freddie Mercury and Montserrat Caballe
La Spagna e la Catalunia ricorrono nella mia vita da quando ero ragazzina, quasi ci fosse un filo invisibile che mi tiene legata a questo paese.
Le estati dei miei 14 e 15 anni le ho trascorse in Andalusia, dove mio padre si trasferì per diversi mesi per lavorare in una grande centro ippico.
Per un momento c'è stata la concreta possibilità che i miei genitori decidessero di restare (era il periodo boom della Marbella degli Emiri e del turismo dei VIP) perché le prospettive economiche sembravano tante.
Ma hanno dovuto fare i conti con due adolescenti che cominciavano allora a vivere e ad avere i primi amori e la scelta venne accantonata.
Successivamente il mio lavoro mi ha portata decine di volte in questo meraviglioso paese di cui conosco veramente tanto, fino a che non è nata mia figlia.
Alice è sempre stata grande. Lo abbiamo capito fin dalla sua residenza nella mia pancia: al sesto mese, già in perfetta posizione per il parto, fece una capriola e si sdraiò con il sedere sul mio bacino e la testina sotto il mio costato destro. E così è rimasta fino alla nascita.
A nulla ha valso il tentativo di un rivolgimento podalico.
E' nata con il cesareo, lunga come una quaresima e con una plagiocefalia evidente accompagnata da un torcicollo importante che le faceva tenere la testina piegata a sinistra.
I dottori al momento ci dissero che quella asimmetria così forte (aveva il lato destro del cranio quasi piatto e la guancia e la mascella schiacciate) era solamente un problema di sofferenza da parto, ma i mesi passavano e né il torcicollo né la schiacciatura se ne andavano.
Abbiamo visitato ortopedici ovunque e tutti ci dicevano che non era un problema, che crescendo "i capelli avrebbero nascosto il difetto" e ben più di una volta abbiamo dovuto trattenerci di fronte ad espressioni di ironia e supponenza.
Io ero in piena depressione e mio marito sembrava un toro rabbioso per l'incapacità di ottenere risposte che ci rasserenassero.
E' stata proprio grazie alla rabbia ed alla sua incapacità di arrendersi che cercando risposte su internet, scoprì una clinica a Sabadell, una cittadina a pochi chilometri da Barcellona, specializzata nella cura della plagiocefalia dei neonati.
Scrivere ed ottenere un' immediata risposta fu tutt'uno.
Il primario della clinica ci conquistò immediatamente invitandoci a parlare con una famiglia siciliana che era in terapia da lui, prima di prendere qualsiasi decisione.
La risposta degli amici siciliani fu: "non ci penseremmo un istante a tornare da lui".
Una settimana dopo, i primi di settembre - Alice non aveva neanche 7 mesi - eravamo sul volo da Firenze per Barcellona.
Da quel momento, fino al dicembre dello stesso anno, ogni 15 giorni mio marito ed io, insieme alla piccola viaggiatrice e tutte le suppellettili necessarie a gestire un bebè in viaggio, partivamo per i nostri long week end Catalani, con il cuore sereno ed la consapevolezza di essere genitori fortunati.
Alice mise un caschetto costruito sul calco del suo cranio, che veniva regolato ogni due settimane e consentiva alle sue morbide ossa di modellarsi secondo natura. Lo portava 23 ore al giorno e sembrava non accorgersi di nulla.
Inoltre fummo istruiti sulla ginnastica da farle fare per sciogliere i tendini del suo collo e la sua muscolatura in maniera da aiutarla a tenere la testina in maniera corretta.
Ovviamente le sedute alla clinica duravano poco meno di un'ora, quindi il resto del tempo era dedicato alla scoperta della città e dei dintorni, della buona cucina, del mare e dell'arte meravigliosa di Barcellona e della Catalunia.
Ci sentivamo a casa, e l'ultima seduta fu commovente perché sapevamo che senza quel posto, quella clinica e quei week end, la nostra vita sarebbe stata molto diversa.
In soli 3 mesi, un semplice caschetto ortopedico, risolse un'asimmetria di 1,4 cm riducendola a pochi millimetri. Se una clinica simile fosse stata in Italia ed avessimo potuto cominciare subito, avremmo risolto in 2 settimane.
Siamo tornati ancora e ancora a Barcellona con Alice grande, ed ogni volta ripercorriamo i luoghi che l'hanno vista barcollare sulle gambette incerte, il suo caschetto bianco ed una faccetta piena di curiosità!
Mi scuso per la lunghezza di questo post ma questa storia era doverosa per spiegare il significato davvero speciale che ha per noi Barcellona.
Potete capire la mia gioia nell'avere scoperto la ricetta di Mai, e nell'avere l'opportunità di rendere omaggio alla sua terra per la quale ho un affetto difficilmente descrivibile.
Premetto che non sono una grande esperta di cucina di mare.
Sono terragnola e vivo in un territorio dove si parla di ciccia la maggior parte del tempo, ma ho un marito molto appassionato e cresciuto da due genitori grandi amanti di pesce.
Così quello che so, l'ho imparato da lui e per me pesce ha una sola declinazione: semplicità.
Gli ingredienti della mia Fideuà sono quelli che qualsiasi peschereccio in alto mare potrebbe avere in abbondanza e che probabilmente la maggior parte dei pescatori è in grado di cucinare con fantasia ed abilità.
Sto parlando del "Pesce dimenticato", ovvero tutto quel pescato poco conosciuto e senza mercato, che generalmente viene ributtato in mare al termine della pesca perché non conosciuto e non richiesto dai consumatori.
E che incredibilmente, costa pochissimo.
E' ovviamente un problema di conoscenza e di marketing.
Ho avuto la fortuna di conoscere questa realtà attraverso alcuni eventi organizzati anni fa dall'Associazione Nazionale Città del Pesce di mare, che attraverso finanziamenti dell'Unione Europea, elaborò dei progetti di valorizzazione delle specie ittiche sconosciute denominate appunto "pesce dimenticato".
Parlo di pesci come la Razza, la Boga, il Pesce Sciabola, il Sugarello, la Tracina, il Grongo, lo Scorfano, il Palombo, il Pesce prete, il Pesce bandiera, ecc.
Nonostante la difficoltà a reperire questi pesci, sono riuscita a trovare degli ottimi Sugarelli, del Pesce Prete, delle piccole Gallinelle e delle Tracine, che ho sposato a cozze e vongole veraci in un piatto che, con mia immensa sorpresa, mi ha lasciata assolutamente a bocca aperta.
Andiamo alla ricetta: Per 4 persone
Per la Fideuà
400 gr di spaghettini spezzati
3 Sugarelli
500 gr di vongole veraci (col guscio)
500 gr di cozze
4 mazzancolle per decorazione
2 spicchi d'aglio
50 gr di pomodorini cigliegino
olio extra vergine Riviera Ligure DOP
Un ciuffo di prezzemolo
La scorza grattuggiata di un limone
sale - pepe nero
Per il brodo:
3 Tracine
1 Pesce prete
2 piccole gallinelle
la testa delle mazzancolle
1 cipolla
1 carota
1 mazzetto di prezzemolo
1 gambo di sedano
4 pomodorini cigliegino
sale
un filo d'olio extravergine
Per la salsa Pesto all'Etnea come accompagnamento
Adesso potrete finalmente cominciare la cottura della pasta.
Tutti gli ingredienti sono pronti e vanno solo assemblati al piatto.
Versate due o 3 mestoli di brodo nella paellera, la quantità che possa coprire la vostra pasta, portate a ebollizione quindi aggiungete gli spaghetti.
I miei davano 7 minuti di cottura quindi tempi piuttosto corti.
Ho fatto cuocere per c.ca 4 minuti sempre mescolando, poi ho aggiunto i filettini di pesce che avevo da parte.
Fate la stessa cosa con i fiori di cappero. Tritate le mandorle al mixer con un paio di cucchiai d'olio extra vergine. Snocciolate le olive di Kalamata e riducetele a filetti.
E con questo lunghissimo post, sono felice di partecipare all'MTC di marzo con la Fideuà di Mai.
La Spagna e la Catalunia ricorrono nella mia vita da quando ero ragazzina, quasi ci fosse un filo invisibile che mi tiene legata a questo paese.
Le estati dei miei 14 e 15 anni le ho trascorse in Andalusia, dove mio padre si trasferì per diversi mesi per lavorare in una grande centro ippico.
Per un momento c'è stata la concreta possibilità che i miei genitori decidessero di restare (era il periodo boom della Marbella degli Emiri e del turismo dei VIP) perché le prospettive economiche sembravano tante.
Ma hanno dovuto fare i conti con due adolescenti che cominciavano allora a vivere e ad avere i primi amori e la scelta venne accantonata.
Successivamente il mio lavoro mi ha portata decine di volte in questo meraviglioso paese di cui conosco veramente tanto, fino a che non è nata mia figlia.
Alice è sempre stata grande. Lo abbiamo capito fin dalla sua residenza nella mia pancia: al sesto mese, già in perfetta posizione per il parto, fece una capriola e si sdraiò con il sedere sul mio bacino e la testina sotto il mio costato destro. E così è rimasta fino alla nascita.
A nulla ha valso il tentativo di un rivolgimento podalico.
E' nata con il cesareo, lunga come una quaresima e con una plagiocefalia evidente accompagnata da un torcicollo importante che le faceva tenere la testina piegata a sinistra.
I dottori al momento ci dissero che quella asimmetria così forte (aveva il lato destro del cranio quasi piatto e la guancia e la mascella schiacciate) era solamente un problema di sofferenza da parto, ma i mesi passavano e né il torcicollo né la schiacciatura se ne andavano.
Abbiamo visitato ortopedici ovunque e tutti ci dicevano che non era un problema, che crescendo "i capelli avrebbero nascosto il difetto" e ben più di una volta abbiamo dovuto trattenerci di fronte ad espressioni di ironia e supponenza.
Io ero in piena depressione e mio marito sembrava un toro rabbioso per l'incapacità di ottenere risposte che ci rasserenassero.
E' stata proprio grazie alla rabbia ed alla sua incapacità di arrendersi che cercando risposte su internet, scoprì una clinica a Sabadell, una cittadina a pochi chilometri da Barcellona, specializzata nella cura della plagiocefalia dei neonati.
Scrivere ed ottenere un' immediata risposta fu tutt'uno.
Il primario della clinica ci conquistò immediatamente invitandoci a parlare con una famiglia siciliana che era in terapia da lui, prima di prendere qualsiasi decisione.
La risposta degli amici siciliani fu: "non ci penseremmo un istante a tornare da lui".
Una settimana dopo, i primi di settembre - Alice non aveva neanche 7 mesi - eravamo sul volo da Firenze per Barcellona.
Da quel momento, fino al dicembre dello stesso anno, ogni 15 giorni mio marito ed io, insieme alla piccola viaggiatrice e tutte le suppellettili necessarie a gestire un bebè in viaggio, partivamo per i nostri long week end Catalani, con il cuore sereno ed la consapevolezza di essere genitori fortunati.
Alice mise un caschetto costruito sul calco del suo cranio, che veniva regolato ogni due settimane e consentiva alle sue morbide ossa di modellarsi secondo natura. Lo portava 23 ore al giorno e sembrava non accorgersi di nulla.
Inoltre fummo istruiti sulla ginnastica da farle fare per sciogliere i tendini del suo collo e la sua muscolatura in maniera da aiutarla a tenere la testina in maniera corretta.
Ovviamente le sedute alla clinica duravano poco meno di un'ora, quindi il resto del tempo era dedicato alla scoperta della città e dei dintorni, della buona cucina, del mare e dell'arte meravigliosa di Barcellona e della Catalunia.
Ci sentivamo a casa, e l'ultima seduta fu commovente perché sapevamo che senza quel posto, quella clinica e quei week end, la nostra vita sarebbe stata molto diversa.
In soli 3 mesi, un semplice caschetto ortopedico, risolse un'asimmetria di 1,4 cm riducendola a pochi millimetri. Se una clinica simile fosse stata in Italia ed avessimo potuto cominciare subito, avremmo risolto in 2 settimane.
Siamo tornati ancora e ancora a Barcellona con Alice grande, ed ogni volta ripercorriamo i luoghi che l'hanno vista barcollare sulle gambette incerte, il suo caschetto bianco ed una faccetta piena di curiosità!
Mi scuso per la lunghezza di questo post ma questa storia era doverosa per spiegare il significato davvero speciale che ha per noi Barcellona.
Potete capire la mia gioia nell'avere scoperto la ricetta di Mai, e nell'avere l'opportunità di rendere omaggio alla sua terra per la quale ho un affetto difficilmente descrivibile.
Premetto che non sono una grande esperta di cucina di mare.
Sono terragnola e vivo in un territorio dove si parla di ciccia la maggior parte del tempo, ma ho un marito molto appassionato e cresciuto da due genitori grandi amanti di pesce.
Così quello che so, l'ho imparato da lui e per me pesce ha una sola declinazione: semplicità.
Gli ingredienti della mia Fideuà sono quelli che qualsiasi peschereccio in alto mare potrebbe avere in abbondanza e che probabilmente la maggior parte dei pescatori è in grado di cucinare con fantasia ed abilità.
Sto parlando del "Pesce dimenticato", ovvero tutto quel pescato poco conosciuto e senza mercato, che generalmente viene ributtato in mare al termine della pesca perché non conosciuto e non richiesto dai consumatori.
E che incredibilmente, costa pochissimo.
E' ovviamente un problema di conoscenza e di marketing.
Ho avuto la fortuna di conoscere questa realtà attraverso alcuni eventi organizzati anni fa dall'Associazione Nazionale Città del Pesce di mare, che attraverso finanziamenti dell'Unione Europea, elaborò dei progetti di valorizzazione delle specie ittiche sconosciute denominate appunto "pesce dimenticato".
Parlo di pesci come la Razza, la Boga, il Pesce Sciabola, il Sugarello, la Tracina, il Grongo, lo Scorfano, il Palombo, il Pesce prete, il Pesce bandiera, ecc.
Nonostante la difficoltà a reperire questi pesci, sono riuscita a trovare degli ottimi Sugarelli, del Pesce Prete, delle piccole Gallinelle e delle Tracine, che ho sposato a cozze e vongole veraci in un piatto che, con mia immensa sorpresa, mi ha lasciata assolutamente a bocca aperta.
Andiamo alla ricetta: Per 4 persone
Per la Fideuà
400 gr di spaghettini spezzati
3 Sugarelli
500 gr di vongole veraci (col guscio)
500 gr di cozze
4 mazzancolle per decorazione
2 spicchi d'aglio
50 gr di pomodorini cigliegino
olio extra vergine Riviera Ligure DOP
Un ciuffo di prezzemolo
La scorza grattuggiata di un limone
sale - pepe nero
Per il brodo:
3 Tracine
1 Pesce prete
2 piccole gallinelle
la testa delle mazzancolle
1 cipolla
1 carota
1 mazzetto di prezzemolo
1 gambo di sedano
4 pomodorini cigliegino
sale
un filo d'olio extravergine
Per la salsa Pesto all'Etnea come accompagnamento
- 100 gr di pomodorini secchi sott'olio
- una manciata di origano secco
- una manciata di mandorle
- una manciata di pistacchi sgusciati al naturale, tostati.
- 7/8 olive di Kalamata
- 2 o 3 fiori di cappero sott'olio
- la punta di un coltello di peperoncino tritato
- olio extra vergine d'oliva, possibilmente Monte Etna DOP
- sale qb
Fate spurgare bene le vongole veraci, almeno un paio d'ore prima della cottura, cambiando spesso l'acqua e rimestandole con le mani nella loro ciotola. Eliminate quelle rotte o aperte.
Lavate bene le cozze, strofinatele con uno spazzolino ed eliminate il filamento nero legato al guscio. Tenete da parte avvolte in un panno umido.
La prima cosa è preparare il brodo.
La scelta è andata su questi pesci di fondale che notoriamente sono ottimi per preparare zuppe.
Lo scopo è quello di far cuocere il pesce rilasciando sapore al brodo e poter utilizzare la polpa delicata per arricchire la pasta.
Il sapore del pesce verrà restituito alla pasta attraverso il brodo.
Se non vi puliranno i pesci all'acquisto come è successo a me, dovrete farlo da soli.
I pesci vanno assolutamente eviscerati e ben lavati altrimenti vi troverete con un brodo amaro.
I pesci vanno assolutamente eviscerati e ben lavati altrimenti vi troverete con un brodo amaro.
Dovete stare attenti a maneggiare con cura sia le tracine che il pesce prete perché entrambi hanno pinne con aculei velenosi (se siete stati punti da una tracina come è successo a me, non lo dimenticherete facilmente).
La tracina ha una pinna dorsale fatta come un ventaglio che una volta aperto, mostra degli aghi sulle punte. Tagliatela.
Quindi procedete ad eviscerare il pesce partendo dall'orifizio sulla pancia, procedendo verso la testa. Eliminate le interiora accuratamente quindi sciacquatelo a lungo sotto l'acqua.
Quindi procedete ad eviscerare il pesce partendo dall'orifizio sulla pancia, procedendo verso la testa. Eliminate le interiora accuratamente quindi sciacquatelo a lungo sotto l'acqua.
Il pesce prete ha le due pinne laterali simili a quella dorsale della tracina.
Fate la stessa cosa quindi procedete all'eviscerazione.
Fate la stessa cosa quindi procedete all'eviscerazione.
Pulite anche le gallinelle e mettete tutto in una pentola capiente.
Aggiungete la cipolla pulita e tagliata in quarti, la carota pelata, il mazzetto di rosmarino con il sedano, ed i pomodorini interi e le teste di mazzancolle.
Aggiungete la cipolla pulita e tagliata in quarti, la carota pelata, il mazzetto di rosmarino con il sedano, ed i pomodorini interi e le teste di mazzancolle.
Coprite il tutto con abbondante acqua fredda e mettete sul fuoco a fiamma media.
Fate cuocere schiumando quando necessario, per almeno un paio d'ore o più, fino a che il brodo sarà ridotto.
Salate solo al termine della cottura secondo il vostro gusto.
Fate cuocere schiumando quando necessario, per almeno un paio d'ore o più, fino a che il brodo sarà ridotto.
Salate solo al termine della cottura secondo il vostro gusto.
Togliete i pesci e metteteli da parte insieme alla carota, eliminate il prezzemolo ed il sedano e con un colino od uno chinois filtrate il liquido.
Con un cucchiaio schiacciate bene le teste di gambero, le lische ed i pezzi di pesce, i pomodorini rimasti nel colino, per raccogliere il massimo degli aromi. Buttate ciò che resta.
Coprite il brodo e tenete da parte.
Pulite accuratamente i pesci del brodo eliminando lische, pelle e spine e tenete da parte i filettini.
Nella paelliera versate un filo d'olio e fatelo scaldare.
Cominciate con il tostare la pasta facendole prendere un color nocciola quindi toglietela e tenetela da parte.
Versate nuovamente olio e saltate le mazzancolle: fatele cuocere pochi minuti per lato. Salate e tenete da parte.
Versate ancora olio nella paellera ed uno spicchio d'aglio, fate insaporire senza bruciare l'aglio, quindi aggiungete i sugarelli puliti ed eviscerati. Versate due mestoli di brodo ed i pomodorini tagliati a metà e fate cuocere coperti, girandoli ogni tanto con delicatezza.
La cottura è veloce, c.ca 8 minuti. I sugarelli hanno una polpa compatta rosato scuro ed un sapore simile allo sgombro, ma molto più delicato.
Una volta cotti, toglieteli dalla paellera, puliteli accuratamente e tenete da parte i filetti.
Una volta cotti, toglieteli dalla paellera, puliteli accuratamente e tenete da parte i filetti.
Non eliminate il liquido di cottura, in cui farete aprire le vostre vongole veraci.
Versate le vongole nella paelliera ed alzate la fiamma.
Copritele ed attendete che si aprano completamente. Questo avverrà in circa 5/7 minuti. Salate a piacere.
Eliminate quelle che non si sono aperte, toglietele dai gusci quindi tenetene 6/8 per decorare il piatto e mettete da parte.
Copritele ed attendete che si aprano completamente. Questo avverrà in circa 5/7 minuti. Salate a piacere.
Eliminate quelle che non si sono aperte, toglietele dai gusci quindi tenetene 6/8 per decorare il piatto e mettete da parte.
Non eliminate il liquido, in cui andrete a versare le cozze.
Cospargete le vostre cozze con abbondante pepe (mano maschile, il vero amante delle cozze), quindi copritele ed attendete che si aprano come per le vongole. Eliminate i gusci e tenetene alcune nelle valve per decorare, quindi mettete da parte.
Si sarà formata una certa quantità di liquido.
Filtratelo con un colino molto sottile ed aggiungetelo al brodo che avete da parte.
Filtratelo con un colino molto sottile ed aggiungetelo al brodo che avete da parte.
Tutti gli ingredienti sono pronti e vanno solo assemblati al piatto.
Versate due o 3 mestoli di brodo nella paellera, la quantità che possa coprire la vostra pasta, portate a ebollizione quindi aggiungete gli spaghetti.
I miei davano 7 minuti di cottura quindi tempi piuttosto corti.
Ho fatto cuocere per c.ca 4 minuti sempre mescolando, poi ho aggiunto i filettini di pesce che avevo da parte.
Proseguite la cottura per altri 2 minuti sempre mescolando ed aggiungendo brodo quando necessario.
A c.ca un minuto dalla cottura, versate nella pasta le cozze e le vongole sgusciate e portate a cottura.
Assaggiate e regolate di sale se necessario.
Aggiungete una bella manciata di prezzemolo tritato e mescolate.
Aggiungete una bella manciata di prezzemolo tritato e mescolate.
Impiattate e decorate con le mazzancolle, le cozze e le vongole e cospargete con una manciatina di zeste di limone.
Accompagnate la Fideuà con il pesto all'Etnea preparato come segue:
Prendete i vostri pomodorini sott'olio e tritateli al coltello cercando di sminuzzarli senza ridurli completamente in poltiglia. Fate la stessa cosa con i fiori di cappero. Tritate le mandorle al mixer con un paio di cucchiai d'olio extra vergine. Snocciolate le olive di Kalamata e riducetele a filetti.
Tritate grossolanamente al coltello i pistacchi.
In una ciotolina mescolate i pomodorini, i fiori di cappero, l'origano, il peperoncino, le mandorle ed un pizzico di sale con olio extravergine fino ad ottenere un paté morbido e fluido.
E con questo lunghissimo post, sono felice di partecipare all'MTC di marzo con la Fideuà di Mai.
lunedì 11 febbraio 2013
Marmellata di arance e le storie del Belèssa.
Amarcord - N. Rota
Appena calava il sole, correvamo a guardarlo.
Sapevamo di trovarlo là, con la falce in mano. Faceva lenti movimenti circolari, ritmici, perfetti e la lunga erba che un minuto prima era lì, alta quasi fino alle ginocchia, adesso formava mucchietti di fieno che lui sistemava ordinatamente intorno a sé.
Noi bambini sedevamo sul prato, le ginocchia fra le braccia e lo osservavamo in silenzio, ipnotizzati.
Il suono della falce era un sibilo di vento.
La lama luccicava fra l'erba.
Il nonno era grande. O almeno io lo ricordo così. Spalle larghe, forti, un bel portamento elegante. Era alto ed aveva un'espressione mite, rassicurante. Ricordo la sua onda nei capelli anche quando era scarmigliato.
Lavorava la sua campagna silenzioso ed ogni tanto ci lasciava usare il rastrello di legno che era così lungo da doverlo tirare in due.
Quando aveva finito con la falce, si sciacquava nella fonte, si sedeva sotto la pergola accanto al tavolo di pietra, e si rollava una sigaretta.
Mi chiedevo ogni volta come riuscisse a prepararsi una sigaretta così sottile con quelle manone.
Usava una scatoletta magica: sfilava una cartina da una piccola busta, prendeva un pizzico di tabacco da una tasca e delicatamente riempiva lo spazio concavo sulla cartina appoggiata alla scatola. Poi chiudeva il coperchio e la sigaretta usciva rotolando dall'alto. La magia era fatta.
Fumava piano, tenendo la cicca tra il pollice e l'indice, lo sguardo sempre rivolto al suo lago. Finita la sigaretta, si faceva un bicchiere del suo vino e se ci avvicinavamo, ce lo offriva inzuppando un pezzetto di michetta.
Se era buono quel pane colorato di rosso.
In paese lo chiamavano El Belèssa. Era figlio del Belèssa, il mio bisnonno che non ho mai conosciuto e come lui si meritò questo appellativo. Il Bellezza.
Di conseguenza mia madre, anche lei bellissima, divenne "la fioea del Belèssa".
Un nonno bello anche quando si ammalò e perse la parola, lui che amava tanto raccontare.
Negli ultimi tempi, nel letto d'ospedale, il suo più grande dispiacere era non poter parlare con noi.
Si arrabbiava come una furia e nel tentativo di articolare qualche suono, potevamo riconoscere le sue classiche parolacce in dialetto. Allora scoppiavamo a ridere come matti (trattenendo un groppo in gola) e lui si calmava e rideva con noi.
In quelle sere d'estate trascorse al lago, ci sedevamo all'aperto e ascoltavamo sue avventure. Aveva una voce baritonale, sicura e parlava un bell'italiano interrotto ogni tanto da qualche parola dialettale. Questo rendeva tutto più colorito.
Il nonno ci rapiva ogni volta con la storia del "Regolo".
Nelle valli intorno alla casa dei nonni, si trovavano spesso serpenti, salamandre, ramarri e non era difficile incontrare vipere.
Noi bambini eravamo costantemente avvisati: e non salite sulle rocce, e non camminate nell'erba alta, e attenti a dove mettete le mani....insomma una vera e propria litania di raccomandazioni.
Che venivano puntualmente ignorate.
Il nonno invece ci incuteva un terrore senza limiti con una semplice storia.
"Il Regolo è il re dei serpenti. Quello che ha vissuto più a lungo e che può arrivare ad oltre cento anni. Allora si trasforma e diventa il Regolo. E' velenoso e terribile ma è cieco, corto e tozzo, non può muoversi con velocità.
Ha la testa grossa come quella di un gatto e se si sente in pericolo emette un fischio che richiama a sé tutti i serpenti della zona. Allora tu sei spacciato".
Il nonno affermava di averlo visto da lontano in una piccola radura e che, senza farsi accorgere lo aveva sorpreso ed ucciso con una badilata. Lo aveva poi infilato in un sacco e mostrato a mia nonna, ma non a mia madre, perché a quel tempo era incinta di mia sorella e si sarebbe spaventata.
La fantasia di noi bambini andava al galoppo. Eravamo curiosi e al contempo terrorizzati. Avremmo voluto vedere questo Re dei Serpenti e magari incontrarlo, ma per tutta risposta finivamo col sognarcelo la notte e risvegliarci madidi di sudore.
Il nonno rideva di gusto a vederci così spaventati e ripartiva con un'altra delle sue meravigliose storie.
Le sere d'estate volavano via dietro la sua voce.
Questa è una foto di mio nonno Donato scattata da un fotografo tedesco che passava per la mulattiera lungo la quale sorge la casa dei miei nonni.
Stava scattando foto al paesaggio e quando vide mio nonno, allora già over 70, gli chiese di posare per una foto. Stava andando nella sua campagna come ha fatto per tutta la vita fino al giorno in cui l'ictus si è portato via le sue parole e le sue gambe.
Io lo ricordo sempre così, con i suoi attrezzi ed io suo bel sorriso sincero.
Mio nonno amava mangiare bene.
Mia nonna Gina non amava molto cucinare e preparava spesso le solite cose, che però erano piatti portentosi. Ma mia madre, da grande, quando ormai sposata aveva imparato a cucinare dei buoni mangiarini, viziava mio nonno ogni volta che andavamo al lago. Lui era goloso di dolci ed una delle suo cose preferite era la zuppa inglese ed i biscotti inzuppati nel vino.
Quando mi sarei divertita a coccolarlo con il cibo se ci fosse ancora.
Questa ricetta è da un po' che aspetta di essere pubblicata.
La coincidenza ha voluto che l'ultima volta che ho parlato del lago, stessi preparando la confettura di albicocche.
Questa volta sono arance, in una ricetta abbastanza semplice e veloce anche se richiede una discreta pazienza e l'uso di arance buonissime!
Marmellata di arance (per c.ca 6 vasetti medi)
2 chili di arance bionde di Sicilia
1 chilo di zucchero
il succo di 2 limoni
2 cucchiai abbondanti di buon Rum
Pelate la buccia di un'arancia togliendo accuratamente solo la parte arancio e tagliatela a julienne sottili. Mettete acqua fredda in un padellino, aggiungete la scorza a julienne. Portate a ebollizione quindi scolate. Ripetete l'operazione 3 volte. Questo serve ad eliminare l'amaro dalle scorzette. Tenete da parte.
Adesso comincia il lavoro più lungo. Dovete pelare al vivo le arance. Usate un coltellino affilato con lama a seghetto e togliete quanto più bianco riuscite perché nella cottura è proprio lui a rilasciare l'amaro.
Versate la polpa dell'arancia in una larga pentola (possibilmente antiaderente) ed aggiungete lo zucchero. Mescolate e cuocete a fiamma vivace per almeno 40 minuti. La frutta comincerà a schiumare ma non c'è bisogno che togliate la schiuma. Piano piano, con la cottura, si assorbirà.
Dopo c.ca 40 minuti, il composto sarà ancora liquido. Se a voi piace la marmellata senza pezzetti di frutta, potrete a questo punto passare velocemente il mixer a immersione, altrimenti lasciate tutto così com'è ed aggiungete le scorzette. Proseguite la cottura per almeno altri 30/40 minuti, monitorando la densità della marmellata. Scegliete il vs. grado di cottura, ma ricordate che raffreddandosi la marmellata diventa più "dura". Io ho preferito lasciarla un po' più morbida.
Una volta pronta (se volete, fate la prova piattino, ovvero controllate se una goccia di marmellata versata sul piattino scivoli fluida o molto lentamente. Nel secondo caso la marmellata è pronta), spegnete la fiamma e versate il succo dei limoni ed il rum nella marmellata ancora calda. Mescolate bene e versate immediatamente in vasetti sterilizzati. Tappate con cura e capovolgete. Fate raffreddare e conservate al fresco, possibilmente in un luogo lontano dalla luce.
Se attendete un mese prima di consumarla, sarà sicuramente ancora più buona.
Appena calava il sole, correvamo a guardarlo.
Sapevamo di trovarlo là, con la falce in mano. Faceva lenti movimenti circolari, ritmici, perfetti e la lunga erba che un minuto prima era lì, alta quasi fino alle ginocchia, adesso formava mucchietti di fieno che lui sistemava ordinatamente intorno a sé.
Noi bambini sedevamo sul prato, le ginocchia fra le braccia e lo osservavamo in silenzio, ipnotizzati.
Il suono della falce era un sibilo di vento.
La lama luccicava fra l'erba.
Il nonno era grande. O almeno io lo ricordo così. Spalle larghe, forti, un bel portamento elegante. Era alto ed aveva un'espressione mite, rassicurante. Ricordo la sua onda nei capelli anche quando era scarmigliato.
Lavorava la sua campagna silenzioso ed ogni tanto ci lasciava usare il rastrello di legno che era così lungo da doverlo tirare in due.
Quando aveva finito con la falce, si sciacquava nella fonte, si sedeva sotto la pergola accanto al tavolo di pietra, e si rollava una sigaretta.
Mi chiedevo ogni volta come riuscisse a prepararsi una sigaretta così sottile con quelle manone.
Usava una scatoletta magica: sfilava una cartina da una piccola busta, prendeva un pizzico di tabacco da una tasca e delicatamente riempiva lo spazio concavo sulla cartina appoggiata alla scatola. Poi chiudeva il coperchio e la sigaretta usciva rotolando dall'alto. La magia era fatta.
Fumava piano, tenendo la cicca tra il pollice e l'indice, lo sguardo sempre rivolto al suo lago. Finita la sigaretta, si faceva un bicchiere del suo vino e se ci avvicinavamo, ce lo offriva inzuppando un pezzetto di michetta.
Se era buono quel pane colorato di rosso.
In paese lo chiamavano El Belèssa. Era figlio del Belèssa, il mio bisnonno che non ho mai conosciuto e come lui si meritò questo appellativo. Il Bellezza.
Di conseguenza mia madre, anche lei bellissima, divenne "la fioea del Belèssa".
Un nonno bello anche quando si ammalò e perse la parola, lui che amava tanto raccontare.
Negli ultimi tempi, nel letto d'ospedale, il suo più grande dispiacere era non poter parlare con noi.
Si arrabbiava come una furia e nel tentativo di articolare qualche suono, potevamo riconoscere le sue classiche parolacce in dialetto. Allora scoppiavamo a ridere come matti (trattenendo un groppo in gola) e lui si calmava e rideva con noi.
In quelle sere d'estate trascorse al lago, ci sedevamo all'aperto e ascoltavamo sue avventure. Aveva una voce baritonale, sicura e parlava un bell'italiano interrotto ogni tanto da qualche parola dialettale. Questo rendeva tutto più colorito.
Il nonno ci rapiva ogni volta con la storia del "Regolo".
Nelle valli intorno alla casa dei nonni, si trovavano spesso serpenti, salamandre, ramarri e non era difficile incontrare vipere.
Noi bambini eravamo costantemente avvisati: e non salite sulle rocce, e non camminate nell'erba alta, e attenti a dove mettete le mani....insomma una vera e propria litania di raccomandazioni.
Che venivano puntualmente ignorate.
Il nonno invece ci incuteva un terrore senza limiti con una semplice storia.
"Il Regolo è il re dei serpenti. Quello che ha vissuto più a lungo e che può arrivare ad oltre cento anni. Allora si trasforma e diventa il Regolo. E' velenoso e terribile ma è cieco, corto e tozzo, non può muoversi con velocità.
Ha la testa grossa come quella di un gatto e se si sente in pericolo emette un fischio che richiama a sé tutti i serpenti della zona. Allora tu sei spacciato".
Il nonno affermava di averlo visto da lontano in una piccola radura e che, senza farsi accorgere lo aveva sorpreso ed ucciso con una badilata. Lo aveva poi infilato in un sacco e mostrato a mia nonna, ma non a mia madre, perché a quel tempo era incinta di mia sorella e si sarebbe spaventata.
La fantasia di noi bambini andava al galoppo. Eravamo curiosi e al contempo terrorizzati. Avremmo voluto vedere questo Re dei Serpenti e magari incontrarlo, ma per tutta risposta finivamo col sognarcelo la notte e risvegliarci madidi di sudore.
Il nonno rideva di gusto a vederci così spaventati e ripartiva con un'altra delle sue meravigliose storie.
Le sere d'estate volavano via dietro la sua voce.
Questa è una foto di mio nonno Donato scattata da un fotografo tedesco che passava per la mulattiera lungo la quale sorge la casa dei miei nonni.
Stava scattando foto al paesaggio e quando vide mio nonno, allora già over 70, gli chiese di posare per una foto. Stava andando nella sua campagna come ha fatto per tutta la vita fino al giorno in cui l'ictus si è portato via le sue parole e le sue gambe.
Io lo ricordo sempre così, con i suoi attrezzi ed io suo bel sorriso sincero.
Mia nonna Gina non amava molto cucinare e preparava spesso le solite cose, che però erano piatti portentosi. Ma mia madre, da grande, quando ormai sposata aveva imparato a cucinare dei buoni mangiarini, viziava mio nonno ogni volta che andavamo al lago. Lui era goloso di dolci ed una delle suo cose preferite era la zuppa inglese ed i biscotti inzuppati nel vino.
Quando mi sarei divertita a coccolarlo con il cibo se ci fosse ancora.
Questa ricetta è da un po' che aspetta di essere pubblicata.
La coincidenza ha voluto che l'ultima volta che ho parlato del lago, stessi preparando la confettura di albicocche.
Questa volta sono arance, in una ricetta abbastanza semplice e veloce anche se richiede una discreta pazienza e l'uso di arance buonissime!
Marmellata di arance (per c.ca 6 vasetti medi)
2 chili di arance bionde di Sicilia
1 chilo di zucchero
il succo di 2 limoni
2 cucchiai abbondanti di buon Rum
Pelate la buccia di un'arancia togliendo accuratamente solo la parte arancio e tagliatela a julienne sottili. Mettete acqua fredda in un padellino, aggiungete la scorza a julienne. Portate a ebollizione quindi scolate. Ripetete l'operazione 3 volte. Questo serve ad eliminare l'amaro dalle scorzette. Tenete da parte.
Adesso comincia il lavoro più lungo. Dovete pelare al vivo le arance. Usate un coltellino affilato con lama a seghetto e togliete quanto più bianco riuscite perché nella cottura è proprio lui a rilasciare l'amaro.
Versate la polpa dell'arancia in una larga pentola (possibilmente antiaderente) ed aggiungete lo zucchero. Mescolate e cuocete a fiamma vivace per almeno 40 minuti. La frutta comincerà a schiumare ma non c'è bisogno che togliate la schiuma. Piano piano, con la cottura, si assorbirà.
Dopo c.ca 40 minuti, il composto sarà ancora liquido. Se a voi piace la marmellata senza pezzetti di frutta, potrete a questo punto passare velocemente il mixer a immersione, altrimenti lasciate tutto così com'è ed aggiungete le scorzette. Proseguite la cottura per almeno altri 30/40 minuti, monitorando la densità della marmellata. Scegliete il vs. grado di cottura, ma ricordate che raffreddandosi la marmellata diventa più "dura". Io ho preferito lasciarla un po' più morbida.
Una volta pronta (se volete, fate la prova piattino, ovvero controllate se una goccia di marmellata versata sul piattino scivoli fluida o molto lentamente. Nel secondo caso la marmellata è pronta), spegnete la fiamma e versate il succo dei limoni ed il rum nella marmellata ancora calda. Mescolate bene e versate immediatamente in vasetti sterilizzati. Tappate con cura e capovolgete. Fate raffreddare e conservate al fresco, possibilmente in un luogo lontano dalla luce.
Se attendete un mese prima di consumarla, sarà sicuramente ancora più buona.
venerdì 28 settembre 2012
Ritorno a casa....alla Bagnaia.
Wild horses - The Silver Brumby
Questo è un post nostalgico quindi siete perdonate se vorrete saltarlo a piè pari.
In più non ci sono ricette ma tante foto perché sabato scorso ho fatto un tuffo nel mio passato ed ho il cuore ancora un po' indolenzito.
Chi mi segue, sa che sono "capitata" in Toscana per destino, un destino voluto da mio padre, che decise di lasciare Milano per cominciare una nuova avventura lavorativa nella campagna senese, dove il suo datore di lavoro aveva appena comprato una tenuta di millanta ettari e ci aveva costruito un centro ippico nuovo di pacca.
Si, perché mio padre è stato addestratore di cavalli per praticamente 50 anni e mia sorella ed io siamo cresciute in mezzo a loro. Ma proprio in mezzo, se si pensa che dalla parete della nostra cucina, una finestrella di 50x50 cm di lato, si affacciava direttamente sulla scuderia e consentiva a mio padre di controllare che gli animali stessero bene anche di notte.
Per 2 bambine di 6 e 7 anni che scendevano dalla città, abituate al cemento ed a quartieri pieni di palazzi, piombare nel mezzo di una natura così grande e sconosciuta, è stato come risvegliarsi dentro un sogno. Un parco giochi misterioso e bellissimo che avrebbe fatto da sfondo a milioni di avventure indimenticabili.
Il luogo dove sono cresciuta è uno dei più incantevoli d'Italia.
Non mi piace esagerare, non sono una che si vanta ma in questo caso è la verità e spesso mi dico che se sono in parte la persona che sono oggi, è anche grazie alla bellezza che mi ha circondata fino ai miei 30 anni.
Oggi la Bagnaia è questo, ma quando siamo arrivati qui, nel 1974, il borgo era abitato da c.ca 300 anime e noi eravamo l'unica famiglia ad abitare alla scuderia. Quando parlo di scuderia, non mi riferisco alla tradizionale stalla dove vengono "alloggiati" cavalli, ma ad una sorta di castello alla Falcon Crest che lasciava senza parole qualsiasi amico o parente avesse voglia di venirci a trovare.
Questo è l'edificio dove sono cresciuta
La cosa più indimenticabile non era certo la casa (il nostro era un appartamento di 80 mq situato nell'ala destra adiacente alla scuderia e molto modesto ma confortevole).
Era tutto il resto: i prati all'inglese curati con amore da uno zelante giardiniere, aiuole, cespugli di bacche colorate, i paddock per i cavalli, il viale di cipressi centenari, il piccolo borgo in cima alla collina, il laghetto artificiale, le vigne e gli orti e lui, l'immenso bosco dove mio padre portava i cavalli in passeggiata e noi ci addentravamo per nuove scoperte quotidiane.
Il centro ippico era privato ma era stato costruito con il preciso scopo di farci almeno un concorso importante all'anno, progetto che poi è diventato una realtà visto che La Bagnaia è adesso una competizione internazionale di grande prestigio. Ma durante i concorsi, spesso mia sorella ed io scappavamo perché detestavamo che la "nostra" casa fosse invasa da estranei.
Così, nonostante sapessi di andare incontro a ricordi e malinconie, sabato scorso sono voluta tornare a vedere il concorso in quella che un tempo fu casa mia.
Nel campo prova c'è chi si prepara per la prossima gara
Chi invece ha appena finito e si fa coccolare
Chi è in cerca di compagnia....
E chi invece aspetta precise istruzioni...
Nel campo ostacoli, mia sorella ed io abbiamo trascorso interi pomeriggi a giocare e correre come forsennate. Adesso si salta soltanto...
Amo i cavalli, sono gli animali più belli e nobili al mondo. Hanno un espressione commovente, intensa, unica. I cavalli creano dipendenza, chiedetelo a mio padre.
I cavalli sono gli animali dei re....
ma anche delle principesse...
E soprattutto sono amati in tutto il mondo
Il concorso ippico La Bagnaia si tiene ogni anno verso la fine di Settembre. Se amate i cavalli, è un momento unico in posto speciale.
Perdonate la nostalgia e l'aver indugiato a lungo, ma spero di avervi regalato un po' di bellezza.
Questo è un post nostalgico quindi siete perdonate se vorrete saltarlo a piè pari.
In più non ci sono ricette ma tante foto perché sabato scorso ho fatto un tuffo nel mio passato ed ho il cuore ancora un po' indolenzito.
Chi mi segue, sa che sono "capitata" in Toscana per destino, un destino voluto da mio padre, che decise di lasciare Milano per cominciare una nuova avventura lavorativa nella campagna senese, dove il suo datore di lavoro aveva appena comprato una tenuta di millanta ettari e ci aveva costruito un centro ippico nuovo di pacca.
Si, perché mio padre è stato addestratore di cavalli per praticamente 50 anni e mia sorella ed io siamo cresciute in mezzo a loro. Ma proprio in mezzo, se si pensa che dalla parete della nostra cucina, una finestrella di 50x50 cm di lato, si affacciava direttamente sulla scuderia e consentiva a mio padre di controllare che gli animali stessero bene anche di notte.
Per 2 bambine di 6 e 7 anni che scendevano dalla città, abituate al cemento ed a quartieri pieni di palazzi, piombare nel mezzo di una natura così grande e sconosciuta, è stato come risvegliarsi dentro un sogno. Un parco giochi misterioso e bellissimo che avrebbe fatto da sfondo a milioni di avventure indimenticabili.
Il luogo dove sono cresciuta è uno dei più incantevoli d'Italia.
Non mi piace esagerare, non sono una che si vanta ma in questo caso è la verità e spesso mi dico che se sono in parte la persona che sono oggi, è anche grazie alla bellezza che mi ha circondata fino ai miei 30 anni.
Oggi la Bagnaia è questo, ma quando siamo arrivati qui, nel 1974, il borgo era abitato da c.ca 300 anime e noi eravamo l'unica famiglia ad abitare alla scuderia. Quando parlo di scuderia, non mi riferisco alla tradizionale stalla dove vengono "alloggiati" cavalli, ma ad una sorta di castello alla Falcon Crest che lasciava senza parole qualsiasi amico o parente avesse voglia di venirci a trovare.
Questo è l'edificio dove sono cresciuta
Era tutto il resto: i prati all'inglese curati con amore da uno zelante giardiniere, aiuole, cespugli di bacche colorate, i paddock per i cavalli, il viale di cipressi centenari, il piccolo borgo in cima alla collina, il laghetto artificiale, le vigne e gli orti e lui, l'immenso bosco dove mio padre portava i cavalli in passeggiata e noi ci addentravamo per nuove scoperte quotidiane.
Il centro ippico era privato ma era stato costruito con il preciso scopo di farci almeno un concorso importante all'anno, progetto che poi è diventato una realtà visto che La Bagnaia è adesso una competizione internazionale di grande prestigio. Ma durante i concorsi, spesso mia sorella ed io scappavamo perché detestavamo che la "nostra" casa fosse invasa da estranei.
Così, nonostante sapessi di andare incontro a ricordi e malinconie, sabato scorso sono voluta tornare a vedere il concorso in quella che un tempo fu casa mia.
Nel campo prova c'è chi si prepara per la prossima gara
Chi invece ha appena finito e si fa coccolare
Chi è in cerca di compagnia....
E chi invece aspetta precise istruzioni...
Nel campo ostacoli, mia sorella ed io abbiamo trascorso interi pomeriggi a giocare e correre come forsennate. Adesso si salta soltanto...
Amo i cavalli, sono gli animali più belli e nobili al mondo. Hanno un espressione commovente, intensa, unica. I cavalli creano dipendenza, chiedetelo a mio padre.
I cavalli sono gli animali dei re....
ma anche delle principesse...
E soprattutto sono amati in tutto il mondo
Il concorso ippico La Bagnaia si tiene ogni anno verso la fine di Settembre. Se amate i cavalli, è un momento unico in posto speciale.
Perdonate la nostalgia e l'aver indugiato a lungo, ma spero di avervi regalato un po' di bellezza.
venerdì 7 settembre 2012
La mia polpa pronta e della salsa fatta in casa
Let's call the whole thing off - Ella Fitzgerald and Louis Amstrong
Una cosa che in casa mia non si compra, non si è mai comprata e probabilmente mai si farà, è la passata di pomodoro.
Chiamatela salsa, chiamatela conserva, chiamatela come volete, ma se fosse per la mia famiglia e quella di mio marito, la Cirio e affini, avrebbero vita molto difficile.
Non avevo neanche 4 anni, ed uno dei primi ricordi chiari che ho impressi nella mia mente, sono gli agosti trascorsi a Roma a casa di mia nonna Emma ed il rito della salsa. Perché di vero e proprio rito trattasi.
La famiglia di mio padre era molto numerosa: sei fratelli, tutti sposati e all'epoca piuttosto prolifici (io sono la prima nipote ma dopo di me si è scatenato l'inferno) e fare la salsa non era una roba per vecchi.
Mia nonna comprava mediamente dai 5 ai 6 quintali di pomodori.
Non ridete: fate il rapporto tra i 6 quintali che mia nonna comprava per produrre salsa per c.ca 18 persone e mia suocera che ne compra 3 per sole 7 persone.
Adesso potete capire perché in casa mia la salsa fatta in casa è una cosa seria.
All'epoca fare la salsa non solo era un rito, ma tutto si trasformava in un pretesto per far festa. Si cominciava il pomeriggio, quando il solleone si placava e noi bambini a lavare tutti 'sti pomodori galleggianti nelle tinozze e a spruzzarci dalla testa ai piedi.
Le donne erano le addette alle bottiglie. Il lavaggio era la cosa più fastidiosa e lunga e quando le bottiglie erano pronte (in genere si cominciava la sera prima ...avete idea del numero di bottiglie?), i pomodori puliti venivano tagliati a metà. Nonna dirigeva i lavori e di regola, sedeva al passaverdura elettrico dove cominciavano a venire passati i pomodori. Gli uomini erano gli addetti a riempire e tappare le bottiglie con l'inserimento del basilico (fondamentale).
Si finiva di tappare le ultime bottiglie intorno alla mezzanotte. Centinaia di bottigliette di birra piene di questo oro rosso, venivano sistemate in 3 caldaie gigantesche (dove avremmo potuto entrare con facilità anche noi bambini) alternate con la carta di giornale affinché bollendo, non si spaccassero. Restavano a bollire coperte di acqua, tutta la notte.
Nel frattempo, nonna aveva approntato una tavolata nel cortile, dove tutti quanti, stanchi ma felici, Ci ritempravamo con pane e pomodoro, pane e olio, mozzarelle e l'immancabile anguria gigante.
Quando mi sono sposata, questa eredità che ho avuto fortuna di ricevere fino a oltre 20 anni (poi nonna ha smesso ed ha cominciato mia madre), mi è ritornata da mia suocera, che tutt'ora nonostante l'età e gli acciacchi, non rinuncia alla salsa fatta in casa per tutta la famiglia.
Confesso che 2 anni fa io e mia cognata ci siamo offerte di fare la salsa. Abbiamo affrontato i famigerati 3 quintali di pomodori e tutto è avvenuto il giorno di Ferragosto. Indimenticabile: vi garantisco che, dopo la vendemmia, fare la salsa è una delle cose più estenuanti che esistano.
Dal mio ultimo viaggio in Molise, la settimana scorsa, ho riportato una discreta quantità di pomodori San Marzano favolosi: dolci, maturi, con una pelle sottilissima...insomma in una parola perfetti.
Mia suocera me li ha impacchettati ben bene e la mia idea era quella di farci qualche barattolo di polpa pronta, perché a me piace molto il pomodoro intero o a pezzettini, tanto per alternarlo alla salsa. Così mi sono messa al lavoro. Erano solo 5 o 6 chili, quindi ho fatto presto. Ma non c'è cosa più facile al mondo se volete imprigionare l'estate ed avere qualcosa di veramente buono con cui vestire i vostri spaghetti quest'inverno.
Ingredienti:
- Pomodori San Marzano maturi (da loro dipende la qualità della vs conserva)
- Un bel mazzo di basilico
- Vasetti sterilizzati
- Una caldaia d'alluminio grande.
Mettete a bollire una pentola piena d'acqua e tuffateci pochi pomodori alla volta. Fateli bollire pochi secondi, quindi toglieteli con un mestolo forato. Con uno spilucchino incideteli sulla pancia e la pelle verrà via con estrema facilità. Possibilmente fate questa operazione con i pomodori ancora caldi. Lo so, è fastidioso, ma farete velocissimo. Conservate le bucce.
Una volta pelati tutti i pomodori, tagliateli a metà e eliminate i semi ed il frenulo centrale in modo da ottenere solo due metà completamente pulite. Conservate i semi e i frenuli.
Prendete i vostri petali di pomodoro e tagliateli a metà nella lunghezza quindi striscioline non troppo sottili.
Mettete qualche foglia di basilico sul fondo dei barattoli, quindi cominciate a invasare, ricordandovi di mettere altro basilico a metà del barattolo, quindi in cima una volta riempito.
Chiudete bene i barattoli e sistemateli nella caldaia, usando anche degli strofinacci per separarli, affinché non urtino tra loro durante la bollitura.
Coprite i barattoli di acqua fredda e portate a ebollizione. Devono bollire almeno 30 minuti. Una volta trascorso il tempo. Spegnete il gas e fate raffreddare nell'acqua.
E con le bucce e semini? Qui non si butta via niente.
Passateli bene al passaverdure ed avrete la vostra salsa pronta per la spaghettata di domani.
Psssss....tanti auguri Amore mio!
Con questa ricetta partecipo al contest di About Food sulle conserve
Una cosa che in casa mia non si compra, non si è mai comprata e probabilmente mai si farà, è la passata di pomodoro.
Chiamatela salsa, chiamatela conserva, chiamatela come volete, ma se fosse per la mia famiglia e quella di mio marito, la Cirio e affini, avrebbero vita molto difficile.
Non avevo neanche 4 anni, ed uno dei primi ricordi chiari che ho impressi nella mia mente, sono gli agosti trascorsi a Roma a casa di mia nonna Emma ed il rito della salsa. Perché di vero e proprio rito trattasi.
La famiglia di mio padre era molto numerosa: sei fratelli, tutti sposati e all'epoca piuttosto prolifici (io sono la prima nipote ma dopo di me si è scatenato l'inferno) e fare la salsa non era una roba per vecchi.
Mia nonna comprava mediamente dai 5 ai 6 quintali di pomodori.
Non ridete: fate il rapporto tra i 6 quintali che mia nonna comprava per produrre salsa per c.ca 18 persone e mia suocera che ne compra 3 per sole 7 persone.
Adesso potete capire perché in casa mia la salsa fatta in casa è una cosa seria.
All'epoca fare la salsa non solo era un rito, ma tutto si trasformava in un pretesto per far festa. Si cominciava il pomeriggio, quando il solleone si placava e noi bambini a lavare tutti 'sti pomodori galleggianti nelle tinozze e a spruzzarci dalla testa ai piedi.
Le donne erano le addette alle bottiglie. Il lavaggio era la cosa più fastidiosa e lunga e quando le bottiglie erano pronte (in genere si cominciava la sera prima ...avete idea del numero di bottiglie?), i pomodori puliti venivano tagliati a metà. Nonna dirigeva i lavori e di regola, sedeva al passaverdura elettrico dove cominciavano a venire passati i pomodori. Gli uomini erano gli addetti a riempire e tappare le bottiglie con l'inserimento del basilico (fondamentale).
Si finiva di tappare le ultime bottiglie intorno alla mezzanotte. Centinaia di bottigliette di birra piene di questo oro rosso, venivano sistemate in 3 caldaie gigantesche (dove avremmo potuto entrare con facilità anche noi bambini) alternate con la carta di giornale affinché bollendo, non si spaccassero. Restavano a bollire coperte di acqua, tutta la notte.
Nel frattempo, nonna aveva approntato una tavolata nel cortile, dove tutti quanti, stanchi ma felici, Ci ritempravamo con pane e pomodoro, pane e olio, mozzarelle e l'immancabile anguria gigante.
Quando mi sono sposata, questa eredità che ho avuto fortuna di ricevere fino a oltre 20 anni (poi nonna ha smesso ed ha cominciato mia madre), mi è ritornata da mia suocera, che tutt'ora nonostante l'età e gli acciacchi, non rinuncia alla salsa fatta in casa per tutta la famiglia.
Confesso che 2 anni fa io e mia cognata ci siamo offerte di fare la salsa. Abbiamo affrontato i famigerati 3 quintali di pomodori e tutto è avvenuto il giorno di Ferragosto. Indimenticabile: vi garantisco che, dopo la vendemmia, fare la salsa è una delle cose più estenuanti che esistano.
Dal mio ultimo viaggio in Molise, la settimana scorsa, ho riportato una discreta quantità di pomodori San Marzano favolosi: dolci, maturi, con una pelle sottilissima...insomma in una parola perfetti.
Mia suocera me li ha impacchettati ben bene e la mia idea era quella di farci qualche barattolo di polpa pronta, perché a me piace molto il pomodoro intero o a pezzettini, tanto per alternarlo alla salsa. Così mi sono messa al lavoro. Erano solo 5 o 6 chili, quindi ho fatto presto. Ma non c'è cosa più facile al mondo se volete imprigionare l'estate ed avere qualcosa di veramente buono con cui vestire i vostri spaghetti quest'inverno.
Ingredienti:
- Pomodori San Marzano maturi (da loro dipende la qualità della vs conserva)
- Un bel mazzo di basilico
- Vasetti sterilizzati
- Una caldaia d'alluminio grande.
Mettete a bollire una pentola piena d'acqua e tuffateci pochi pomodori alla volta. Fateli bollire pochi secondi, quindi toglieteli con un mestolo forato. Con uno spilucchino incideteli sulla pancia e la pelle verrà via con estrema facilità. Possibilmente fate questa operazione con i pomodori ancora caldi. Lo so, è fastidioso, ma farete velocissimo. Conservate le bucce.
Una volta pelati tutti i pomodori, tagliateli a metà e eliminate i semi ed il frenulo centrale in modo da ottenere solo due metà completamente pulite. Conservate i semi e i frenuli.
Prendete i vostri petali di pomodoro e tagliateli a metà nella lunghezza quindi striscioline non troppo sottili.
Mettete qualche foglia di basilico sul fondo dei barattoli, quindi cominciate a invasare, ricordandovi di mettere altro basilico a metà del barattolo, quindi in cima una volta riempito.
Chiudete bene i barattoli e sistemateli nella caldaia, usando anche degli strofinacci per separarli, affinché non urtino tra loro durante la bollitura.
Coprite i barattoli di acqua fredda e portate a ebollizione. Devono bollire almeno 30 minuti. Una volta trascorso il tempo. Spegnete il gas e fate raffreddare nell'acqua.
E con le bucce e semini? Qui non si butta via niente.
Passateli bene al passaverdure ed avrete la vostra salsa pronta per la spaghettata di domani.
Psssss....tanti auguri Amore mio!
Con questa ricetta partecipo al contest di About Food sulle conserve
lunedì 3 settembre 2012
Clafoutis di ricotta e prugne gialle e rosse. E di case di passaggio.
September Song - Django Reinhardt
Durante i primi 6 anni di matrimonio abbiamo fatto 3 traslochi.
Le prime 2 case che ci hanno ospitato, erano esattamente il sogno toscano per chiunque immagini la Toscana da film: entrambe erano due casali primi novecento, all'interno di due tenute, una più bella dell'altra, distanti dalla città, completamente circondate da colline, vigneti, viali di cipressi, boschi, piccole pievi ed amenità del genere. Ovviamente nessuna delle due era in vendita ed in ogni caso non sarebbe stata accessibile per le nostre misere finanze di giovani sposi. Per ben due volte ci siamo sentiti dire che avremmo dovuto lasciare la casa in breve tempo, la prima perché il borgo sarebbe stato trasformato in un Hotel 5 stelle; la seconda perché sarebbe diventata un agriturismo da lì a qualche mese.
La seconda casa, in particolare, si trovava a c.ca 15 km dalla città, nel cuore delle crete senesi. Per raggiungerla si guidava lungo uno dei percorsi più panoramici della provincia ed una volta raggiunta, dalla nostra terrazza potevamo osservare la silhouette di Siena distesa sulle colline e la Torre del Mangia dritta come un indice a ribadire: "io sono qua da secoli!".
Per i due anni che abbiamo vissuto in quella casa, ogni volta che aprivo la porta di ritorno dal lavoro, mi sentivo in vacanza. E' stata la sensazione più bella che abbia mai avuto abitando una casa. In quel posto meraviglioso abbiamo concepito nostra figlia e quando l'abbiamo lasciata, le nostre vacanze sono finite.
La casa a fianco alla nostra, era di proprietà di una dottoressa parigina, che ogni paio di mesi si trasferiva per trascorrere qualche settimana nel suo paradiso toscano. Avevamo la terrazza in comune quindi spesso accadeva di scambiarsi cortesie ed assaggi. E' stato in quel periodo che ho scoperto il "clafoutis". Lei lo preparava spesso, con frutta diversa. Io ne avevo sentito parlare ma non lo avevo mai assaggiato. E la prima volta fu di albicocche.
Il nome così esotico mi affascinava e più avanti ho provato a farlo anche io spesso perché amo la frutta cotta e questo è un dolcino che si fa alla velocità della luce, con poco o niente.
Questa volta ho aggiunto una mia variante, della ricotta fresca ad arricchire l'impasto liquido di uova, che conferisce quindi un po' più di struttura all'impasto che avvolge la frutta. In più ho usato dello zucchero muscovado. L'impasto avrà il colore del caramello ma l'aroma speziato dello zucchero, che vagamente ricorda la liquirizia, darà al tutto un tono speciale.
Ingredienti per 3 persone
300 gr di prugne rosse e gialle
2 uova medie a temperatura ambiente
2 dl di latte
50 gr di ricotta fresca di pecora
40 gr di farina
50 gr di zucchero muscovado
un pizzico di sale
burro per ungere le pirofiline
zucchero a velo per rifinire
Lavate le prugne, eliminate il nocciolo e tagliatele a pezzi non troppo piccoli. Imburrate 3 stampi da forno e disponete la frutta coprendo il fondo.
Sbattete le uova con lo zucchero fino ad avere un composto gonfio quindi aggiungete il latte, la ricotta setacciata e mescolate bene. Per ultimo la farina setacciata con con il sale, amalgamando con delicatezza.
Versate il liquido sulla frutta dai bordi in modo che arrivi al livello della frutta. Mettete le pirofiline in forno preriscaldato a 180° per c.ca 30/35 minuti, o fino a che il composto non sia ben gonfio e dorato.
Togliete dal forno. Lasciate intiepidire e cospargete con zucchero a velo.
Le voilà.
Durante i primi 6 anni di matrimonio abbiamo fatto 3 traslochi.
Le prime 2 case che ci hanno ospitato, erano esattamente il sogno toscano per chiunque immagini la Toscana da film: entrambe erano due casali primi novecento, all'interno di due tenute, una più bella dell'altra, distanti dalla città, completamente circondate da colline, vigneti, viali di cipressi, boschi, piccole pievi ed amenità del genere. Ovviamente nessuna delle due era in vendita ed in ogni caso non sarebbe stata accessibile per le nostre misere finanze di giovani sposi. Per ben due volte ci siamo sentiti dire che avremmo dovuto lasciare la casa in breve tempo, la prima perché il borgo sarebbe stato trasformato in un Hotel 5 stelle; la seconda perché sarebbe diventata un agriturismo da lì a qualche mese.
La seconda casa, in particolare, si trovava a c.ca 15 km dalla città, nel cuore delle crete senesi. Per raggiungerla si guidava lungo uno dei percorsi più panoramici della provincia ed una volta raggiunta, dalla nostra terrazza potevamo osservare la silhouette di Siena distesa sulle colline e la Torre del Mangia dritta come un indice a ribadire: "io sono qua da secoli!".
Per i due anni che abbiamo vissuto in quella casa, ogni volta che aprivo la porta di ritorno dal lavoro, mi sentivo in vacanza. E' stata la sensazione più bella che abbia mai avuto abitando una casa. In quel posto meraviglioso abbiamo concepito nostra figlia e quando l'abbiamo lasciata, le nostre vacanze sono finite.
La casa a fianco alla nostra, era di proprietà di una dottoressa parigina, che ogni paio di mesi si trasferiva per trascorrere qualche settimana nel suo paradiso toscano. Avevamo la terrazza in comune quindi spesso accadeva di scambiarsi cortesie ed assaggi. E' stato in quel periodo che ho scoperto il "clafoutis". Lei lo preparava spesso, con frutta diversa. Io ne avevo sentito parlare ma non lo avevo mai assaggiato. E la prima volta fu di albicocche.
Il nome così esotico mi affascinava e più avanti ho provato a farlo anche io spesso perché amo la frutta cotta e questo è un dolcino che si fa alla velocità della luce, con poco o niente.
Ingredienti per 3 persone
300 gr di prugne rosse e gialle
2 uova medie a temperatura ambiente
2 dl di latte
50 gr di ricotta fresca di pecora
40 gr di farina
50 gr di zucchero muscovado
un pizzico di sale
burro per ungere le pirofiline
zucchero a velo per rifinire
Sbattete le uova con lo zucchero fino ad avere un composto gonfio quindi aggiungete il latte, la ricotta setacciata e mescolate bene. Per ultimo la farina setacciata con con il sale, amalgamando con delicatezza.
Versate il liquido sulla frutta dai bordi in modo che arrivi al livello della frutta. Mettete le pirofiline in forno preriscaldato a 180° per c.ca 30/35 minuti, o fino a che il composto non sia ben gonfio e dorato.
Togliete dal forno. Lasciate intiepidire e cospargete con zucchero a velo.
Le voilà.
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